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Tolleranza religiosa in Locke


Locke sviluppa la sua concezione di tolleranza all’interno di un clima storico molto particolare: dopo l’Atto di Supremazia del 1534, con cui Enrico VIII aveva segnato la nascita dell’anglicanesimo, la religione di stato in Inghilterra si era avvicinata via via ad un catechismo di stampo calvinista, ma aveva mantenuto il tradizionale “episcopalismo” e quindi la dipendenza dei vescovi cattolici e la dipendenza di questi al re. Dopo, con il governo di Elisabetta I lo stato rimase per lo più compatto anche in virtù dello stato di belligeranza con la Spagna e con il papato. Con l’ascesa di Giacomo I Stuart tornò nuovamente la tendenza autoritaristica ed episcopalistica. Fu a questo punto che il problema della tolleranza si fece più forte. L’orientamento vincente fu quello di Cromwell, capo degli “indipendenti” che negarono l’esistenza di un culto di stato. Da essi scaturì il gruppo dei “livellatori” sostenitori dell’uguaglianza originaria fra tutti gli uomini.
In questo clima l’apporto più significativo fu dato dalla Lettera sulla tolleranza di Locke con tendenze antiassolutistiche. Anche se Locke in gioventù era stato ostile alle teorie sulla tolleranza, convinto che solo lo stato poteva garantire una pacifica convivenza, nella Lettera egli sviluppa e sistema delle teorie che già nel precedente Saggio sulla tolleranza aveva esposto. Lo stato deve essere liberale, senza immischiarsi in problemi di dottrine e culti. In secondo luogo egli identifica il concetto di tolleranza con l’essenza del messaggio cristiano, dal quale anche la Chiesa cattolica, con le sue gerarchie, si era allontanata. Tolleranza = carità, apertura all’altro e accoglienza dello stesso per quello che esso è.
di Carlo Cilia
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