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Il trattamento istituzionale della devianza minorile tra punizione e rieducazione

Informazioni tesi

  Autore: Micol Paolino
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2010-11
  Università: Università degli Studi di Milano
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze sociali per la cooperazione, lo sviluppo e la pace
  Relatore: Paola Ronfani
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 79

Lo studio della devianza minorile è sempre stato un processo in sviluppo. Questa continua evoluzione è stato il frutto di una serie di analisi, ricerche e verifiche empiriche e non, che hanno portato alla concezione della devianza minorile come di un fenomeno che può trovare le sue cause in diversi elementi; un fenomeno non generalizzabile e che dipende fortemente dalla personalità del minore, dalla sua storia e dalla sua esperienza di vita e crescita.
Questa nuova concezione della devianza minorile ha portato allo sviluppo di una legislazione che differenzia nettamente la tipologia di trattamento punitivo dei minori, che ha come obbiettivi la rieducazione ed il reinserimento sociale, il quale segue il principio di minima offensività della pena. Grazie all'introduzione della "messa alla prova" o "probation", viene ridata al minore la possibilità di mettersi in gioco in maniera attiva, attraverso il collocamento in una comunità dove il minore può svolgere un lavoro, avere delle responsabilità e degli obblighi. Proprio l'allontanamento dal carcere, inteso come luogo di reclusione e punizione, senza sbocchi e possibilità di crescita per il minore, è stato visto come elemento favorevole al trattamento della devianza. Lo sviluppo di un settore dei servizi sociali dediti al trattamento dei minori, la creazione di comunità e la comparsa di figure professionali specifiche e preparate, hanno permesso al minore che compie un reato, di non avere il futuro distrutto, etichettato e segnato.
Ho voluto però analizzare anche il ruolo del carcere vero e proprio, in particolare il carcere "Cesare Beccaria" di Milano. L'evoluzione di questo Istituto è andata di pari passo con l'idea che al minore serva un trattamento responsabilizzante e rieducante. Il fatto che i minori abbiano la possibilità di continuare a studiare anche in carcere, di fare attività sportive, artistiche o creative mostra che l'intento della stessa istituzione punitiva, sia volto alla maturazione del minore in vista di un futuro all'interno della società. Il binomio educazione-punizione assume dunque una duplice valenza: educare il minore a vivere all'interno di una società con regole che ne garantiscono il funzionamento e punirlo in maniera costruttiva, permettendogli di comprendere i suoi gesti, i suoi bisogni e desideri, fornendogli però strumenti diversi dalla violenza, la rabbia o la prepotenza per ottenerli. E' fondamentale che l'esperienza in carcere o in comunità non diventi un limite, un buco nero per il futuro dei minori, ma che si dimostri un passaggio durante il quale la rieducazione e la possibilità di crescita vengano sempre considerati obbiettivi fondamentali.

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INTRODUZIONE Jimmy è un ragazzo di 17 anni che vive in un paese del Veneto. Ha una famiglia composta da madre, padre e tre sorelle maggiori. Jimmy vuole una vita e, soprattutto, un futuro facile: vuole guadagnare molti soldi senza fare fatica. Proprio per questo, decide, inseme a due amici di infanzia, di rapinare una banca del paese. La sera prima della rapina però i due amici “spifferano” il piano alla famiglia e alla polizia. Jimmy viene arrestato di fronte alla banca e portato al carcere di Treviso, abbandonato sia dalla famiglia sia dagli amici. Al processo non parla e viene condannato a 4 anni di reclusione. La prima cosa che impara dietro alla sbarre è che, in carcere, sei solo contro tutti: per sopravvivere devi essere furbo, forte e devi imparare le regole. I primi sentimenti che prova sono la rabbia, l'odio e la voglia di non doversi confrontare. Sente che il suo futuro è nelle mani di persone che gli parlano di rieducazione, di reinserimento, quando invece la sua testa urla e vuole ribellarsi. Jimmy si trova in cella con quattro ragazzi italiani. Ben presto, nota come la divisione tra detenuti stranieri ed italiani sia netta e piena di rancore e odio. La voglia di ribellarsi, di rimanere impassibile di fronte all'autorità che lo costringe e punisce, cresce sempre più forte nel suo animo. Il ragazzo svolge diversi incontri sia con educatori e psicologi sia con lo stesso direttore dell'istituto. Il suo atteggiamento è sempre restio: non parla, evita di esprimere sentimenti, desideri o critiche, si mostra aggressivo e determinato ad essere ostile. L'istituzione punitiva è il nemico e Jimmy non vuole trovare compromessi. Dopo qualche mese di detenzione, si trova coinvolto, inseme ad un compagno di cella, in uno giro di spaccio di droga all'interno dell'istituto. Il suo compito è quello di “fermoposta”: deve ricevere, a nome suo, una serie di pacchi, contenenti pasticche, spediti a nome di ex professori o parenti. Ben presto, gli agenti di custodia si rendono conto dei traffici. Anche in questa situazione, il ragazzo rimane chiuso, in silenzio, pieno di rabbia, la quale è rimasta l'unica forza che lo spinge ad un totale rifiuto per qualunque stimolo proveniente dall'istituzione. Dopo circa un anno di detenzione al carcere di Treviso, Jimmy viene spostato in 3

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