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La società del post-lavoro

Informazioni tesi

  Autore: Gabriella De Domenico
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2009-10
  Università: Università degli Studi di Trieste
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze Internazionali e Diplomatiche
  Relatore: Václav  Belohradsky
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 57

La flessibilità del mercato del lavoro rappresenta il problema più grave della generazione nata negli anni Ottanta. Ripercorrere le fasi storiche che hanno attraversato i decenni passati aiuta a capire come in realtà fenomeni che oggi sembrano incontrovertibili abbiano radici nel passato estremamente profonde e sono trascorsi più di vent’anni dai primi sintomi, all’ampio dilagare di quella che abbiamo chiamato la Malattia dell’occidente. Come descritto nel primo capitolo, sono state delle precise circostanze nel mondo dell’economia che hanno portato ad un cambiamento così radicale dell’ambiente lavorativo, quando gli assunti economici e gli equilibri sociali che avevano governato gli anni del boom economico hanno lasciato spazio ad una nuova fase, il post fordismo.
I rinnovamenti strutturali che hanno trasformato così fortemente l’organizzazione aziendale e i contratti lavorativi sono stati la risposta ad una necessità comune: la maggiore flessibilità. Un passaggio dal vecchio sistema produttivo fordista al nuovo postfordista sta nella logica del just in time, appena in tempo, ossia la riduzione di ogni costo fisso pesi nella produzione e vendita di un bene, puntando a produrre solo ciò che è stato venduto o che si prevede in tempi brevi di vendere, appena in tempo. Il lavoro a tempo determinato quindi è solo l’anello di una catena di flessibilizzazione, che è partita dalla domanda di beni e servizi, non più considerata una variabile fissa, e ha toccato ogni componente del processo produttivo, sia capitale che lavoro, per spostare il centro del processo dalla produzione alla vendita. L’esternalizzazione del processo produttivo, l’outsourcing, ha introdotto quindi contratti a breve termine di subfornitura di lavoratori e macchinari in un contesto politico e sociale ancora imperniato invece sul lungo periodo.
Le garanzie offerte dai sistemi previdenziali non erano più in grado di coprire sufficientemente i lavoratori part time, a tempo determinato o chiunque non possedesse una stabilità contrattuale. Ciò ha creato delle faglie nel tessuto sociale che si sono progressivamente allargate e hanno dato luogo a fenomeni quali l’impoverimento del ceto medio, il precariato giovanile, e le sempre più numerose manifestazioni di intolleranza, invidia collettiva e divisione sociale che minacciano l’equilibrio delle società odierne.
Nel secondo capitolo abbiamo analizzato, con l’aiuto di numerose testimonianze dirette di lavoratori che vivono il disagio dell’instabilità sul lavoro e nei rapporti d’identità, le conseguenze che ha sull’individuo la perdita di centralità del lavoro cercando di individuare le ragioni principali che fanno della flessibilità e della precarietà una condizione sociale e culturale generalizzata.
Le difficoltà, quindi, che incontra il lavoratore flessibile non sono solo di tipo economico dato che il ruolo del lavoro non consiste solamente nel rappresentare una garanzia economia, bensì è anche fonte di autostima e auto identificazione, il perno su cui ruotano definizioni di sé, e infine permette un’integrazione nella società. Chi è invece costretto a cambiare spesso occupazione presenta innanzitutto una difficoltà ad associare l’attività che svolge al ruolo che ha nella società (riportando un esempio già citato nel secondo capitolo chi lavora in panetteria difficilmente si può definire un “panettiere”). Ciò è dato dalla temporaneità del lavoro flessibile che non permette una conoscenza approfondita del lavoro per chi lo svolge, e dall’estrema semplificazione delle mansioni che la tecnologia impone e il cui esito è la specializzazione flessibile.
La debole identità lavorativa si accompagna anche alla difficoltà di dare forma e coerenza alle narrazioni biografiche che un lavoratore precario per auto identificarsi deve ordinare, unire e dotare di significato.
Ciò che si evince da questa analisi è l’immagine di una società che progressivamente conta meno sul lavoro come forza motrice del sistema produttivo e come condizione fondamentale dell’integrazione nella società. Una società del post-lavoro dunque in cui all’interno dei processi economici è il capitale ad aver conquistato sempre maggiore influenza a discapito invece del fattore lavoro.

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2 CAPITOLO I La società del post-lavoro Per inquadrare problemi come il precariato o la disoccupazione giovanile bisogna riflettere sullo sviluppo della società postindustriale negli ultimi vent‟anni, da quando le scienze umane intraprendono le prime ricerche sull‟impatto della generale precarizzazione del lavoro sulle società democratiche occidentali. L‟analisi della flessibilizzazione di tutti i campi del sistema produttivo, e del lavoro nello specifico, può essere facilmente inserita in un più ampio quadro che ha due colori chiave, la globalizzazione e la tecnologia. Questi mescolati insieme danno ora un‟immagine chiara ma variegata di una società nella quale il lavoro ha perso il suo valore economico, ideologico e sociale. La tecnologia ha di fatto prima sollevato l‟uomo del carico del lavoro manuale, e poi con l‟informatica da quello del calcolo, lasciando di fatto pochi altri spazi ove il lavoro umano diventa altrimenti insostituibile. Dall‟altra parte la globalizzazione, intrinsecamente legata allo sviluppo informatico, ha dato l‟opportunità ad una più larga fetta di persone di godere di possibilità di lavoro, beni di massa, agio, visibilità mediatica, e welfare. La conciliazione però di un tenore di vita alto con la sua diffusione massiccia tra strati sempre più ampi della società, e soprattutto tra paesi ormai ex-in via di sviluppo, è il lato della medaglia che presenta più ombre. Usando l‟immagine di una torta, più sono i partecipanti a questo tipo di sviluppo, più è ridotta la fetta che spetta ad ognuno. La conseguenza sarebbe l‟emergere di nuove povertà nei paesi occidentali, per impedirlo la crescita economica, ovvero la crescita della torta, diventa l‟imperativo centrale delle economie globali. Vi è inoltre una conseguenza psicologica, una specie di panico identitario che spesso si risolve nell‟odio verso l‟immigrato, nell‟invidia come sentimento collettivo. Queste sono manifestazioni distorte, in realtà si tratta di un panico provocato dalla perdita di valore del lavoro che era, nelle società

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