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''la Repubblica'' di Eugenio Scalfari

Informazioni tesi

  Autore: Alessandro Pugliese
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2002-03
  Università: Libera Univ. degli Studi Maria SS.Assunta-(LUMSA) di Roma
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Scienze della Comunicazione
  Relatore: Francesco Malgeri
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 405

IL TEMPO DELLE VOLPI E DELLE FAINE.
SCONFORTO DI UN GIORNALISTA COMBATTENTE TRA LA PRESUNTA OBIETTIVITÀ DELLA NOTIZIA E LA PARZIALITÀ DI TUTTE LE TRINCEE.

Che Eugenio Scalfari, collaboratore del “Mondo” di Mario Pannunzio, fondatore insieme al gruppo del “Mondo” del partito Radicale e poi vicesegretario nazionale dal 1958 al 1963, collaboratore del “Sole 24 Ore”, redattore dell’“Europeo” di Arrigo Benedetti, fondatore insieme a Benedetti dell’“Espresso”, settimanale che in seguito dirigerà dal 1963 al 1968, deputato al Parlamento nelle liste del partito Socialista dal 1968 al 1972, consigliere delegato della società editrice “L’Espresso”, ideatore e fondatore nel 1976 del quotidiano “la Repubblica”, direttore dello stesso per più di vent’anni, consigliere d’amministrazione dal 1988 al 1994, cavaliere di Gran Croce per volere del Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, Cavaliere della Legion d’Onore, romanziere, saggista, sia stato per tutta la vita un autentico e coraggioso combattente non v’è sorta di dubbio; la cosa che invece stupisce è che, oggi, a settantotto anni (è nato a Civitavecchia nel 1924, il 6 aprile), Scalfari appaia sconfortato, amareggiato, in perenne lotta con una malinconia esistenziale.
I motivi della metaformofosi che ci restituiscono uno Scalfari rinnovato rispetto a quello del passato non ci è dato conoscerli; certo è che per accorgersi della differenza tra il primo Scalfari e quello attuale non è necessario poi tanto sforzo. Come tutti i combattenti che nella propria vita molto hanno combattuto anche Eugenio Scalfari ha creduto nell’esistenza di qualcosa di prezioso per la quale valesse la pena di scontrarsi. In passato c’è stato uno Scalfari combattente, utopista o idealista, instancabile sognatore e nei suoi anni ruggenti infaticabile Don Chisciotte italiano; tutto il contrario insomma dello scrittore attuale che intrattiene i suoi lettori con tono nuovo e pacato. Eugenio Scalfari si è semplicemente riscoperto realista. Ha smesso gli abiti da Don Chisciotte, le vestigia del lottatore e ha deposto la corazza e la lancia. Anche per lui, come per tutti i combattenti che hanno lottato per promuovere il cambiamento, favorire la modernità, è giunto inesorabile il momento di tirare le somme, di fare bilanci. Si è reso conto che le sue battaglie hanno sortito l’effetto di traghettarlo da una società imbrigliata da troppi tabù ad un’altra società priva di punti di riferimento e valori fondanti, e questo non ha potuto che deluderlo profondamente.
Lo sconforto che lo contraddistingue attualmente e al quale il sottotitolo si riferisce è quello suscitato dal disincanto con cui il rinnovato Eugenio Scalfari osserva il mondo, lo stesso disincanto di cui fa partecipi i suoi affezionati lettori, e che è tipico di tutti coloro i quali, combattendo troppe battaglie, alla fine hanno dovuto abbandonare il campo. Bisogna precisare tuttavia che questo sconforto pur caratterizzandolo non gli impedisce ancora oggi, alla sua veneranda età, di calcare con piede sicuro la scena e di rimanere iperattivo come un tempo. Da quando il 4 maggio 1996 decise di lasciare ad Ezio Mauro il timone di piazza Indipendenza, ritirandosi da qualsiasi ruolo dirigenziale nel mondo del giornalismo italiano, l’ex direttore è rimasto comunque un instancabile osservatore della realtà sociale, un sottile polemista e si è riconfermato come scrittore prolifico.

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7 PREFAZIONE IL TEMPO DELLE VOLPI E DELLE FAINE. SCONFORTO DI UN GIORNALISTA COMBATTENTE TRA LA PRESUNTA OBIETTIVITÀ DELLA NOTIZIA E LA PARZIALITÀ DI TUTTE LE TRINCEE. Che Eugenio Scalfari, collaboratore del “Mondo” di Mario Pannunzio, fondatore insieme al gruppo del “Mondo” del partito Radicale e poi vicesegretario nazionale dal 1958 al 1963, collaboratore del “Sole 24 Ore”, redattore dell’“Europeo” di Arrigo Benedetti, fondatore insieme a Benedetti dell’“Espresso”, settimanale che in seguito dirigerà dal 1963 al 1968, deputato al Parlamento nelle liste del partito Socialista dal 1968 al 1972, consigliere delegato della società editrice “L’Espresso”, ideatore e fondatore nel 1976 del quotidiano “la Repubblica”, direttore dello stesso per più di vent’anni, consigliere d’amministrazione dal 1988 al 1994, cavaliere di Gran Croce per volere del Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, Cavaliere della Legion d’Onore, romanziere, saggista, sia stato per tutta la vita un autentico e coraggioso combattente non v’è sorta di dubbio; la cosa che invece stupisce è che, oggi, a settantotto anni (è nato a Civitavecchia nel 1924, il 6 aprile), Scalfari appaia sconfortato, amareggiato, in perenne lotta con una malinconia esistenziale. I motivi della metaformofosi che ci restituiscono uno Scalfari rinnovato rispetto a quello del passato non ci è dato conoscerli; certo è che per accorgersi della differenza tra il primo Scalfari e quello attuale non è necessario poi tanto sforzo. Come tutti i combattenti che nella propria vita molto hanno combattuto anche Eugenio Scalfari ha creduto nell’esistenza di qualcosa di prezioso per la quale valesse la pena di scontrarsi. In passato c’è stato uno Scalfari combattente, utopista o idealista, instancabile sognatore e nei suoi anni ruggenti infaticabile Don Chisciotte

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