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Il principio della retroattività della legge penale più mite nella sentenza della Corte di Giustizia (Berlusconi e altri): limiti e problematiche sollevate dalla corte alla luce di questo caso

Informazioni tesi

  Autore: Angelica Giambelluca
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2004-05
  Università: Università degli studi di Genova
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze Internazionali e Diplomatiche
  Relatore: Francesco Munari
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 113

“[…] in virtù dell’art. 2 del codice penale, che enuncia il principio dell’applicazione retroattiva della pena più mite, i nuovi artt. 2621 e 2622 del codice civile dovrebbero essere applicati anche se sono entrati in vigore solo successivamente alla commissione dei fatti che sono all’origine delle azioni penali avviate nelle cause principali. […] Orbene, il principio dell’applicazione retroattiva della pena più mite fa parte delle tradizioni costituzionali comuni degli stati membri, ne deriva che tale principio deve essere considerato come parte integrante dei principi generali del diritto comunitario che il giudice nazionale deve osservare, quando applica il diritto nazionale, adottato per attuare l’ordinamento comunitario […].”

Questa è stata una delle motivazioni con cui la Corte di Giustizia europea ha emesso la sua sentenza il 3 maggio 2005 in seguito alle questioni pregiudiziali presentate dal Tribunale di Milano e dalla Corte d’Appello di Lecce. I giudici del rinvio sostenevano in buona sostanza, l’incompatibilità della nuova legge sul falso in bilancio con le disposizioni della prima, la quarta e la settima direttiva comunitarie in materia di diritto societario. Secondo la Corte questo principio risulterebbe violato qualora venissero disapplicati gli artt. 2621 e 2622 c.c. dal giudice nazionale (perché appunto contrastanti con alcune direttive comunitarie) e fosse applicata la legge precedente, più severa. Secondo la Corte, che si richiama sul punto alla propria costante giurisprudenza, una direttiva, che crea obblighi solo per gli Stati membri, “non può avere come effetto, di per sé, e indipendentemente da una legge interna di uno Stato membro adottata per la attuazione, di determinare o aggravare la responsabilità penale di coloro che agiscono in violazione delle dette disposizioni”.
L’oggetto principale attorno cui ruota il presente lavoro è e il principio della retroattività della legge penale più mite, le sue origini, caratteristiche, la sua compatibilità e armonizzazione con il diritto comunitario, e soprattutto l’analisi della estensione dell’importanza ed inderogabilità di questo principio. Nella sentenza Berlusconi e altri sembrerebbe infatti che per i giudici comunitari non siano ammesse deroghe all’operatività di questo principio, per contro, nelle sentenze Tombesi e Niselli, di poco precedenti, la Corte era sembrata maggiormente incline ad ammettere l’incidenza in malam partem di una direttiva sul diritto penale nazionale ed erano completamente mute riguardo il suddetto principio. Alla luce di quanto emerso nella sentenza, l’innalzamento della retroattività della legge penale più mite a principio comunitario deriva dalla tradizione giurisprudenziale degli Stati membri, ma a ben guardare, ad esempio nel nostro Stato, la stessa Corte Costituzionale ammette alcune deroghe: ad esempio nel caso di leggi eccezionali e temporanee e la mancata conversione del decreto legge che introduce una norma penale di favore, non applicabile a seguito della sua decadenza. Perché solo adesso la Corte ha ritenuto, a differenza dei casi Niselli e Tombesi, inderogabile il favor rei? La posizione del giudice comunitario contrasta pienamente con quanto affermato nelle sue Conclusioni dall’avv.gen. Kokott, che dopo aver enfatizzato il principio, ha ammesso una sua derogabilità nel caso in cui norme nazionali più miti contrastino con il diritto comunitario. Come a sottolineare che il diritto dell’Unione Europea sia superiore, sempre e comunque, anche a questo principio, sancito e rispettato dai paesi Membri (tranne i casi di Inghilterra e Irlanda) nonché ribadito dall’art. 15 del Patto internazionale dei diritti civili e politici. Tante sono state le critiche di chi si aspettava un’attenta analisi giuridica, che prendesse una posizione forte nei confronti della nuova legge sul falso in bilancio, ma numerose sono state anche le dichiarazioni di approvazione della sentenza, la quale non ha fatto altro, e altro forse non poteva fare, che ribadire il significato ( e la portata) delle direttive comunitarie e l’impossibilità di utilizzarle per peggiorare la situazione di un privato, anche se la legge nazionale attuale dovesse rivelarsi illegittima dal punto di vista del diritto comunitario.
La Corte di Giustizia ha fatto capire molto chiaramente la propria intenzione di non entrare nel merito della questione, non prendendo nessuna posizione netta sulla presunta violazione delle direttive comunitarie. Ma il fatto che la Corte non si pronunci in questo senso non significa una totale impunità dello Stato italiano, se questo effettivamente ha violato il diritto comunitario. Ci sono strade alternative da percorrere. Una su tutte, la procedura di infrazione ex art. 226 del Trattato CE, un meccanismo molto meno politico e strumentalizzabile di quanto non potrebbe essere una sentenza della Corte di Giustizia.

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2 Introduzione “[…] in virtù dell’art. 2 del codice penale, che enuncia il principio dell’applicazione retroattiva della pena più mite, i nuovi artt. 2621 e 2622 del codice civile dovrebbero essere applicati anche se sono entrati in vigore solo successivamente alla commissione dei fatti che sono all’origine delle azioni penali avviate nelle cause principali. […] Orbene, il principio dell’applicazione retroattiva della pena più mite fa parte delle tradizioni costituzionali comuni degli stati membri, ne deriva che tale principio deve essere considerato come parte integrante dei principi generali del diritto comunitario che il giudice nazionale deve osservare, quando applica il diritto nazionale, adottato per attuare l’ordinamento comunitario […].” Questa è stata una delle motivazioni con cui la Corte di Giustizia europea ha emesso la sua sentenza il 3 maggio 2005 in seguito alle questioni pregiudiziali presentate dal Tribunale di Milano 1 e dalla Corte d’Appello di Lecce 2 . I giudici del rinvio sostenevano in buona sostanza, l’incompatibilità della nuova legge sul falso in bilancio (in modo particolare gli artt. 2621 e 2622 c.c.), con le disposizioni della prima, la quarta e la settima direttiva comunitarie in materia di diritto societario, le quali – com’è noto- prescrivono l’obbligo per gli Stati membri di prevedere norme sanzionatorie dei reati di falso in bilancio nonché misure sanzionatorie dal “carattere effettivo, proporzionale e dissuasivo” (come testualmente citato dall’art. 6 della prima direttiva in materia societaria e dall’art. 10 del trattato CE), non solo in caso di omessa pubblicazione del bilancio d’esercizio, ma anche nei casi di infedeltà di quest’ultimo e di falsità nell’ambito delle informazioni societarie a carattere economico. L’obiettivo che ci si propone nell’ambito del presente lavoro è di ricercare le motivazioni alla base della scelta della Corte di Giustizia di risolvere l’intera questione applicando il principio della 1 Causa C-387/02, Silvio Berlusconi, causa C-403/02, Marcello Dell’Utri e a. 2 Causa C-391/02, Sergio Adelchi

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Parole chiave

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direttive in materia societaria
diritti umani nell'unione europea
diritto dell'unione europea
juliane kokott
principio del favor rei
silvio berlusconi

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