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Schmitt - La dittatura nel pensiero marxista

Secondo quanto afferma Schmitt, nei confronti del costituzionalismo parlamentare, non nei confronti della democrazia, ridiventa attuale il concetto abrogativo del Parlamentarismo, quello di Dittatura. Il 1848 fu allo stesso tempo un anno della democrazia e della Dittatura, entrambi in antitesi con il liberalismo borghese del pensiero parlamentare.
Nel 1848, si assiste al passaggio  dal socialismo utopistico al socialismo scientifico. Bisogna comprendere, però, rettamente la parola “scienza” e che non venga confinata in una tecnicità nel senso delle scienze esatte naturali.
Questa scientificità propria alle scienze della natura non può essere a fondamento di una Dittatura, né di qualsiasi altra istituzione o potere politico.
Spesso il socialismo scientifico significa soltanto qualcosa di negativo, il rifiuto dell’utopico, e vuole significare che ci si è ormai coscientemente rivolti ad intervenire nella realtà politica e sociale e a trasformarla, invece che dal di fuori secondo fantasie e ideali immaginari, seguendo le immanenti condizioni sue proprie, rettamente intese.
La scientificità del socialismo di Marx riposa sul principio della filosofia hegeliana della storia. Per determinare il concetto specifico della Dittatura si deve necessariamente prendere le mosse dal nesso con la DIALETTICA DELLA STORIA DI HEGEL.
L’essere si svolge dialetticamente in tre fasi: l’essere (tesi), il non essere (antitesi), il divenire (sintesi).
1. La tesi. La tesi è lo stato di partenza della dialettica, la semplice cosa in sé, per ciò che è. In questo stato le cose sono quelle che sono, si trovano in sé, il loro significato è quello palese ed evidente (tale stato è associato da Hegel all’astratto, l’intellettuale, ovvero la percezione di un problema in sé);tale stato è associato da Hegel all'astratto, l'intellettuale, ovvero la percezione di un problema in sé);
2. L'antitesi. L'antitesi è la necessaria negazione della cosa di partenza, per cui un'altra determinazione si oppone alla prima come parte diversa e contrapposta. La seconda fase è quella che costituisce la transizione: perché qualcosa muti è necessaria una negazione della cosa stessa, un cambiamento di essenza, un proiettarsi fuori di sé (questo stato è ricondotto da Hegel al dialettico, al negativo – razionale, ovvero la contortesi che nega la tesi);
3. La sintesi. La sintesi è l'ultima parte del processo dialettico a tre stadi, è il momento in cui la tesi e l'antitesi si fondono in una nuova entità, la quale racchiude aspetti della prima e della seconda. La sintesi è il momento in cui l'oggetto del mutamento supera la negazione e riacquista un nuovo significato in cui si trovano sintetizzati sia elementi della cosa originaria sia elementi della cosa negata (questa fase è ricondotta da Hegel alla visione d'insieme che scaturisce dalla fusione delle tesi contrapposte per arricchimento).
 Tale dialettica è quindi la legge che permette alle singole parti dello spirito Assoluto di avvicinarsi sempre più alla completezza del Tutto, in un continuo processo di perfezionamento che tende sempre all'Assoluto e al miglioramento. La dialettica hegeliana porta ad un progressivo perfezionamento delle situazioni di partenza, per cui l'intero sviluppo dello Spirito Assoluto comporta un costante miglioramento della consapevolezza di sé, e mai un regresso. Ogni cosa, quindi, si appoggia sull'arricchimento di quelle precedenti.
Vi è difficoltà a collegare tra loro sviluppo e dialettica. Infatti, la Dittatura sembra una interruzione della successione continua dello sviluppo. Il processo infinito dello spirito del mondo che si sviluppa dialetticamente in antitesi dovette necessariamente includere in sé la sua propria antitesi, la Dittatura.
Lo sviluppo prosegue ininterrotto, anche le interruzioni, in quanto negazioni devono necessariamente servire ad esso per continuare.
Perciò, per HEGEL, la Dittatura non è che uno stadio dello Spirito Assoluto, un modo di manifestarsi che lo Spirito sceglie per raggiungere i suoi fini. I singoli non possono, quindi, opporsi perché è lo Spirito che decide.
L'esistenza di "eroi cosmici", di singoli uomini che incarnano nel loro spirito e nelle loro azioni l'essenza dello Spirito del proprio tempo, è una conseguenza naturale del sistema hegeliano: Hegel afferma che in uomini come Alessandro Magno, come Cesare e come Napoleone, si sia incarnato a livelli più alti che negli altri individui lo Spirito della Storia. Tali condottieri sono al di sopra di ogni morale, e possono commettere in nome dello Spirito che li incarna i più feroci eccidi. Tuttavia tali condottieri hanno quasi sempre una fine tragica, a dimostrazione del fatto che lo Spirito si serve di loro per raggiungere i propri scopi, e quando lo ritiene più opportuno, li abbandona per incarnarsi in un altro condottiero o in un altra istituzione.
La personalità della storia universale (Teseo, Cesare, Napoleone) è uno strumento dello spirito del mondo; la sua imposizione riposa sul fatto che essa sta nel momento storico.
Secondo Marx, la storia è stata sempre caratterizzata dalle lotte di classe, ma che con la società borghese la lotta di classe si configura sempre più nettamente come contrapposizione tra due classi: la borghesia e il proletariato, la classe di chi possiede tutto e non è più nulla di umano e la classe di chi non possiede niente ed è ancora un uomo soltanto. Si ha la concentrazione sistematica della lotta di classe in una lotta unica, finale, della storia dell’umanità. Le antitesi di molte classi vengono semplificate in un’antitesi finale. Poiché il corso dell’evoluzione è dialettico, e perciò logico, anche se la sua base rimane economica, nell’ultima svolta, critica, assolutamente decisiva, della storia universale, deve darsi di necessità un’antitesi semplice.
Del proletariato, dal punto di vista marxista, si può dire solo che esso sarà assolutamente la negazione della borghesia. Della società del futuro, si può dire soltanto che in essa non vi sono conflitti di classe, e del proletariato soltanto che esso è quella classe sociale che non partecipa al plusvalore, che non possiede, ecc..
Al proletariato spetta la trasformazione della società borghese in società senza classi in quanto non è portatore di interessi particolari che si contrappongono ad altri interessi particolari, ma è piuttosto portatore degli interessi di tutta l’umanità. Per attuare questo compito il proletariato si costituisce in Dittatura. La celebre e tanto discussa “Dittatura del proletariato” è il punto di passaggio necessario per l’abolizione delle differenze di classe in generale, per l’abolizione di tutte le relazioni sociali che corrispondono a questi rapporti di produzione.
Il proletariato, una volta raggiunto il potere, dovrà organizzarsi come Dittatura per far fronte da un lato ai tentativi della borghesia di riemergere, dall’altro a tutte le forme di vita e di mentalità borghesi, dall’altro a tutte le forme di vita e di mentalità borghesi che non possono scomparire senza una fase intermedia. Questa Dittatura, comunque, oltre che essere concepita come fase transitoria, costituisce una forma di governo completamente diversa da tutte le precedenti. Al proletariato è, infatti, garantito l’effettivo esercizio del potere tramite il diritto di revocare in qualsiasi momento il mandato ai suoi rappresentanti; inoltre, questa classe non governa in nome dei suoi interessi particolari ma in nome degli interessi dell’umanità. Marx guardò alla Comune di Parigi del 1871, quando fu istituita da parte del proletariato una forma di governo diretto, travolto poi in pochi mesi dalle forze della reazione, come realizzazione della Dittatura del proletariato.
Ciò dovrebbe condurre infine a una società senza classi, al regno della libertà, alla possibilità di realizzare liberamente se stessi lasciando liberi gli altri da quelle situazioni costrittive, economiche e politiche, che avevano caratterizzato tutta la precedente storia dell’umanità.
Ci si chiede da dove viene quella certezza che questo momento è sopraggiunto e l’ultima ora della borghesia è effettivamente venuta.
E’ quella che Schmitt indica come la “autogaranzia del marxismo”: l’essenza di un’epoca, qui dell’epoca del capitalismo borghese, può essere compresa del tutto solo se ha goduto la vita fino in fondo e il capovolgimento è imminente, allora il pensatore che brama questo capovolgimento può con certezza cogliere i nessi come un sintomo che la fine dei tempi è venuta.
Con "Dittatura del proletariato" o "Dittatura rivoluzionaria del proletariato" Marx intese una misura politica temporanea e necessaria per la transizione al comunismo compiuto, una fase dove il potere proletario avesse avuto modo di agire liberamente nel riorganizzare i rapporti di proprietà e di produzione della società capitalista, con necessari interventi dispotici qualora la situazione lo avesse richiesto (espropriazione della proprietà fondiaria, requisizioni di siti produttivi ecc.). Una fase di "poteri straordinari" transitoria che sarebbe cessata una volta raggiunte le condizioni necessarie per la gestione comunista della società.Insieme alla fine della Dittatura del proletariato sarebbe cessata anche la funzione principale dello Stato nell'ottica marxiana, ovvero quella dell'oppressione di una classe sull'altra. Infatti il proletariato, una volta appropriatosi del controllo dello Stato, avrebbe attuato per la prima volta nella storia un'oppressione della maggioranza popolare sulla minoranza (la borghesia), continuando a sfruttare lo Stato come strumento di oppressione di classe. Una volta eliminate le condizioni che determinavano la divisione in classi della società (il modo di produzione capistalistico) la Dittatura del proletariato come Dittatura di classe non avrebbe più avuto ragione d'essere, esattamente come lo Stato, inteso appunto come strumento di oppressione. Questo processo avrebbe portato alla realizzazione del "superamento dello Stato" (Aufhebung des Staates) ed alla sua progressiva estinzione, condizione necessaria per il comunismo.

La Dittatura è un mezzo per conseguire un determinato obiettivo; dal momento che il suo contenuto è determinato unicamente dall’interesse per il risultato da conseguire, non la si può definire in generale come soppressione della democrazia. La Dittatura essendo per essenza una fase transitoria  deve subentrare come eccezione e per la forza degli eventi (secondo le argomentazioni di parte comunista).
di Angela Consolazio
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