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DEISSI: dalla Filosofia del Linguaggio al Realismo Esperenziale

Informazioni tesi

  Autore: Matteo Tarsi
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2009-10
  Università: Università degli Studi di Pisa
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Lettere
  Relatore: Carlo Marletti
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 59

La deissi è uno dei più importanti ed al contempo complessi dei fenomeni che emergono nel linguaggio quotidiano. I pronomi personali e dimostrativi, insieme agli avverbi di tempo e luogo vanno sotto il nome di elementi deittici. Quando diciamo, come nel celeberrimo esempio di Frege, “Io sono stato ferito”, il parlante intende che lui, non altri, è stato ferito. Se un'altra persona vuole parlare di colui che è stato ferito deve dire “Tu sei stato ferito” oppure “Egli è stato ferito”, altrimenti può far uso di un nome o di una descrizione definita. Ciò che invece non può fare è usare lo stesso pronome “io”. Da questo esempio si può notare che: (1) i pronomi personali cambiano riferimento in dipendenza da chi ne fa uso e (2) esiste un pronome personale che può essere usato solamente per riferirsi a se stessi. In maniera simile ad “io”, avverbi come “ora” o “qui” sollevano problematiche simili. Questa tesi fa luce sui problemi di senso e riferimento per i deittici sia da un punto di vista filosofico-cognitivo (primo capitolo) che da uno prettamente linguistico-cognitivo (secondo capitolo). Partendo dalla filosofia del linguaggio di Gottlob Frege, la quale getta le basi per lo studio semantico contemporaneo, si analizzeranno i suoi saggi “Su senso e riferimento” e “Il pensiero”. Durante questa analisi verranno messe in luce le definizioni di “senso”, “riferimento” e “pensiero”. Vedremo che le soluzioni proposte da Frege ai problemi (1) e (2) ed anche quello riguardante la differenza di significato cognitivo tra frasi del tipo “a=a” e “a=b” (puzzle di Frege) si rivelano insoddisfacenti. Da qui muoveremo il passo verso la critica alla semantica fregeana di David Kaplan, la quale si oppone all'incomunicabilità degli io-pensieri postulata da Frege. Kaplan sostiene infatti che il “senso” fregeano deve essere diviso in due parti, “contenuto” e “carattere”. Il primo corrisponde alla nozione di intensione, una funzione da mondi possibili a estensioni; il secondo è invece una funzione da contesti a contenuti. Contro l'approccio fregeano ai dimostrativi, Kaplan sostiene che questi esprimono un riferimento diretto e cioè che «essi designano lo stesso oggetto in ogni circostanza valutativa» (K, Taylor, “Truth and Meaning, Blackwell, Oxford 1998).
Vedremo tuttavia che Kaplan non risolve tutti i problemi che emergono dall'approccio fregeano, in particolare quelli che riguardano il significato cognitivo. Esamineremo quindi il lavoro di due critici di Kaplan, William Taschek e Kent Bach. Questi filosofi del linguaggio, secondo la linea della nostra analisi, evidenziano entrambi in maniera unica il problema che soggiace all'approccio kaplaniano. Sebbene Taschek sembri discostarsi da Bach nella sua analisi critica, le loro posizioni possono essere viste in un'ottica simbiotica dal momento che entrambi portano alla luce un problema chiave annidato nel pensiero di Kaplan. William Taschek sostiene che l'errore stia nel considerare il significato cognitivo come parte del carattere di un'espressione, mentre Kent Bach basa la sua critica sul fatto che Kaplan non hadato conto delle intenzioni del parlante che sottostanno all'atto comunicativo. Il problema su cui questi due autori fanno chiarezza è che per la visione oggettivistica della semantica, i significati o sono entità esterne a noi che le afferriamo oppure sono governati da una qualche legge che noi apprendiamo. Nel secondo capitolo verrà visto come la linguistica cognitiva fa fronte a questi problemi. In primo luogo verranno forniti gli strumenti per comprendere su cosa la linguistica cognitiva si basi nelle sue analisi (frame-theory, domini, ICMs ecc.); poi volgeremo la nostra attenzione alle problematiche della deissi in un contesto linguistico-cognitivo, approfondendo in particolar modo l'approccio realistico-esperenziale di George Lakoff in relazione alla filosofia del linguaggio fregeana e ad altre versioni dell'oggettivismo. Sosterrò che uno studio del significato debba comprendere uno studio della dimensione soggettiva del linguaggio. Quest'ultima non deve però essere intesa come un dominio dell'imprevedibile; piuttosto come necessaria per la comunicazione. Il linguaggio deve perciò venir studiato in stretto rapporto sia con le facoltà cognitive sia con il contesto sociale da cui emerge.

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