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L'abnormità dell'atto processuale

L’abnormità è categoria concettuale di costruzione giurisprudenziale, la cui elaborazione ebbe inizio poco dopo l’entrata in vigore del codice Rocco per la necessità di salvaguardare insopprimibili esigenze di giustizia sostanziale.
In particolare, ad ispirare lo sforzo creativo della giurisprudenza è stato il proposito, segnatamente equitativo, di assoggettare a gravame quei provvedimenti che, per la singolarità e la stranezza del loro contenuto, si pongono al di fuori non solo delle singole norme, ma dell’intero ordinamento processuale e che, essendo affetti da vizi tanto gravi e grossolani da doversi ritenere assolutamente imprevedibili dal legislatore, rischierebbero di sfuggire ad ogni possibilità di censura in forza del principio di tassatività delle nullità e del principio di tassatività dei casi di impugnazione.
Pertanto, di fronte all’assurdo di un provvedimento incompatibile con il nostro ordinamento giuridico, ma sottratto ad ogni rimedio, dottrina e giurisprudenza hanno enucleato la nozione di abnormità, attribuendole, consapevolmente, la funzione di legittimare la deroga ai suddetti principi e la conseguente ammissibilità del ricorso per cassazione contro i provvedimenti abnormi.
Volendo dare una definizione per genere prossimo e differenza specifica, si può affermare che l’abnormità è un difetto di potere che incide sul meccanismo di progressione processuale, determinandone un arresto non altrimenti rimediabile, nella forma della stasi o della regressione ad una fase anteriore.

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1 CAPITOLO I LE FORME DI INVALIDITÀ DELL’ATTO PROCESSUALE § 1. L’atto processuale valido. Per atto processuale ( 1 ) valido s’intende l’atto giuridico avente rilevanza nel procedimento, conforme allo schema legale tipico e idoneo a produrre stabilmente i suoi effetti. Il primo requisito formale, essenziale ai fini della validità dell’atto, si esprime, tradizionalmente, con la locuzione “esistenza giuridica”, da non confondere, questa, con la nozione materiale di esistenza, poiché non è sufficiente, perché sia valido, che l’atto esista in rerum natura, dovendo avere, anche, rilevanza per il diritto. In secondo luogo, la validità esige la perfezione dell’atto, ossia la corrispondenza di questo alla fattispecie legale astratta. Infine, l’atto esistente e perfetto dev’essere compiuto nel rispetto dei termini stabiliti dalla legge, giacché dall’osservanza delle relative disposizioni dipende, nondimeno, l’idoneità dell’atto a produrre stabilmente i suoi effetti ( 2 ). ( 1 ) «Quando, a proposito degli atti in procedura penale, si parla di atto “processuale” si adopera l’espressione in senso generico ed ampio,comprensivo anche della fase procedimentale»: M. MORELLO, Il nuovo processo penale-Parte generale, Cedam 2000, p. 599. V., anche, G. SANTALUCIA, L’abnormità dell’atto processuale penale, Cedam, 2003, p. 141: “Dell’atto processuale la legge non fornisce una definizione e ciò ha impegnato la dottrina nell’individuazione della relativa nozione, scontando difficoltà ermeneutiche imputabili già alla pluralità di significati, che il termine «atto» assume nel linguaggio giuridico, ed alle incertezze evidenziate nel delineare soprattutto il momento di inizio del processo penale e quindi nel fissare le condizioni per l’attribuzione all’atto della qualificazione di «processuale»”. La definizione accolta dall’autore è quella che considera atto processuale “«qualunque atto giuridico che risulti rilevante ai fini di un processo» e che, in aggiunta, «venga a realizzarsi in sede processuale»”. ( 2 ) Cfr. A.A. DALIA - M. FERRAIOLI, Manuale di diritto processuale penale, Cedam, V ed., 2003, p. 429. In tal senso anche E. FORTUNA - S. DRAGONE - E. FASSONE - R. GIUSTOZZI, Nuovo manuale pratico del processo penale, Cedam, 2002, p. 357, secondo i quali “l’atto processuale perfetto è quello che si conforma alla fattispecie legale sia nella sostanza che nella forma e nei termini. È, in altre parole, l’atto immune da ogni vizio, e per ciò stesso è anche efficace, salvo che l’efficacia sia paralizzata da una condizione o clausola intrinseca (nel qual caso l’efficacia non viene meno, trattandosi solo di una sospensione o rinvio degli effetti dell’atto, come avviene, ad esempio, in tema di condanna sottoposta a sospensione condizionale della pena). Peraltro, non c’è correlazione piena tra perfezione ed efficacia, perché se è vero che l’atto perfetto è sempre efficace (nei limiti di quanto appena avvertito), quello imperfetto può nondimeno produrre tutti gli effetti o almeno molti o alcuni degli effetti previsti per la categoria o tipo di atti cui appartiene”.

Tesi di Laurea

Facoltà: Giurisprudenza

Autore: Maria Carmela Altieri Contatta »

Composta da 126 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.