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La disoccupazione e la tassazione del fattore lavoro

I paesi dell’Unione Europea presentano oggi, nel loro complesso, un tasso di disoccupazione relativamente alto e comunque di molto superiore a quello degli Stati Uniti. Di certo non esiste una sola causa, ma un insieme di fattori. Molte spiegazioni pongono l’accento sul rigido quadro di riferimento e su economie fortemente regolamentate che si combinano con fattori quali la presenza di forti sindacati, gli alti salari minimi e l’elevato sostegno sociale. Negli ultimi anni però, ed in particolar modo dai rappresentanti dei datori di lavoro, è il livello di tassazione del lavoro che viene considerato come uno dei fattori più importanti per spiegare l’elevata disoccupazione, poiché essa incide in maniera diretta sul costo totale del lavoro. L’obiettivo principale di questa tesi è di analizzare l’effetto del cuneo fiscale sulla disoccupazione, con particolare riferimento al mercato del lavoro italiano.
L’Italia mostra valori di disoccupazione leggermente più elevati rispetto alla media europea e registra forti differenze interne (circa 4% al Nord e 13,2% al Sud ).
Nel 2005, l’ampiezza del cuneo fiscale in Italia, senza considerare l’Irap, è pari al 45,5% della retribuzione lorda di un lavoratore tipo dell’industria: la media dei paesi OCSE è del 37,3 % , mentre Usa e Giappone hanno valori inferiori al 30% . Il nostro paese gode di un vantaggio competitivo solamente rispetto a Belgio e Germania ma in tali sistemi economici la distribuzione di tale onere penalizza meno le aziende che i lavoratori (per ogni 100 Euro di retribuzione netta percepita, in Germania, il prelievo statale a carico dei lavoratori è 34,7 mentre quelli a carico dell’azienda 34,7; in Belgio il lavoratore versa 24 e il datore 50; mentre in Italia il lavoratore versa 13 ma il datore 54) . Un elevato livello del prelievo dello Stato sul costo del lavoro crea delle distorsioni allocative e frena lo sviluppo. Inoltre contribuisce ad alimentare due fenomeni:
1) la scarsità di Investimenti Diretti Esteri visto che la pressione fiscale è uno dei fattori presi in considerazione nelle scelte di investimento (nell’area Euro solo la Grecia presenta valori inferiori);
2) un’elevata economia sommersa (stimata attorno al 15-17% del Pil ) visto che un onere fiscale elevato costituisce un incentivo all’evasione sia per i lavoratori che per gli imprenditori.
Entrambi questi fenomeni incidono negativamente sul mercato del lavoro riducendo la maggior occupazione potenzialmente disponibile.
A tal proposito, da più parti si spinge verso una riforma del sistema fiscale che sia più vantaggiosa per le imprese, al fine di rilanciare l’economia e l’occupazione così come dimostra l’esperienza di altri paesi ed in particolar modo dell’Irlanda. Il risanamento della finanza pubblica è però una condizione essenziale, per evitare che una riduzione delle entrate non bilanciata da minori spese porti alla creazione di un debito insostenibile.
Se i primi interventi statali sono stati a favore di una maggior flessibilità delle figure contrattuali, le successive richieste di riforma fiscale sembrano si siano fatte sentire ed in effetti nella finanziaria 2006 è stato introdotto il taglio del 1% del cuneo contributivo. Questo provvedimento non è però sufficiente e si aspettano ulteriori tagli nei prossimi anni, anche in seguito alla probabile riforma che vedrà l’abolizione dell’Irap, dichiarata dalla Corte di Giustizia Europea incompatibile con la Sesta Direttiva Iva.

Partendo da alcune considerazioni circa l’elevato valore della disoccupazione in Europa e in Italia, maggiore che altrove, nel primo capitolo abbiamo cercato di analizzare i fattori che determinano la disoccupazione e le possibili politiche di intervento. Nel secondo capitolo passiamo ad analizzare più in particolare uno di questi fattori: la tassazione del lavoro. Essa risulta costantemente in crescita e strettamente connessa al costo del lavoro, fattore centrale nella scelta della quantità di lavoro domandata dagli imprenditori. L’analisi del costo del lavoro in Italia è stata svolta nel terzo capitolo. Nel capitolo successivo, abbiamo analizzato gli effetti del cuneo fiscale sugli Investimenti Esteri, con particolare riferimento al mercato italiano. Nel quinto capitolo abbiamo considerato la relazione esistente tra cuneo fiscale e lavoro sommerso e le conseguenze sulla disoccupazione. In conclusione, nell’ultimo capitolo, ci siamo soffermati invece sui principali suggerimenti per intervenire sul problema della tassazione del lavoro e sull’iniziativa di riforma avviata dal governo.

Quello che si è cercato di dimostrare è che pur essendo la disoccupazione influenzata da molti fattori, differente tra paesi e non risolvibile mediante soltanto una riforma fiscale, tuttavia una adeguata riduzione del cuneo fiscale può alleviare il problema e aiutare il rilancio dell’economia (come già avvenuto per altri paesi) in particolar modo in Italia dove mostra valori particolarmente elevati.



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Prefazione Il presente lavoro nasce dalla volontà di comprendere più a fondo alcuni aspetti legati al problema della disoccupazione ed in particolar modo il peso che un’eccessiva tassazione sul lavoro ha su di esso (in particolar modo in Italia), le sue conseguenze e la volontà dello Stato di intervenire a riguardo. Il lavoro è il pilastro del contratto costitutivo della nostra società, ossia della Carta Costituzionale, che esordisce affermando che “L’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro” (art. 1). Non è solo una proposizione di principio, la Carta infatti continua affermando che “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendono effettivo questo diritto” (art. 4). Nel Titolo III la Costituzione introduce, poi, la tutela di numerosi diritti per il lavoratore, tra cui quello a una retribuzione dignitosa e proporzionata al lavoro, a un’assistenza sociale in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, e a mezzi adeguati alle esigenze di vita in caso di disoccupazione involontaria. Le politiche pubbliche sono state molto influenzate da questi dettami. La costruzione dello stato sociale ha mirato a realizzare i diritti appena ricordati ma ha dovuto fare i conti con la crescita del debito pubblico ed i risultati sono nel complesso insoddisfacenti. L’elevata disoccupazione e la crisi dello stato sociale pongono in discussione il diritto al lavoro sanzionato dalla Costituzione. Dall’inizio della Prima Rivoluzione Industriale lo sviluppo economico mondiale ed il continuo incremento della produttività, ha prodotto un benessere che si è diffuso grazie alla crescita dell’occupazione e dei salari. Se anche negli anni ’50 e ’60 la domanda di lavoro è aumentata poco nell’industria, è però cresciuta nei servizi pubblici e privati, così che l’esodo agricolo e la disoccupazione postbellica sono state assorbite nei processi produttivi. E’ a partire dalla metà degli anni ’70 che rileviamo i primi sintomi 6

Tesi di Laurea

Facoltà: Scienze Politiche

Autore: Giordano Fedele Contatta »

Composta da 158 pagine.

 

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