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Intermedialità al femminile: l'opera di Ketty La Rocca

INTERMEDIALITÀ AL FEMMINILE: L’OPERA DI KETTY LA ROCCA
La figura di Ketty La Rocca, artista italiana la cui fugace ma intensa esperienza si è svolta interamente a Firenze nel decennio a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, presenta aspetti significativi non ancora messi sufficientemente in evidenza dalla critica.
Se, infatti, ad oggi si va recuperando attraverso varie esposizioni l’attenzione sulla sua personalità, che negli anni successivi alla morte era andata progressivamente scemando, manca ancora un definitivo inquadramento della sua opera che porti ad un risolutivo riconoscimento della levatura del profilo dell’artista in ambito nazionale.
La produzione proteiforme di Ketty La Rocca si mostra paradigmatica di un’operatività al femminile che trova nell’intermedialità la via della propria realizzazione. Aspetto questo che la pone in linea col lavoro di molte artiste coeve e oltre.
Tuttavia, se quest’ultime troveranno alimento e supporto nelle propulsive rivendicazione della rivolta femminista, Ketty La Rocca si muove in anticipo persino rispetto a quel movimento, precorrendone i temi cardine a partire unicamente da una profonda e, spesso, dolorosa riflessione sul proprio vissuto.
La riflessione sullo specifico femminile è per lei, ancor prima che un’esigenza artistica, un imperativo necessario alla costruzione del proprio sé. Ed è proprio questa riflessione che la porta man mano al rigetto di tutti i codici comunicativi tradizionali, per arrivare alla costituzione di un linguaggio rispettoso della propria specificità, del proprio modo di sentire e di essere; poiché – e sono parole dell’artista – “la donna è nelle mani nude, come il corpo lucido che cerca le parole (…)” . L’autrice non esita, a tal fine, a servirsi delle pratiche più varie e delle più giovani forme di espressione che sembrano garantirle un approccio più immediato con lo spettatore: è, infatti, nella reciprocità del dialogo con l’altro e nel recupero di un’attenzione alla corporeità, ad un sentire olistico ed emozionale, subordinato in Occidente al valore del raziocinio, che Ketty La Rocca prende, gradualmente, consapevolezza di sé.
Le pratiche intermediali si fanno così per lei laboratorio alchemico in cui smontare pezzo per pezzo “gli strumenti del comunicare” canonici, per poi rifonderli in opere ibride che permettano un’interazione profonda, autentica e primigenia con il proprio simile.
È qui che si coglie l’importanza di quest’artista che, nel muoversi con attitudine nomade, aliena a qualsiasi costrutto ideologico tra i vari mezzi espressivi – tra cui si ricordano: il collage, le attività performative, le installazioni, non ultimo il video e il linguaggio televisivo – anticipa il carattere fluido e polimorfo di molte opere attuali.
Nei primi tre capitoli dello studio in oggetto si è messo in luce il contesto in cui prende le mosse il lavoro dell’artista, con particolare attenzione al panorama fiorentino, alla poesia visiva, al Gruppo 70 e alla sua attività interdisciplinare, mostrando quanto questa si ponga in linea con ricerche del passato e sia antesignana di pratiche attuali.
Nel quarto capitolo si è analizzata la poesia visiva di Ketty La Rocca — e la sua ossessione per il linguaggio — attraverso la lettura di alcune opere, rilevando come queste contengano già in nuce tematiche che saranno fulcro della sua attività successiva e che l’avvicinano a molte altre artiste a lei contemporanee e oltre.
Nel quinto capitolo si è cercato di far emergere il corpus di opere, progetti, testi e azioni meno studiati dell’artista, per mettere a fuoco una sua fase di intensa ricerca da cui affiora il bisogno di trovare un mezzo d’espressione che la rispecchi interamente e le permetta un più intimo dialogo con lo spettatore.
Nel sesto capitolo, che si pone in linea con il precedente, si è proceduto all’analisi di tutte quelle forme d’espressione intermediali praticate dall’artista che, se frutto della sua profonda consapevolezza riguardo alla valenza della gestualità — riabilitata a mezzo comunicativo primario e autentico — rappresentano pionieristiche incursioni in campi ancora poco noti, pur nel rispetto di un confronto con la più alta tradizione figurativa fiorentina.
Per quanto riguarda il metodo di ricerca, oltre alla consultazione di saggi, articoli e cataloghi di esposizioni, si è imposto il ricorso a numerose fonti orali per supplire alla frammentarietà e, spesso, ripetitività degli studi imperniati su La Rocca, da cui emerge il calore, l’affetto e la stima per l’artista prematuramente scomparsa. Inoltre, per far chiarezza sul ruolo svolto dall’autrice nella trasmissione televisiva Nuovi Alfabeti, si è resa necessaria la consultazione del Catalogo Multimediale della RAI e, dopo averne identificato il regista, Gabriele Palmieri, un confronto con questi.

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IV Introduzione La necessità di soffermarsi su una personalità quale quella di Ketty La Rocca ― sebbene negli ultimi anni si vada intensificando l’attenzione alla sua opera attraverso esposizioni nazionali ed internazionali ― nasce dalla constatazione della presenza nella sua attività di aspetti interessanti non ancora messi sufficientemente in evidenza, che ne fanno, a tutt’oggi, una figura di grande attualità nel panorama artistico contemporaneo. Ketty La Rocca fa parte di quella schiera di artisti nazionali che “hanno sopperito personalmente, con inventiva notevole, alle oggettive carenze dell’organizzazione culturale (…)” 1 in un contesto come quello europeo, martoriato e impoverito dai due conflitti mondiali, mentre si andava consolidando l’egemonia culturale ed economica statunitense. Tuttavia, se in questo quadro, tradizionalmente, si attribuisce alla Toscana e, in particolare, a Firenze ― luogo dove si svolge la breve, ma intensa, attività dell’artista ― un accentuato bradipismo ed una crescente marginalizzazione, è proprio ripercorrendo le tappe della sua carriera che si scopre un fermento e una capacità di iniziativa che, intessendo un vitale tessuto connettivo, spesso ne sostengono l’attività. La revisione di questo aspetto, centrale anche per la contestualizzazione di La Rocca, si è innescata, fortunatamente, a partire dall’esposizione Continuità. Arte in Toscana, 1945-2000 2 , occasione in cui è emerso che: 1 Lucilla Saccà, Originalità ed autonomia della neoavanguardia italiana degli anni ’60 e ’70. Alcuni esempi, “Ottonovecento, 1-2, 1999, p. 73. 2 Nel 2002 si apre in Toscana la mostra Continuità arte in Toscana 1945-2000 2 , che si propone l’ambizioso obbiettivo di ripensare alla situazione del contemporaneo in Toscana, mettendo ben in luce le figure che meritano di emergere nel panorama nazionale e il variegato, ricco contesto che ha permesso il crearsi di queste personalità. La mostra è scandita in tre sezioni, che si distribuiscono su Firenze, Pistoia, Prato, rispondenti ad un criterio cronologico: una prima fase che si spinge dal dopoguerra, 1945, fino agli anni sessanta, 1967; una seconda che aprendosi con l’autunno caldo del 1968 si chiude con la svolta radicale imposta dal crollo del muro di Berlino, accompagnato dal tramonto delle ideologie; una terza, infine, che dal 1969 arriva ai nostri giorni, 2000. Come si vede, l’arco temporale coperto dalla mostra è suddiviso secondo avvenimenti appartenenti alla sfera internazionale che hanno certamente avuto ripercussioni anche nel locale. Cfr. Continuità: arte in Toscana 1945-200. Regesto generale, a cura di Bruno Corà, Maschietto, Pistoia, 2002

Tesi di Laurea

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Elena Del Becaro Contatta »

Composta da 337 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.