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Le comunità alloglotte nel Meridione d’Italia. Politiche linguistiche e bisogno d'identità nella nuova era glocale

Informazioni tesi

  Autore: Vincenzo Bruno
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2004-05
  Università: Università degli Studi di Bologna
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Scienze della Comunicazione
  Relatore: paolo prof. Leonardi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 323


Sono questi i piccoli universi delle minoranze e delle alloglossie, per i quali ci si aspetta che la comunicazione possa, se non risolvere una volta per tutte le contraddizioni e i conflitti mai sopiti, almeno innescare il cortocircuito necessario ad avviare la microrivoluzione. E questa “microrivoluzione” – sarebbe il caso di dire “macro” se si pensa agli effetti legati ad un’”alterità” salvata – è in parole povere la riappropriazione culturale della dignità di lingua e di persona.

Siamo nel bel mezzo della parabola del villaggio globale, ma le circostanze danno l’allarme di un tempo ormai maturo per altre dimensioni, sia dal punto di vista sociale e culturale, che politico ed economico. Circa seimila le lingue classificate approssimativamente oggi nel mondo, ma delle quali un centinaio e rotte parlate da circa il 90 per cento della popolazione mondiale. Anche se in un’introduzione ci si dovrebbe occupare il meno possibile di numeri e previsioni, la disparità parla da sé.

Una disuguaglianza che non è solo il tornaconto storico e politico-linguistico dell’evoluzione “naturale” delle lingue. Si tratta soprattutto di equazione prodotta ad hoc: le lingue sapientemente messe a tacere, trascurate dalla società dell’informazione, imbavagliate e tribalizzate dentro le comunità saranno lingue “minoritarie”, i soggetti che le preservano dall’oblìo e dall’umiliazione, parlanti “minoritari”, le storie che raccontano, le arti che custodiscono in segreto, i comportamenti che respirano una mentalità, anch’essi verranno chiamati “minoritari”.

Le lingue di minoranza passano attraverso fasi di vita in maniera uguale ad ogni parlante. C’è quando sanno di possedere un tesoro culturale distintivo incalcolabile, quando sanno di rappresentare l’esotico oggetto del piacere verso il “diverso”, oppure quando sanno che la propria vita è in pericolo o quando si ritrovano agonizzanti sul letto di morte. Italo Calvino apostrofò le tendenze all’omicidio di lingua dicendo : “Quando muore un idioma, muore anche il popolo che lo parla”. Forse coinvolgendo un dono sì grande qual è la vita di tanti esseri umani, si può lanciare l’allarme, avrà pensato lo scrittore.

Così lo studio sulle minoranze etnico linguistiche è in grado di costruire ponti tra lo spazio della lingua, con annesse le problematiche sociali e culturali, e lo spazio della comunicazione, che oggi più che mai denota e allo stesso tempo connota la vita e lo scambio reciproco. Tra la parlata di minoranza ed il singolo parlante/membro esiste pertanto simmetria perfetta poiché le fasi alterne attraverso cui s’insinuano entrambi inciderebbero di modo reciproco sulla produzione di esperienze vissute e sulla progettazione e costruzione della vita futura.

Molti altri ponti naturalmente stanno a collegare i due territori denominati “lingua” e “comunicazione”. Alcuni edificati dai quadri normativi di tutela, altri eretti grazie al recupero delle tradizioni e dell’identità, dalle politiche linguistiche tese alla salvaguardia o, all’inverso, alla dimenticanza, altri dall’intervento ecoculturale della società civile, dalle proposte sulla tolleranza e convivenza interetnica, altri dai tentativi di lettura storica non revisionista, altri dai nuovi modelli dello sviluppo sostenibile per il territorio, altri…


Ad uno sguardo più attento, il ponte è fornito di un’infinità di pilastri, grandi e piccoli. Rappresentano le spinte volontaristiche e solidaristiche degli attori sociali che “sono minoranza”, o che ruotano attorno alla galassia delle minoranze. Abbiamo in tal modo ritagliato le vie di fuga di un discorso che tenda al (ideale? utopico? fattibile?) transito verso una “cultura della minoranza” in un futuro non eccessivamente remoto, «patrimonio delle nazioni, da salvaguardare non solo all’interno dei propri confini nazionali, ma a livello più generale, in uno spirito di collaborazione e pluralismo» .

Una cultura nuova da fondare e su cui credere, che riesca a passare agevolmente dagli interessi omologanti della globalizzazione a quelli particolaristici delle comunità locali, senza essere viziata e cimentandosi nelle pieghe del glocale e dei modelli alternativi di sviluppo; che sappia imporre essa stessa una rotta dritto al rispetto e alla tutela effettiva, fuorché questa imposizione non si sveli figlia della vendetta verso la maggioranza, ma il giusto compenso per le lotte sociali e culturali delle realtà marginalizzate da e nel mondo ; che sappia infine esporre il diritto alla diversità nella veste dogmatica di assunto mai più controvertibile. Un diritto che ha già pensato la vita ad insegnarci, biologicamente e culturalmente parlando.

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INTRODUZIONE A chi fosse, per curiosità, puro caso o stimolo militante, spinto a percorrere il territorio compreso tra “lingua” e “comunicazione”, suggerirei di non prendere scorciatoie, d’impiegare anzi più tempo prima di tornare indietro e ritirarsi. Ci si può difatti imbattere in posti sin da subito riconoscibili, altri ci sembrerà di aver già visto, familiari e non alieni alla memoria. Molti altri sono invece luoghi da sempre esistiti ma di cui nessuno conosce il nome, o di cui ben presto ci se lo dimentica. Sono questi i piccoli universi delle minoranze e delle alloglossie, per i quali ci si aspetta che la comunicazione possa, se non risolvere una volta per tutte le contraddizioni e i conflitti mai sopiti, almeno innescare il cortocircuito necessario ad avviare la microrivoluzione. E questa “microrivoluzione” – sarebbe il caso di dire “macro” se si pensa agli effetti legati ad un’”alterità” salvata – è in parole povere la riappropriazione culturale della dignità di lingua e di persona. Siamo nel bel mezzo della parabola del villaggio globale, ma le circostanze danno l’allarme di un tempo ormai maturo per altre dimensioni, sia dal punto di vista sociale e culturale, che politico ed economico. Circa seimila le lingue classificate approssimativamente oggi nel mondo, ma delle quali un centinaio e rotte parlate da circa il 90 per cento della popolazione mondiale. Anche se in un’introduzione ci si dovrebbe occupare il meno possibile di numeri e previsioni, la disparità parla da sé. Una disuguaglianza che non è solo il tornaconto storico e politico-linguistico dell’evoluzione “naturale” delle lingue. Si tratta soprattutto di equazione prodotta ad hoc: le lingue sapientemente messe a tacere, trascurate dalla società dell’informazione, imbavagliate e tribalizzate dentro le comunità saranno lingue “minoritarie”, i soggetti che le preservano dall’oblìo e dall’umiliazione, parlanti “minoritari”, le storie che raccontano, le arti che custodiscono in segreto, i comportamenti che III

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