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Semiosi dell'autenticità e supertestualità evocativa: il branding De Filippi tra lovemark e ritualità

Affrontare in ambito accademico uno studio sul defilippismo, cercando di dare con una disamina critica dettagliata contorni più precisi a un fenomeno di massa indiscutibile, rischia di essere ancora oggi una proposta che anima dibattiti intorno a quali siano gli approcci più giusti per comprendere le forme effimere della cultura contemporanea. Ad una breve ricognizione lo stato degli studi applicati alla gamma di trasmissioni di successo targate Maria De Filippi appare infatti ancora poco sviluppato, e difficilmente si è deciso di concentrare un’intera ricerca sulla complessità di tale fenomeno televisivo, visto nella sua dimensione sincronica e diacronica. Spesso la riflessione è solo tangenziale a discorsi sviluppati intorno alla neotelevisione. Due sono stati finora essenzialmente gli indirizzi interpretativi: una ghettizzazione, che con Bourdieu definiremmo distintiva, che riduce tutto a basso intrattenimento per fasce poco istruite, oppure, dall’altro lato, una negazione radicale sia della forza testuale sia della forte rappresentatività del mondo che tali trasmissioni veicolano sullo schermo. Si prescinda pure dai dati Auditel, dinanzi ai quali aleggia sempre un motivato scetticismo, dovuto anche alla considerazione che è possibile guardare la televisione prestando gradi diversi di attenzione: dal più profondo e totale coinvolgimento allo sguardo distratto che consente al massimo di seguire vagamente il senso. E’ comunque innegabile il radicamento di tali trasmissioni nelle diete mediali italiane, fidelizzazione dimostrabile a partire dalle cifre dei mercati secondari che gravitano attorno al brand De Filippi. Dinanzi a tali evidenze appare necessario proporre nuove tipologie di approfondimenti che, facendo tesoro di riflessioni maturate in altri panorami speculativi, riescano a poter dare nuovi elementi di valutazione. Le pagine che seguiranno, facendo proprio il presupposto che l’estetica televisiva non può essere valutata autonomamente dal contesto di consumo, cercheranno di accogliere gli stimoli riflessivi che provengono da profili di ricerca innovativi, come ad esempio quello jenkinsiano, prezioso nell’approfondimento dello studio dei contesti di produzione e consumo dei testi, o proposte, per alcuni versi rivoluzionarie, come quelle di Fiske, abile nello sviluppo di una concezione in cui la televisione non è più configurata come apparato ideologico egemonico, bensì come campo polisemico generatore di culture televisive pensate come democrazie semiotiche, e per questo obbligate a sostenere i diritti dei lettori. Successi mediatici ed economici che vanno indubitabilmente letti sotto una chiave più specifica, quella del brand della conduttrice, che, quando appare sullo schermo, nonostante la più volte dichiarata antitelevisità del personaggio, è di per se stessa garanzia di una porzione collaudata di ascolti. Prova ne sono tutti i risultati dei talk show a cui ha preso parte, lievitati in share grazie ai suoi interventi. Quasi un culto personale, tanto da essere diventata per molti ormai semplicemente Maria, rubando quasi, se vogliamo con un’esagerazione rendere il fenomeno, lo scettro in molti immaginari alla Madonna, che dopo la De Filippi non è più la Maria per antonomasia. Basti pensare alla scelta di una donna incinta, ospite a C’è posta per te, di chiamare con il nome della conduttrice la figlia in arrivo, come ringraziamento per l’intercessione fruttuosa grazie alla quale aveva recuperato il rapporto con le figlie di primo letto del marito. C’è da prendere in considerazione seriamente, contestualmente a questo culto, il fallimento di trasmissioni in cui la De Filippi ha fatto solo da autrice senza mai apparire in video. Paolo Bonolis è stato il più furbo a comprenderne il seguito fenomenale dedicandole Si cercherà innanzitutto di comprendere i principali meccanismi di identificazione alla base di una fidelizzazione così importante, tentando di stabilire fino a che punto sia stata solo la fedeltà al personaggio, come sostenuto da Aldo Grasso che ne ha accentuato in qualche modo il carattere paternalistico, a dare forza ai programmi creando reti sociali di familiarizzazione, o quanto abbia influito la forza dei format stessi. L’indagine sarà puntualmente arricchita da esempi tratti proprio dalle trasmissioni prese in esame, richiami che sono parte fondamentale del lavoro di scoperta dei meccanismi simbolici e narrativi alla base di una testualità discorsiva così attraente per il pubblico. Il principio fondamentale di stimolo teorico che dominerà l’argomentazione sarà l’eterna compenetrazione tra due isotopie portanti, quella della trasparenza, fino all’estremo dell’antitelevisità, e quella invece della ritualità, tutta tesa a sfruttare al massimo la vocazione familiare dello strumento televisivo.

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Parte prima: Il contesto La democratizzazione dell’immaginario collettivo 1.1 Il ‘filatoio dell’identità’: defilippismo e tv della riflessività semplice Qualsiasi discorso organico sulla televisione contemporanea non può prescindere da una comprensione preventiva e profonda del mondo sociale entro cui i media agiscono. Molto utile per tracciare la cornice entro la quale agiremo risulteranno le considerazioni di Giovanni Boccia Artieri che, nel suo libro dedicato ai media- mondo, delinea il ritratto di una società caratterizzata dall‟impossibilità per il soggetto di ricondurre la propria identità alla propria origine, quel cosiddetto processo di ascrittività ad una classe sociale che consentiva in passato di configurare un trattato biografico di vita a partire già dalla sola dinamica di appartenenza. La comunicazione più recente ha invece dovuto fare i conti con un nuovo sistema, quello in cui ognuno si costruisce da sé configurando da solo i propri percorsi identitari, contando su una socializzazione molto aperta che sposta valori e sicurezze all‟interno del soggetto. Quello su cui Boccia Artieri vuole far riflettere è il passaggio da una società rigida, stratificata per ceti, a una differenziata per funzioni, con la principale conseguenza che viene a cadere un ordine gerarchico e normativo cui ricondurre il punto di vista, una libertà da vincoli che ha un indubbio effetto benefico sull‟aumento della mobilità degli immaginari e delle opportunità generalizzate: è come se, volendo sintetizzare, fosse definitivamente caduta la predestinazione all‟irreversibilità rispetto 11 alle scelte fatte. In questo nuovo contesto situazionale sono spesso i media a fornire la materia prima, utilizzata per fare i conti con 11 Cfr. Giovanni Boccia Artieri, I media-mondo. Forme e linguaggi dell’esperienza contemporanea, Roma, Meltemi, 2004, p. 68 8

Laurea liv.II (specialistica)

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Cristian Traca Contatta »

Composta da 157 pagine.

 

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