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Montaigne e la scoperta dell'altro ''radicale''

Informazioni tesi

  Autore: Valerio Colosio
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2004-05
  Università: Università degli Studi di Milano
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Filosofia
  Relatore: Davide Bigalli
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 54

Nel 1571, all’età di 38 anni, Michel de Montaigne decise di abbandonare tutte le cariche e di ritirarsi a vita privata nel suo castello a Bordeaux, per consacrare il resto della vita alle riflessioni filosofiche, condensate in quelli che saranno poi pubblicati come Saggi. In quegli stessi anni, l’Europa è dilaniata dalla guerre di religione, la Sacra Inquisizione, dopo le condanne di Giordano Bruno e Galileo Galilei, continua a massacrare streghe ed eretici e lo stesso fanno i conquistatori europei nel Nuovo Mondo. Il pensatore francese, personalmente scosso per i tragici accadimenti della sua epoca, provò a superare, nelle sue riflessioni, le difficoltà morali e la limitatezza delle fonti di pensiero tradizionale per comprendere quanto stava accadendo. Da umanista, cercò supporto nella tradizione classica e, in particolare, in quello scetticismo tacciato d’immoralità e nel quale, invece, egli troverà proprio quella moderazione e quella tolleranza cui l’Europa si avvicinò solo dopo secoli di guerre ed il quasi totale sterminio delle popolazioni native del continente americano. Proprio alle genti del Nuovo Mondo sono dedicati due saggi divenuti poi celebri, il Dei cannibali ed il Delle carrozze, e la scoperta dell’America, così come le difficoltà affrontate in quel periodo dalla cosmologia tolemaica, costituiscono uno degli spunti fondamentali del pensatore guascone, alla base della riflessione antropologica e filosofica portata avanti nei Saggi.
Provando a ricostruire il contesto generale dell’epoca, le letture e le vicende che influenzarono la formazione di Montaigne, così come le principali opinioni dei pensatori a lui contemporanei, il mio lavoro evidenzia l’originalità del pensiero montaignano in merito alla tematica dell’alterità, fulcro di quelle che saranno le sue innovazioni in ambito morale. Montaigne, infatti, comprese come i drammi che sconvolgevano il suo mondo fossero frutto dell’incapacità della ragione umana di accettare i propri limiti e provare a comprendere ed accettare una qualunque forma di alterità, che si manifestasse come diversa confessione religiosa o come insieme di usanze ed abitudini esotiche. Alla luce della sua impostazione, egli fu il primo a scoprire la radicale alterità delle popolazioni americane, a provare a comprenderle senza la presunzione di ridurle ad una schema precostituito, ad esempio catalogandole come una delle tribù bibliche o, per inverso, di rifiutarle e condannarle come inumane, in quanto estranee alla nostra tradizione di pensiero. Scoprendo questa alterità, Montaigne aprì la strada ad una riflessione più matura e aperta sulla natura umana, sulle leggi che la governano così come sul suo rapporto con il mondo naturale e con l’idea di divino e, cosa ancor più importante, sull’idea di una virtù universale al di là dei singoli contesti valoriali, da cui consegue l’importanza fondamentale della capacità di comprensione e tolleranza, conclusioni tanto rivoluzionarie quanto attuali.

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INTRODUZIONE Con questo lavoro è mia intenzione provare a ripercorre le modalità di analisi e definizione dell’altro nel pensiero di Montaigne, in particolare di quello che, mutuando termini già utilizzati da Tzvetan Todorov e Francesco Remotti, ho definito nel titolo l’altro «radicale», ossia un’alterità per la cui comprensione non era possibile ricorrere ad alcuna classificazione precedente, dato che se ne era totalmente ignorata l’esistenza. La scoperta dell’America, infatti, rappresentò un incontro unico in quanto a straordinarietà, poiché per la prima volta gli europei si trovarono di fronte ad un altro che non poteva essere ricondotto a nessun modello tradizionale, con la conseguente necessità di una profonda revisione dei propri metodi di analisi e concettualizzazione dell’alterità. Le difficoltà incontrate in tale processo emergono con chiarezza nelle tragiche circostanze che seguirono il primo sbarco: afferma Todorov che “se c’è un caso in cui si può parlare, senza tema di smentita, di genocidio, è proprio questo”, giacché su circa 80 milioni di persone che abitavano ai tempi della scoperta il Nuovo Mondo “verso la metà del XVI secolo (...) ne restano 10” 1 . Non si vuole, con questo, rievocare toni e argomenti da Leyenda negra, ma solamente evidenziare la dimensione catastrofica dell’evento, avvenuto, peraltro, parallelamente ad uno dei periodi più violenti che l’Europa ricordi: mentre in America, infatti, tra epidemie e violenze dei conquistadores si realizzava una tragedia di rare dimensioni, il vecchio continente era dilaniato dalle sanguinose guerre di religione; sarà proprio da queste spaventose durezze, tuttavia, che nasceranno concetti e idee di grande importanza, come la tolleranza, la comprensione ed il rispetto dell’altro in quanto tale 2 . Per tutte queste ragioni trovo le analisi montaignane di straordinaria attualità: rileggere quei saggi, composti ormai più di quattro secoli fa, è di grande aiuto nell’affrontare problematiche ancora oggi all’ordine del giorno e, probabilmente, non si può prescindere dal monumentale lavoro dello scrittore guascone per trattare concetti come «barbarie», «civiltà», «costume», «tradizione». 1 Tzvetan Todorov, La conquista dell’America. Il problema dell’«altro», Einaudi, Torino, 1984, pg. 162. 2 Si rimanda al giudizio sul XVI secolo espresso da Henry Kamen, Il secolo di ferro, Laterza, Bari, 1975. 4

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filosofia età moderna
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