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La Grande Crisi: analogie e criticità rispetto alla crisi del 1929

Le caratteristiche peculiari dell’economia statunitense degli ultimi decenni del ‘900 risiedono nella rivoluzione microelettronica e della globalizzazione giunte a maturità negli anni ‘90, anticipate e spinte dalla rivoluzione liberale dei primi anni ‘80. Grazie alla svolta reaganiana e monetarista l'economia Usa fu soggetta a una rapida deregolazione e a un’accelerazione nell'apertura all'estero. Postulando un minore intervento dello Stato nell'economia e affidandosi alla capacità dei mercati di autoregolamentarsi, il pensiero neoliberista si tradusse in una spinta liberalizzazione internazionale comportando l'abbattimento dei controlli dei flussi di capitali e smantellando le normative e la regolamentazione sugli strumenti e sui mercati finanziari. Brender e Pisany hanno evidenziato come la congiuntura positiva e il declino dei prezzi registrati dall’economia americana non fossero l'esito di un capitalismo 'puro' di libero mercato, ma il risultato della politica monetaria condotta da Greenspan, con particolare successo dopo il 1995. Negli ultimi decenni, in assenza di gravi tensioni inflazionistiche, le politiche monetarie erano rimaste a lungo espansive comportando una forte crescita degli aggregati monetari e creditizi e una generalizzata riduzione dei premi per il rischio. L’economia mondiale era entrata in una fase nuova, la “Grande Moderazione” caratterizzata da una crescita sostenuta e priva di significative oscillazioni. Nei quattro anni precedenti all’estate del 2007 le condizioni macro-finanziarie apparivano, in superficie, molto favorevoli. L’economia mondiale cresceva vigorosamente, l’inflazione era moderata, la liquidità nei mercati dei capitali era abbondante e il settore finanziario offriva rendimenti notevoli. In questo contesto l’innovazione progrediva rapidamente: si pensi alle cartolarizzazioni. Le banche riconfezionavano i prestiti, soprattutto i mutui ipotecari, per poi rivenderli, liberando così capitali da destinare a nuovi prestiti e distribuendo il rischio tra molteplici operatori. In questo quadro economico l’economia e il sistema finanziario mondiali stavano accumulando squilibri significativi a vari livelli. In particolare l’esuberanza dei prezzi degli immobili e dell’attività di cartolarizzazione aveva agevolato una crescita smisurata del credito. In aggiunta mentre alcuni paesi (Giappone e Cina) risparmiavano in misura eccessiva, altri (Usa e Europa orientale) si indebitavano per finanziare consumi e investimenti. Questi andamenti non erano sostenibili e sarebbe bastata una scintilla per innescare forti turbolenze nei mercati finanziari mondiali. Tutto era pronto per la valanga. Cosa che poi si è verificata nel mercato statunitense dei mutui ipotecari. L’aumento delle inadempienze e delle procedure esecutive immobiliari (foreclosure) ha messo in luce l’esuberanza del mercato degli immobili residenziali, causando il brusco arresto del mercato dei mutui di qualità non primaria, i cosiddetti subprime. I mercati delle cartolarizzazioni si sono paralizzati, le banche hanno dovuto ritrasferire attività dalle società veicolo ai propri bilanci e ha iniziato a sgretolarsi la fiducia nei mercati finanziari. Secondo gli economisti del FMI, i primi a fare un paragone sistematico e puntuale fra il 1929 e il 2008, le due crisi sono uniche nel loro genere e sono straordinariamente simili per cause, profondità ed effetti. Nel WEO 2009, gli economisti del FMI spiegano che le due crisi sono ambedue esplose al centro dell’economia mondiale, nascono da una tempesta finanziaria e hanno un impatto globale. L’innesco, nel 1929 e nel 2008, è identico: la rapida espansione del credito e la creazione di nuovi prodotti finanziari hanno portato ad un indebitamento troppo facile, che ha reso il sistema vulnerabile a improvvisi rovesci. In entrambi i casi, si è pagato un eccesso di ingegnosità degli uomini della finanza. Il 2008 è stato il boom dei mutui immobiliari e dei crediti impacchettati. Il 1929 non fu da meno: boom degli acquisti a rate, finanzieri che compravano in Borsa a credito, dando come garanzia gli stessi titoli che compravano. Sia allora, che oggi, la finanza si è trovata in crisi di liquidità e di finanziamento. Dopo il 1929, la finanza sperimentò una contrazione di fondi, perché la gente corse in massa a ritirare dalle banche i depositi, su cui si reggeva la costruzione del credito. Anche questa volta, secondo gli economisti del Fondo, l’assalto agli sportelli c’è stato, anche se non è avvenuto per strada, grazie all’assicurazione sui depositi dei correntisti, ma nell’ombra discreta degli uffici e dei terminali dei computer. Perché, oggi, il castello del credito si regge, grazie al sistema finanziario ombra, sugli investimenti in titoli e crediti degli stessi istituti. Gli effetti, raccontano gli economisti del FMI, sono identici: le banche vendono a prezzi più contenuti i titoli in cassaforte e chiedono ai debitori di restituire i prestiti, prestando a loro volta sempre meno.

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17 1.1.3 La restaurazione della stabilità monetaria e il ruolo del gold standard Nel gold standard l'oro rappresenta lo standard monetario in ambito internazionale e all'interno dei paesi aderenti. All‟interno del regime aureo ogni moneta aveva una parità metallica fissa, cioè il suo valore era determinato da una certa quantità di oro. La moneta cartacea era sempre convertibile e il tasso di cambio fra le monete di paesi differenti si manteneva stabile, in quanto poteva variare solo entro una parità prestabilita. L'epoca del "regime aureo" ebbe inizio tra il 1816-21, quando l'Inghilterra, dopo le guerre napoleoniche, definì la convertibilità della cartamoneta in oro che divenne la forma prevalente di denaro mondiale solo intorno agli anni '60 del XIX secolo. La base aurea venne adottata dalla Germania solo nel 1872 e dagli Usa nel 1900. Oltre al pregio di una intrinseca capacità di autoregolazione attraverso il meccanismo dei flussi di oro, il gold standard garantiva l'equilibrio nel commercio internazionale: eventuali deficit della bilancia dei pagamenti di un paese provocavano un deflusso di oro, una diminuzione dei prezzi, l‟aumento delle esportazioni, ritorno del metallo e un nuovo equilibrio (meccanismo di price-specie-flow). Il sistema bancario non doveva che adeguarsi ai flussi aumentando o diminuendo il tasso di sconto in relazione alla scarsità o abbondanza di riserva metallica (rispetto delle cosiddette "regole del gioco"). La ricerca storica ha però mostrato come fossero frequenti le violazioni di queste regole nel movimento dei capitali, e come gli squilibri della bilancia dei pagamenti fossero compensati, più che dai flussi di oro, da movimenti di capitale a breve termine e, viceversa, afflussi di metallo fossero frequentemente sterilizzati per non accrescere la quantità di moneta all'interno. Il sistema aureo, generalmente visto come una fonte essenziale di prosperità del tardo diciannovesimo e dei primi del ventesimo secolo, fu sospeso allo scoppio della grande guerra. Bordo e Kydland (1990) hanno sostenuto che l‟interruzione in periodo di guerra, seguito da un ritorno all‟oro e alle parità precedenti, debba essere considerato parte del normale funzionamento del regime aureo. Pochi paesi uscirono dalla guerra con i loro sistemi monetari e valutari incolumi: alla fine del 1920 la maggior parte delle monete europee era scesa al di sotto delle parità prebelliche poiché la guerra aveva gravemente indebolito i meccanismi produttivi di numerose economie, provocando problemi di bilancia dei pagamenti e soprattutto la diffusa adozione di metodi inflazionistici di finanziamento. Italia e Francia avevano favorito la svalutazione monetaria, per incentivare le proprie esportazioni, mentre la Germania, travolta dall‟iperinflazione, fu costretta ad

Laurea liv.II (specialistica)

Facoltà: Economia

Autore: Lorenzo Francesca Contatta »

Composta da 254 pagine.

 

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