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Essere figli nelle famiglie multiproblematiche della società contemporanea: l'inserimento in comunità come alternativa al carcere e la nuova faccia della giustizia minorile

Informazioni tesi

  Autore: Antonietta Parmentola
  Tipo: Tesi di Specializzazione/Perfezionamento
Specializzazione in mediatore familiare
Anno: 2003
Docente/Relatore: Antonio Silvestrini
Istituito da: Istituto work casa per la formazione specializzata
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 159

Nella società in cui viviamo il fenomeno della delinquenza minorile, sempre più sintomo della disillusione, insicurezza e confusione in cui si trovano le giovani generazioni, ha da alcuni anni raggiunto un livello di guardia davvero preoccupante.
In Italia ci sono all'incirca dodici milioni di persone sotto i diciotto anni d'età, il che equivale a dire un quinto della popolazione. Circa il 10-11% dei reati denunciati sono commessi da minorenni, molti da infraquattordicenni e la percentuale è in costante crescita (pensiamo solo che tra il 1970 e il 1990 è quasi raddoppiata).
Appare dunque quanto mai urgente riflettere sulle svariate cause sociali (il sempre maggiore sfruttamento da parte degli adulti; la costituzione di bande giovanili o simili; una cattiva e incompiuta socializzazione…), psicologiche (le c.d. “crisi adolescenziali”; il disadattamento familiare e/o lavorativo…), culturali che, trasformando il disagio in delinquenza vera e propria, possono innescare tali fenomeni devianti e al contempo favorire a tutti i livelli (in famiglia, a scuola, nel gruppo, nel quartiere) forme di prevenzione (che promuovano modalità relazionali non declinabili all’insegna dell’aggressività o del crimine) e di recupero per i nostri “ragazzi smarriti”.
Il presente lavoro nasce proprio come testimonianza di un viaggio nel “pianeta” della criminalità giovanile in cui chi scrive ha deciso di avventurarsi per provare quanto sia importante offrire ad un “cuore violento” una piccola, diversa esperienza; un semplice incontro che, al momento giusto, potrebbe cambiare il segno del suo destino!
Suddiviso in quattro capitoli, il volume prende il via dall’analisi dei contributi teorici alla definizione/spiegazione dell’evento deviante (I Capitolo). Un ricco e “plurisecolare” itinerario che ne riconduce le cause a predisposizioni fisiche o psicologiche; condizioni sociali o familiari…
All’impostazione teorica prevalente in un determinato periodo storico, sono strettamente correlati gli interventi e le metodologie operative, protagonisti del II capitolo. E sicuramente atti a svolgere un’opera tesa alla “decriminalizzazione” della delinquenza giovanile: dobbiamo sviluppare una più fine sensibilità per il rispetto dei diritti individuali e per il valore della dignità umana; impegnarci per risolvere in modo partecipante i problemi dei ragazzi; percepire ogni individuo come uguale all’altro, abbandonando il facile ed egoistico impegno degli etichettamenti di “devianza”. Nel pensiero di tutti noi si deve fare strada, sempre più, la considerazione che gli interventi debbano volgersi a tutela e difesa di diritti del minore più che a difendere la società da un minore che qualifichiamo “pericoloso”. Perché la criminalità minorile non va combattuta ma curata!
Un pensiero, questo, che, in effetti, negli ultimi tempi, sta impegnando le menti dei cittadini così come dei legislatori del nostro Paese: nel III capitolo, perciò, si intende ripercorrere la storia del sistema giudiziario minorile in Italia, evidenziando analogie e differenze tra passato e presente nonché prospettando strategie future per renderlo qualitativamente migliore.
Parallelamente alla decriminalizzazione deve essere anche effettuata una “pedagogizzazione” delle misure giuridiche: l’ educazione durante l’esecuzione della pena non deve rimanere in secondo piano rispetto alla sicurezza e all’ordine né essere più soltanto abbellimento ed alibi, anzi! Nel caso di un giovane delinquente, che si trova ancora in un complicato processo di sviluppo, il fulcro delle misure giudiziarie deve proprio trovarsi nella sua (ri) educazione ai valori sociali. Rieducazione e recupero che, però, non devono essere finalizzati ad un modellamento del minore a valori, strutture, prassi di una società che ha dato origine al suo disagio, a quella sofferenza manifestatasi in forma di devianza bensì alla promozione di momenti, forme di esclusiva tutela ed attuazione del suo diritto ad essere messo in condizione di sviluppare la propria personalità credendo in se stesso, rispettandosi, dando un significato alla propria esistenza, essendo consapevole dell’importanza del proprio io e della insostituibile possibilità del proprio ruolo, in una realtà di rapporti umani, che dobbiamo aiutarlo a scoprire. Proprio in tale prospettiva possiamo qualificare la comunità di tipo familiare (IV Capitolo) come la vera ed umanamente ideale risposta per la realizzazione del diritto del minore ad autonomamente responsabilizzarsi e a mettere in azione l’intimo della sua persona, il suo cuore, per ritornare sulla retta via! Perché «i bambini cattivi un cuore ce l’hanno: è quello violento dei loro padri, dei loro cattivi maestri» (Paolo Crepet).
E’ quello che diventa meta del pellegrinaggio qui intrapreso dalla sottoscritta.
La speranza è che il lettore si lasci coinvolgere in tale avventura. E allora non resta che augurargli… buon viaggio!

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Parole chiave

comunità per minori
diritto minorile
diritto penale
giustizia minorile
mediazione penale

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