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L'arte letteraria di David Foster Wallace e l'estetica postmoderna

Informazioni tesi

  Autore: Andrea Nicita
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2011-12
  Università: Università degli Studi di Roma Tor Vergata
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Filosofia
  Relatore: Giuseppe Patella
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 183

La scelta dell’oggetto di questo lavoro di tesi risponde al desiderio di cogliere nell’opera di David Foster Wallace quella forte tensione tra la ricerca estetica e l’ostinata urgenza di uno sguardo sul mondo e sull’umano come fine ultimo di ogni scrittura narrativa, per giungere ad evidenziare importanti nodi teorici alla base della crisi della cultura contemporanea. Questo aspetto dell’opera di Wallace è stato sinteticamente espresso al meglio dal critico letterario James Wood, il quale, definendola «esteticamente radicale e metafisicamente conservatrice», richiama l’attenzione, appunto, su quella tensione tra la volontà di restare esteticamente fedele ad una epistemologia frammentaria e non-lineare e la necessità di esprimere quella critica morale e quell’urgenza dell’umano così presenti nell’opera dei romanzieri del XIX secolo da lui tanto ammirati. La ricerca estetica in Wallace non è costituita soltanto dalla cifra stilistica e dall’epistemologia ad essa sottesa, rintracciabile indirettamente dalle sue opere narrative, ma, piuttosto, ha costituito, spesso, il vero e proprio oggetto di indagine della sua produzione saggistica come di quella narrativa. Egli, infatti, è stato uno di quei rari scrittori e romanzieri che, oltre a produrre opere di grande narrativa, si è da sempre (pre)occupato di fornire alla sua scrittura dei fondamenti e delle giustificazioni teoriche. In particolare, la sua attenzione, da buon cittadino statunitense nato negli anni '60 e formatosi accademicamente negli anni '80, si è sempre rivolta all’estetica così come si è sviluppata con l’avvento della postmodernità. D’importanza primaria per capire l’opera di David Foster Wallace è, dunque, comprendere il suo rapporto con il postmoderno e le trasformazioni estetiche, ma anche sociali, di cui esso si è fatto portatore. La radicalità estetica di cui parla Wood nasce dalla necessità di rielaborare in qualche modo l’eredità degli scrittori postmoderni (vedi infra Cap. 2). Se l’avvento del postmoderno può essere caratterizzato, in modo sintetico, come la fine delle metanarrazioni di cui parla Lyotard, in favore di una frammentazione sociale, politica e culturale, allora l’estetica di Wallace deve fare i conti con questo scossone in cerca di una propria identità. In questo senso, dunque, l’estetica di Wallace può essere identificata come una «orphanhood aesthetic», cioè come un’estetica nata dalla necessità di confrontarsi con il parricidio compiuto dagli scrittori postmoderni. Dal punto di vista di uno studio estetico ciò significa un confronto serrato con la tradizione in vista di un ripensamento delle forme estetiche e, soprattutto, delle funzioni della letteratura. In questo senso, dunque, l’opera di Wallace può essere considerata, contemporaneamente, esteticamente radicale ma metafisicamente conservatrice: nella misura in cui, cioè, esige per la letteratura il ritorno alla sua validità metafisica ed etica. Per lo scrittore americano oggetto di questo studio, infatti, ogni innovazione estetica deve aver comunque come fine ultimo un richiamo fortemente connotato eticamente. Ridare alla letteratura la possibilità di contribuire alla nostra comprensione del mondo, è possibile, secondo Wallace, solo ripensando l’eredità dell’estetica postmoderna, soprattutto quelle forme deteriori che hanno allontanato la forma letteraria dalla verità umana rappresentata dal lettore, in particolare l’ironia (vedi infra Cap. 4). Il lettore, infatti, nella sua umana libertà è, per Wallace, l’unico obiettivo possibile di una letteratura intesa nella sua accezione più ampia e pregnante (vedi infra Cap. 3). Per uno scrittore della generazione di Wallace, dunque, l’essere orfani significa, non solo confrontarsi con le regole infrante, ma stabilirne di nuove, diventando padri essi stessi. Una paternità che implica inevitabilmente l’assunzione di determinate responsabilità. Per confrontarsi con la libertà del lettore, però, lo scrittore deve ripensare il modo in cui egli stesso intende la propria libertà: la libertà dello scrittore di narrativa deve essere intesa come responsabilità di assumersi il compito di parlare dei temi e delle verità veramente importanti per l’uomo e per la sua comprensione del mondo. Se gli scrittori di oggi non osano «tentare di utilizzare l’arte seria per avanzare certe ideologie» o spunti etici, limpidamente e senza ironia o intenti parodici, così come ad esempio accadeva in Dostoevskij, poiché sicuri di suscitare le risate e l’imbarazzo della gente, ciò forse non accadrebbe, dice Wallace, «se un brano di prosa appassionatamente morale fosse anche ingegnosamente e contagiosamente umano» (vedi infra Cap. 4).

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1 Introduzione Lo scrittore ha scelto di svelare il mondo e, in particolare, l'uomo agli altri uomini, perche questi assumano di fronte all'oggetto così messo a nudo tutta la loro responsabilità. Jean-Paul Sartre – Che cos’è la letteratura? La scelta dell’oggetto di questo lavoro di tesi risponde al desiderio di cogliere nell’opera di David Foster Wallace (1962 – 2008) quella forte tensione, che dovrebbe essere propria di ogni scrittore di narrativa, tra la ricerca estetica e l’ostinata urgenza di uno sguardo sul mondo e sull’umano come fine ultimo di ogni scrittura narrativa, per giungere ad evidenziare importanti nodi teorici alla base della crisi della cultura contemporanea. Questo aspetto dell’opera di Wallace è stato sinteticamente espresso al meglio dal critico letterario James Wood: in un articolo, pubblicato sul The New York Observer pochi giorni dopo la prematura scomparsa di Wallace, egli lo ha definito «esteticamente radicale e metafisicamente conservatore» 1 , richiamando l’attenzione, appunto, su quella tensione, che costituisce il leitmotiv di questo lavoro, tra la volontà di restare esteticamente fedele ad una epistemologia frammentaria e non-lineare e la necessità di esprimere, attraverso la sua opera, quella critica morale e quell’urgenza dell’umano così presenti nell’opera dei romanzieri del XIX secolo da lui tanto ammirati, Dostoevskij su tutti (vedi infra Cap. 4). La ricerca estetica in Wallace non è costituita soltanto dalla cifra stilistica, e dall’epistemologia ad essa sottesa, rintracciabile indirettamente dalle sue opere narrative, ma, piuttosto, ha costituito, spesso, il vero e proprio oggetto di indagine della sua 1 Leon Neyfakh, James Wood on David Foster Wallace, in “The New York Observer”, 15 settembre 2008.

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