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Santi, fiori e bambocciate. Inventari post mortem e consumo d'arte a Torino nel ventennio 1760-1780

L’intento di stilare una tesi sul consumo d’arte nel Settecento a Torino è maturato in particolare dopo la lettura di tre volumi di Carlo Ginzburg, ovvero Indagini su Piero, incentrato sull’analisi extra-stilistica del Ciclo aretino di Piero della Francesca, Miti, Emblemi, Spie e Il formaggio e i vermi. Ciò che ha attirato la mia attenzione è stato l’approccio utilizzato dall’autore per affrontare le tematiche artistiche, nonché l’utilizzo della ‘lente microstorica’ per sperimentare la possibilità di un ricorso sistematico alle fonti d’archivio che, egli sostiene, sostituiscono un supporto ineludibile anche per la storia dell’arte.
Come ha osservato Goldthwaite, le opere d’arte sono state studiate solo di rado dal punto di vista meramente economico, a prescindere dal loro valore artistico ed estetico.
Questa tesi non intende inserirsi in tale filone di ricerca, caratterizzato dai recenti studi di insigni addetti ai lavori – basti pensare agli studi di Berg, Clifford, Ormrod e Pears sull’Inghilterra, di Cecchini su Venezia, di Comanducci su Firenze e di Sicca sul commercio di opere d’arte tra Italia e Inghilterra – ma aspira a proporsi come un banco di prova per testare le potenzialità di una estensione del metodo storico al campo della critica d’arte.
Questa tesi si è posta il fine di analizzare i caratteri e le tendenze del consumo d’arte a Torino in un periodo limitato e circoscritto, il ventennio 1760-1780, attraverso una sistematica ricerca d’archivio volta a reperire eventuali oggetti di interesse artistico negli universi di beni posseduti da un campione di torinesi del periodo.
Gli inventari post-mortem sono stati utilizzati come fonte d’elezione anche nei recenti studi sulla cultura materiale e il consumo d’arte. Tale tipo di fonte, come hanno sottolineato de Vries e Pinchera, pone anzitutto un problema di carattere economico, legato ai concetti di stock e flow: infatti gli inventari descrivono lo stock in un dato momento, ma non consentono di valutare i flussi.
Di norma gli inventari venivano stilati quando i beneficiari dell’eredità non potevano immediatamente acquisire i beni, ad esempio in caso di minore età o quando erano lontani da casa: in questi casi gli inventari post mortem avevano la finalità di consentire agli eredi di assicurarsi che gli oggetti enumerati non venissero dispersi.
Nel campione analizzato, vi sono però anche due intestatari affetti da malattia mentale, ovvero Cristina Pace e Giovanni Antonio Vittone, fratello del segretario degli archivi di Torino, mentre nei restanti casi la causa dell’inventario non è nota.
Tra i sostenitori dell’uso, nel campo della storia e della storia dell’arte, degli inventari post mortem va citato Olivier Bonfait che, in occasione del suo saggio sul collezionismo bolognese nel XVIII secolo, espresse con toni entusiastici le potenzialità di tale fonte: "l’inventaire après decès est en effet un document remarquable qui offre par son charactère général la possibilité de construire des séries, de repérer les tendances dominantes, d’y distinguer les variantes spécifiques des différents groupes sociaux et les particolarités de chaque individu."
Nella Francia del XVII secolo gli inventari, nell’ambito della produzione notarile, non sono molto diffusi, come ha messo in luce ad esempio l’indagine di Jean Paul Poisson per gli anni 1698-1749: su 2458 inventari, quelli risalenti al 1698 risultano solo ventiquattro, corrispondenti quindi a un esiguo 1%. Il numero di inventari, per contro, sembra che aumenti nella prima metà del Settecento. Spesso, poi, la precisione e l’esattezza delle descrizioni dei beni inventariati e il valore di mercato loro attribuito dipendono dal livello culturale del notaio. Talvolta vi sono inesattezze terminologiche ed errori e i temi iconografici, come sottolinea Annik Pardailhé-Galabrun, sono spesso ignorati dal notaio che si limita ad indicare laconicamente “tableau à personnages ou bien encore tablaeu de dévotion sans autre indications”.
Ne Il popolo di Parigi, Daniel Roche affronta la tematica della cultura materiale delle classi popolari nel periodo che precede la Rivoluzione e per fare ciò si avvale degli inventari dopo decesso. Infatti, come afferma lapidariamente l’autore, “ogni studio che miri a ricostruire un quadro di vita è in primo luogo inventario”.

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8 CAPITOLO I IL CONSUMO D’ARTE Scopo principale di questo capitolo è fornire alcuni dati significativi riguardanti il fenomeno collezionistico e ricapitolarne per sommi capi i tratti essenziali a partire dagli albori cinquecenteschi fino ad approdare al Settecento, secolo gravido di testimonianze di questo tipo. L’attenzione sarà appuntata non solo su casi di studio classici, come le collezioni venete, ma anche su raccolte alquanto modeste appartenute a individui di non grande fortuna, con la finalità di proporre dei validi e calzanti termini di paragone. I casi presentati sono stati selezionati nell’intricata congerie bibliografica con un criterio volto a dar rilievo soprattutto alla consistenza numerica delle collezioni e ai soggetti pittorici e, talvolta, ai motivi sottesi alle collezioni. I.1 La svolta rinascimentale Krzysztof Pomian ha osservato che all’origine delle collezioni di artificialia e naturalia, molto diffuse nel Rinascimento, vi sono le suppellettili votive come i tesori accumulati nei templi fin dall’antichità e gli arredi funerari che, alla

Laurea liv.I

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Alessia Panaro Contatta »

Composta da 116 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 352 click dal 05/07/2012.

Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.