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La ''femme fatale'' nell'immaginario dannunziano

Informazioni tesi

  Autore: Annalisa Castelluccia
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2007-08
  Università: Università degli Studi di Foggia
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Lettere
  Relatore: Domenico Cofano
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 101

Tra la fine dell'Ottocento e gli inizi del Novecento cominciò a delinearsi in Europa una corrente scientifica e artistica che pose particolare attenzione al binomio donna-origini primordiali. La rivisitazione del pensiero scientifico, secondo le basi della teoria evoluzionistica, generò un'assoluta rivalutazione dell'essere maschile, come l'unico in grado di contrastare l'inesorabile ciclo della natura. Tutto ciò favoriva di fatto la mascolinità, mentre screditava il genere femminile. In seguito a tali concezioni, vari personaggi della scienza moderna, furono indotti a formulare assurde dottrine sulla razza, classe e sesso, che ebbero vasta risonanza soprattutto nel secolo successivo. La medicina cercò di provare che la natura avesse conferito alle donne un istinto primitivo che le rendeva distruttrici, predatrici, streghe, messaggere di morte per il maschio. Questa idea per così dire "scientifica" spinse la massa a considerare le donne temibili nemiche dell'uomo, in grado di esaurire le sue aspirazioni e prosciugargli le energie vitali.
Le suddette affermazioni finirono per influenzare in maniera inevitabile l'intera cultura occidentale e gli stessi mezzi di comunicazione, tanto da crearne un nuovo clichè, quello della donna sensuale con una femminilità attraente e minacciosa, che seduce l'uomo per rovinarlo e distruggerlo. Ciò che mi propongo, è definire il percorso di crescita e di sviluppo di questa nuova immagine di femminilità emergente all'interno della cultura scientifica, e come questa tipologia si ripercuota nell'immaginario letterario e artistico di fine Ottocento e inizi Novecento, analizzando in particolare tale modello all'interno della produzione del grande poeta e scrittore Gabriele D'Annunzio.

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5 Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento cominciò a delinearsi in Europa una corrente scientifica e artistica che pose particolare attenzione al binomio donna-origini primordiali del genere umano. La rivisitazione del pensiero scientifico, secondo le basi della teoria evoluzionistica, generò un’assoluta rivalutazione dell’essere maschile, come l’unico in grado di contrastare l’inesorabile ciclo della natura. Allo stesso tempo, come controbattuta, si assistette ad una generale incriminazione delle donne, considerate solamente utili strumenti necessari alla procreazione. Tutto ciò favoriva di fatto la “mascolinità”, mentre screditava il genere femminile. In seguito a tali concezioni vari personaggi della scienza moderna, furono indotti a formulare assurde dottrine sulla razza, classe e sesso, che ebbero vasta risonanza anche nel secolo successivo. La medicina cercò di provare che la natura avesse conferito alle donne un istinto primitivo che le rendeva distruttrici, predatrici, streghe, messaggere di morte per il maschio. Questa concezione, per così dire “scientifica” spinse la massa a considerare le donne temibili nemiche dell’uomo, in grado di esaurire le aspirazioni dell’uomo e prosciugarli della loro linfa vitale. Tali tesi scientifiche finirono per influenzare la cultura occidentale e i mezzi di comunicazione, tanto da creare un nuovo clichè, quello della donna sensuale con una femminilità attraente e minacciosa, che seduce l’uomo per rovinarlo e distruggerlo. Introduzione

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