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Il pianosequenza: alcuni esempi cinematografici di strategie drammaturgiche

La tesi “IL PIANOSEQUENZA: ALCUNI ESEMPI CINEMATOGRAFICI DI STRATEGIE DRAMMATURGICHE” si propone di riflettere sulle potenzialità narrative e drammaturgiche del pianosequenza. L’elaborato è strutturato in quattro capitoli: tempo, spazio, personaggio e teatro; essi rappresentano le funzioni principali che un long take può valorizzare drammaturgicamente. La storia del cinema ci offre diversi esempi in proposito e molti registi, fra i più illustri, ne hanno fatto uso.
Chi se ne è servito per conservare al cinema l’unità temporale: Hitchcock e De Palma per conferire suspense, Antonioni per trasmettere ansia e frustrazione di un’attesa, Sokurov per viaggiare nella fluidità, nella fugacità e nella storicità temporale, Noe per invertire lo scorrere del tempo.
Chi invece ha usato il long take valorizzando la funzione drammaturgica dello spazio sul quale gli autori hanno interamente basato la macchina narrativa del film: Welles e la sua “distanza sociale”, Antonioni e il suo spazio ciclico metafora della vita, Fincher e il suo spazio irreale e virtuale.
Chi ancora ha sfruttato la sequenzialità della ripresa per tratteggiare un personaggio del racconto: Altman per i suoi set up iniziali, Pasolini per i suoi ritratti poetici, Van Sant per pedinare e documentare, Garcia per affrescare.
Chi in ultimo se ne è servito al fine di conservare la teatralità nel cinema: Rossellini per non tradire l’impianto drammaturgico firmato da Cocteau, Olivier per documentare un vero e proprio allestimento teatrale, Lumet per enunciare-denunciare la teatralità del suo soggetto, Moore per salvaguardare la scena madre di un commuovente dramma.
Alla luce di questo studio emerge che i drammaturghi che hanno fatto buon uso del pianosequenza hanno sempre fatto coincidere una “fase” della struttura del racconto con esso: ecco allora che una premessa (Omicidio in diretta, I Protagonisti), un catalizzatore (Panic Room), un’ironia drammatica (L’infernale Quinlan), una svolta (La parola ai giurati, Una finestra nella notte), un climax (Cronaca di un amore), un finale (Professione: Reporter), o tutti questi messi insieme (Nodo alla gola), possono essere valorizzati dall’unità narrativa del long take.
Questi motivi hanno comportato l’esclusione dal mio percorso di cineasti come Godard, Kiarostami, ma anche dello stesso Welles (ho analizzato solo uno dei suoi film, tralasciando Quarto potere e L’orgoglio degli Amberson), e tanti altri che hanno sfruttato il long take prevalentemente per un fine registico e/o stilistico più che drammaturgico.
Una veloce carrellata, quindi, dalla drammaturgia classica anni quaranta a quella moderna digitale (con Panic Room, Arca Russa e 9 vite di donna), che prende in considerazione e analizza un solido costrutto narrativo per raccontare, in modo originale e strategico, una storia al cinema.

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4 INTRODUZIONE “Il cinema è un pianosequenza infinito che esprime la realtà con la realtà. C’è sempre davanti a ognuno di noi una eventuale e virtuale macchina da presa, dallo chassis inesauribile, che <<gira>> la nostra vita da quando nasciamo a quando moriamo.” P.P. Pasolini “Pianosequenza”, “piano sequenza” , “piano-sequenza”: questi i molteplici modi in cui troviamo scritto questo sostantivo in italiano. Tutti arbitrariamente corretti poiché arbitraria è anche la sua traduzione, un po’ troppo letterale. Essa infatti deriva dal francese “plan-séquence” 1 dove i francesi per “plan” intendono inquadratura, mentre in italiano il termine “piano” si riferisce alla dimensione prospettica dell’immagine schermica. Gli americani hanno preferito tradurlo con il termine “long take” e gli inglesi “long shot”. C’è chi insiste, quindi, che sarebbe più corretto parlare di “inquadratura sequenza” o “ripresa sequenza”. In ogni caso questo termine è ormai in uso da tempo, assodato e convalidato, ed è questo che userò nella mia dissertazione, nella forma di “pianosequenza”, scritto tutto unito, e non come parola composta. Ma che cos’è un Pianosequenza? E che rapporto ha con la drammaturgia? Con questo termine si indica una inquadratura così lunga e/o complessa da identificarsi con un’intera unità narrativa. 1 Termine coniato agli inizi degli anni Cinquanta dal critico francese Andrè Bazin, con il quale veniva identificato il cinema della rivoluzione di quegli anni, un cinema che valorizzava più il momento della ripresa che quello del montaggio, dove l’immagine era ritenuta più eloquente della parola.

Laurea liv.I

Facoltà: Scienze Umanistiche

Autore: Andrea Ozza Contatta »

Composta da 155 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.