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Sognatori e ribelli: gli adolescenti in "Zéro de conduite" e "Les 400 coups"

Informazioni tesi

  Autore: Emanuela Perozzi
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2007-08
  Università: Università degli Studi Roma Tre
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Scienze e tecnologie delle arti figurative, musica, spettacolo e moda
  Relatore: Ivelise Perniola
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 94

«Ogni film tende ad innalzare il mondo dal caos iniziale, dai limbi dell'assenza. Lo sguardo vergine dell'artista è alla base di ogni possibile creazione, e il mondo rinasce nell'occhio di ogni bambino, come se prima non fosse mai esistito. […] L'arte dell'infanzia simboleggia la verginità prima del disinganno, prima della perdita del sé, prima dell'alienazione sociale […] L'infanzia è il punto di partenza di ogni cosa e il cinema, in quanto edificio costruito sopra la supremazia di uno sguardo, elegge così l'infanzia a sovrano della propria arte.»

La storia del cinema annovera registi che più di altri hanno conservato intatto lo stupore del bambino di fronte alle cose nuove e sconosciute che osserva per la prima volta: senza filtri né scissioni, quello del bambino è uno sguardo che non vede altro che la verità.
Dentro un discorso così complesso e affascinante, il cinema si può inserire, in virtù della sua straordinaria forza comunicativa, per restituire un po’ di quella verità che gli adulti hanno dimenticato in ragione della razionalità e dell’ordine.
Lo scopo di questo lavoro sarà proprio quello di provare a raccontare due registi che, attraverso la loro opera e il loro coraggio di mettersi in discussione come individui ed artisti liberi, hanno portato sul grande schermo della loro epoca una trasgressione e un movimento rivoluzionario che, appunto, solo un bambino, o un adulto che non ha perduto la capacità di esserlo, avrebbe potuto realizzare.
Jean Vigo e François Truffaut, accomunati dalla continuità storica e dallo stesso triste destino di una morte prematura, hanno realmente dato uno scossone all’ipocrisia che caratterizzava la rappresentazione dell’infanzia nel mondo del cinema, consegnando in primo luogo allo spettatore i conflitti e le lacerazioni della propria infanzia, del proprio vissuto intimo e irrisolto di cui si sentivano depositari.
Il primo con Zéro de conduite raccontava gli anni dell’adolescenza trascorsi in un collegio duro e disumano nella Francia degli anni ’30, concentrando il suo sguardo sull’enorme distanza tra la desolazione del mondo degli adulti e la sensibilità assoluta dell’universo dei ragazzi. Il secondo con Les 400 coups raccoglieva l’eredità del predecessore, scomparso a soli 29 anni, e alla fine degli anni ’50 “spaccava” i residui di perbenismo borghese della sua Francia proponendo immagini di una bellezza e una poesia totalizzante che potessero dare voce a tutti quegli adolescenti che si ribellano al vuoto degli adulti, alla loro profonda incapacità di sentirli con la pancia, elevandoli al di sopra di tutte le etichette che si sentono affibbiare, portandoli oltre la sconfitta che sentono pesare sulle loro spalle.
Attraverso un’analisi e una valutazione che vuole puntare in primo luogo sul significato profondo che questi due film e questi due grandi artisti ci hanno lasciato in eredità, il lavoro che sta per iniziare cercherà di seguire quel filo invisibile che si dipana in un percorso di evoluzione della società, dalla censura inflitta a Zéro de conduite dalla sua uscita nel 1933 fino al 1945, per arrivare alla vera e propria rivoluzione conquistata nel 1959 da Truffaut quando Les 400 coups diede il via all’onda nuova del cinema mondiale; ma tenterà anche di sottolineare come nessuna “rivoluzione” possa compiersi senza passare per un’evoluzione dei rapporti umani e senza la fondamentale trasformazione degli individui e delle dinamiche di costruzione di rapporti ed affetti più validi, più veri e sinceri, legati alla dimensione inconscia del bambino e dell’artista.

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1 Introduzione «Ogni film tende ad innalzare il mondo dal caos iniziale, dai limbi dell'assenza. Lo sguardo vergine dell'artista è alla base di ogni possibile creazione, e il mondo rinasce nell'occhio di ogni bambino, come se prima non fosse mai esistito. […] L'arte dell'infanzia simboleggia la verginità prima del disinganno, prima della perdita del sé, prima dell'alienazione sociale […] L'infanzia è il punto di partenza di ogni cosa e il cinema, in quanto edificio costruito sopra la supremazia di uno sguardo, elegge così l'infanzia a sovrano della propria arte.» 1 La storia del cinema annovera registi che più di altri hanno conservato intatto lo stupore del bambino di fronte alle cose nuove e sconosciute che osserva per la prima volta: senza filtri né scissioni, quello del bambino è uno sguardo che non vede altro che la verità. Dentro un discorso così complesso e affascinante, il cinema si può inserire, in virtù della sua straordinaria forza comunicativa, per restituire un po’ di quella verità che gli adulti hanno dimenticato in ragione della razionalità e dell’ordine. Lo scopo di questo lavoro sarà proprio quello di provare a raccontare due registi che, attraverso la loro opera e il loro coraggio di mettersi in discussione come individui ed artisti liberi, hanno portato sul grande schermo della loro epoca una trasgressione e un movimento rivoluzionario che, appunto, solo un bambino, o un adulto che non ha perduto la capacità di esserlo, avrebbe potuto realizzare. Jean Vigo e François Truffaut, accomunati dalla continuità storica e dallo stesso triste destino di una morte prematura, hanno realmente dato uno scossone all’ipocrisia che caratterizzava la rappresentazione dell’infanzia nel mondo del cinema, consegnando in primo luogo allo spettatore i conflitti e le lacerazioni della propria infanzia, del proprio vissuto intimo e irrisolto di cui si sentivano depositari. 1 François Villet, L'image de l'enfant au cinéma, Les editions du cerf, Paris, 1991, p. 111

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