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Alessandro Manzoni: Filosofia del linguaggio e filosofia dell'arte fra verità e convenzione

Informazioni tesi

  Autore: Daria Roselli
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2007-08
  Università: Università degli Studi di Firenze
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Filosofia teoretica, morale, politica ed estetica
  Relatore: Sergio Givone
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 157

Pensiamo al concetto di “arte” e a quello di “linguaggio”. Si tratta di due ambiti che difficilmente, ad una semplice considerazione, parrebbero uniti. In realtà, se meglio esaminiamo la loro valenza, si può dire che l’ arte, a suo modo rappresenti una forma di linguaggio del tutto peculiare. Perché, come il linguaggio risulta da un’ elaborazione concettuale del pensiero, così anche l’ arte, a ben pensarci, è una forma di espressione elaborata dalla mente che la esprime. Ma non bisogna fermarsi qui. E proprio la filosofia del Manzoni insegna questo. La verità sta solo nel pensiero, per Manzoni, e se il linguaggio è qualcosa di estrinseco rispetto al pensiero, è chiaro che il mondo del vero non può identificarsi con quello linguistico, che è arbitrarietà, convenzione. Se il linguaggio è uno strumento convenzionale, che l’ uomo non ha inventato, ma al quale è stato donato da Dio, e il legame fra segno e idea non è necessario ma arbitrario, si comprende facilmente il motivo per cui la verità non possa aver luogo nel regno del linguaggio. Qui si chiarisce il perché di una prima parte, dedicata alla riflessione manzoniana sul linguaggio. E, al contempo, si spiega anche il perché di una seconda parte dedicata, invece, all’ arte. La prima parte di questa argomentazione ove ha luogo, per così dire, l’ analisi “negativa” del concetto di vero, che nel linguaggio non troviamo se non come verità “arbitraria”, trova risposta nella seconda, che fa ritorno, per approfondirsi, al punto di partenza da cui, in definitiva, si era dischiusa la riflessione manzoniana sul linguaggio. Questo punto è proprio l’ arte. L’ arte per Manzoni è il dominio del vero, che appartiene solo al pensiero. Il pensiero dell’ uomo è vero nella misura in cui ripropone, affermandola, l’ idea che è nella mente divina, rendendola presente. Ma il vero attinto dall’ artista si definisce una peculiare forma di vero, in quanto verosimile, o più precisamente, come vero morale. Che è qualcosa a metà fra realtà e invenzione. Dove l’ intento non è più quello di infondere nell’ animo le passioni, quanto, invece, quello di elevare lo spirito verso una riflessione sentita che coinvolga la razionalità e il pensiero, aprendolo alla dimensione morale. Qui sta la risposta “positiva”a quella ricerca del vero che permea, in modo sotteso, tutta la riflessione manzoniana. La quale, a partire dall’ arte, come sfondo, per svilupparsi nel linguaggio, fa ritorno sull’ arte stessa per approfondirla come dominio del vero. Arte e linguaggio, dunque, non emergono come elementi affini. L’ arbitrarietà , infatti, fa sì che il linguaggio non possa essere qualcosa di creato dal pensiero umano. A differenza dell’ arte, che invece esprime la verità del pensiero che attinge l’ idea da un mondo preesistente. E tuttavia, a ben pensarci, è possibile rintracciare un sottile filo di congiunzione fra i due ambiti proprio in quella nozione di “vero” tanto discussa da Manzoni. Si tratta infatti di una ricerca sottesa a entrambe gli aspetti e che, se nel caso del linguaggio palesa un qualcosa di comprensibile solo come “pseudo –verità”, ( ben lontana dal vero cercato da Manzoni), nell’ arte trova una sua risposta, nonostante si declini in una accezione peculiare , come “verosimile”, o vero morale. Arte e linguaggio varcheranno quindi, in modo diverso, quella comune idea che vuol concepirli come mera espressione del pensiero, separandosene ( come nel caso del linguaggio ), e approfondendosi, in senso più lato, ( come nell’ idea manzoniana di arte ). Ma nonostante la loro diversità, innegabile per la funzione ad essi attribuita da Manzoni, arte e linguaggio rappresenteranno una diversa risposta ad un medesimo problema, che è quello del vero. Una risposta negativa, nella prospettiva manzoniana, sarà quella del linguaggio, dominio dell’ arbitrarietà e di una verità neanche definibile come tale. Una risposta positiva sarà invece, come accennato, quella dell’ arte. Solo l’ arte si paleserà, infatti, come regno positivo del vero, di quella verità in grado di elevare l’ uomo ad una comprensione globale del reale al di là della soggettività e di dischiudere orizzonti di carattere morale, ma non per questo, estromessi dalla razionalità.

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PREMESSA: LA PROBLEMATICITA’ DEL RAPPORTO ARTE-LINGUAGGIO NELLA FILOSOFIA DI ALESSANDRO MANZONI Pensiamo al concetto di “arte” e a quello di “linguaggio”. Si tratta di due ambiti che difficilmente, ad una semplice considerazione, parrebbero uniti. In realtà, se meglio esaminiamo la loro valenza, si può dire che l’ arte, a suo modo rappresenti una forma di linguaggio, del tutto peculiare. Perché come il linguaggio risulta da un’ elaborazione concettuale del pensiero, così anche l’ arte, a ben pensarci, è una forma di espressione elaborata dalla mente che la esprime. Ma non bisogna fermarsi qui. E proprio la filosofia del Manzoni insegna questo. Manzoni, inutile dirlo, non era un filosofo, (nel senso stretto del termine). E tuttavia, anche se, come meglio vedremo, il suo non è un pensiero che può dirsi “sistematico”, esso rappresenta però un’ importante chiave di lettura di questi due ambiti, ossia quello artistico e quello linguistico. Il motivo di tale importanza si racchiude in un semplice presupposto, ossia che Manzoni stesso era un artista, meglio conosciuto come romanziere, ma anche come poeta. Un artista che però individuava nella filosofia la ricerca del vero. E che quindi si interessava di problemi di carattere filosofico. La filosofia per Alessandro Manzoni era intesa quale “scienza delle ragioni ultime”, in grado di sondare l’ essenza stessa del reale, come vedremo. E proprio qui sta il punto. Che però non deve rimanere confinato all’ arte come punto di partenza. In altre parole, è vero che Manzoni, proprio a partire dalla sua elaborazione per così dire “di romanziere” , e quindi di artista, si trovò a cimentarsi, nei suoi primordi, con il problema linguistico. Mi riferisco, in particolare, alla stesura del Fermo e Lucia del 1821, nel quale egli avvertì l’ insufficienza della lingua italiana di prosa nell’ esprimere concetti per iscritto, denunciando la totale separatezza della lingua scritta rispetto a quella parlata, viva e concreta, e più adatta, secondo lui, (in particolare nella forma francese e milanese del dialetto), a rappresentare sentimenti, ma anche più semplicemente, concetti. La denuncia, insomma, di una carenza di fondo che lo scrittore italiano, il quale si cimentava a scrivere in una lingua che, (se non era il toscano), non aveva mai parlato, non poteva ignorare. Da qui Manzoni trasse spunto per la revisione linguistica della prima edizione dei “Promessi Sposi”, (1825-27), durante la quale identificò nel tosco-fiorentino la lingua che meglio poteva rivestire quell’ idea di concretezza che andava maturando nella propria riflessione. Perché solo la lingua parlata, e in particolare quella parlata a Firenze e in Toscana, incarnava, secondo Manzoni, l’ idea di uso vivo e concreto, necessario per una lingua destinata a divenire nazionale e comune ad un popolo, nella sua valenza sociale. 7

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