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Quando la rivoluzione industriale si manifesta anche da noi, il codice, figlio del codice Napoleone, mostra tutti i suoi limiti.
Alcune esigenze dello sviluppo economico vennero soddisfatte con la promulgazione del codice di commercio del 1882.
La crisi esplode tuttavia dopo la fine della prima guerra mondiale, è una crisi fatta di contrasti sociali acutissimi, è una crisi che porta con sé la coscienza delle aspirazioni popolari, e dell’esigenza di una più equa sistemazione dei rapporti fra le classi sociali.
In sostanza, la riforma nasce come risposta a profonde trasformazioni economico-sociali, nel momento in cui queste raggiungono un livello di chiarezza e di stabilità.
Fu in questo momento che si cominciò a pensare seriamente ad una riforma del codice del 1865.
Un primo passo fu l’emanazione di una legge nel 1923 che delegava al Governo la riforma, in esecuzione della quale fu nominata una Commissione reale che predispose, fra il 1924 e il 1937, i progetti preliminari dei primi tre libri del codice.
I primi due libri del codice civile Persone e Famiglia, e Successioni, entrarono in vigore rispettivamente nel 1939 e 1940.
Su di essi possono farsi le seguenti affermazioni:
- impostazione tradizionale dell’istituto familiare, sia sotto il profilo dei rapporti personali (non si tenne in alcun conto l’esigenza di valorizzare il ruolo della donna); sia sotto il profilo dei rapporti patrimoniali;
- impostazione altrettanto tradizionale delle successioni, d’altro canto, occorre riconoscere che in questa materia è difficile innovare, se ci si tiene agganciati al principio della trasmissione dei beni mortis causa e della efficacia della volontà privata del testatore.

Gli altri libri del codice sono dedicati rispettivamente alla Proprietà, alle Obbligazioni, al Lavoro, e alla Tutela dei diritti, per un totale di 2969 articoli.
Nel suo complesso, il codice entrò in vigore nel 1942.
L’elaborazione degli ultimi 4 libri del codice fu molto affrettata e si spiega con l’ansia del fascismo di fare del codice l’espressione della propria ideologia.
In realtà i giuristi italiani riuscirono a resistere a questa pretesa, valendosi di quella “neutralità del giurista”, che in epoca di dittatura diventa un valore prezioso.
Concessioni vennero sì fatte, ma spesso sostanzialmente verbali, sicché non fu troppo difficile, alla caduta del regime, ripulire il codice di molte delle sue incrostazioni fasciste.
Anche il riconoscimento di valore giuridico alla Carta del Lavoro (l. 14/41), che dal 1927 aveva costituito il vero testo costituzionale del fascismo, venne imposto dai giuristi contro la pretesa di codificare i principi generali dell’ordinamento giuridico fascista e si risolse in una enfatica, ma vuota, petizione di principio.
di Stefano Civitelli
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