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Intersezioni tra lavoro artistico e lavoro clinico

Arte e psicoanalisi sembrano condividere un cammino comune le cui caratteristiche sono identificabili nell’attitudine inventiva, narrativa oltre che investigativa. Proprio per queste caratteristiche, è stato attribuito alla creatività artistica il ruolo di “seconda via maestra” verso la conoscenza dell’inconscio (Chasseguet-Smirgel, 1971), che ci permette di “osservare i fenomeni psicologici con singolare chiarezza” (Pillot-Igne, 2000, p. 97).
Con il termine lavoro artistico si intende un tipo di attività in cui il soggetto crea o ricrea attraverso l’oggetto artistico quelle forme significative che risuonano intimamente con il suo essere e che hanno origine nel pregresso rapporto con la madre. Riprendendo il pensiero dello psicoanalista Kenneth Wright (2009) si potrebbe spingersi fino a considerare il lavoro artistico come “una derivazione tardiva del rispecchiamento e della sintonizzazione materni”.
Con il termine lavoro psicoterapico si intende l’esistenza di uno spazio di incontro in cui si realizza “un mutuo coinvolgimento e una reciproca azione fondante” (Borgogno 1999, p. 71), laddove il terapeuta porta la propria soggettività, da intendersi in termini di partecipazione affettiva e di controtransfert. In questo senso, la presunta neutralità del clinico si rivela oggi un fattore che ostacola la terapia, perché non permette che si creino fatti e trasformazioni in seduta: il terapeuta neutrale è come lo “zero”, riprendendo la metafora di Paula Heimann (1979/1980, p. 418). Compartecipazione del terapeuta, capacità di sintonizzarsi con gli affetti del paziente, attenzione alle dimensioni inespresse verbalmente, contenimento e ruolo di caregiver primario riattualizzato, essere, quando richiesto, la buona madre che il paziente non ha sperimentato in passato e che gli fa vivere nuove esperienze in un ambiente protetto: questi, oggi, sembrano essere alcuni dei requisiti imprescindibili per chi voglia fare lo psicoterapeuta.
In questo senso, il lavoro psicoterapico, ispirato dalla psicoanalisi, si configura come creazione “per via di porre” (come sempre Heimann afferma, e non solo “per via di levare”, come disse Freud) che offre non soltanto strumenti concettuali (le interpretazioni) ma anche e soprattutto affettivi ed emozionali.
Nella prima parte, attraverso un excursus storico mirato, si cercherà di sintetizzare da dove nasce e come si è sviluppato l’interesse per il legame tra arte e psicoterapia.
La seconda parte costituisce il fulcro di questa trattazione: in esso si tenterà di evidenziare ciò che avvicina, nello specifico, lavoro artistico e lavoro psicoterapico. Lo psicoanalista britannico Kenneth Wright (2009) propone una rilettura squisitamente relazionale, tanto dell’attività artistica quanto di quella psicoanalitica, mettendole a confronto. Egli si serve del concetto di rispecchiamento espresso in nuce da Winnicott e successivamente sviluppato da altri autori (Fonagy) e di quello di Stern relativo alla sintonizzazione, per sostenere che il lavoro artistico sia una derivata tardiva della risposta empatica, preverbale e risuonante della madre nei confronti del proprio bambino. Winnicott, parlando appunto del ruolo di specchio del volto materno, descrisse lo sguardo dell’altro come un elemento vitale per la completezza dello stato affettivo infantile, e in ultima analisi, per un senso di sé sicuro. Su questa linea, la sintonizzazione di Stern può essere considerata in modo analogo perché in grado di fornire delle immagini risuonanti con gli affetti vitali infantili.
Carenze nel rispecchiamento o nella sintonizzazione avrebbero, quindi, in un modello ispirato a Winnicott, delle gravi conseguenze: se il volto materno fallisce nel riflettere lo stato d’animo del bambino, la sua capacità creativa inizia ad atrofizzarsi. Dal momento che tali mancanze sono inevitabili, tanto che anche una madre “sufficientemente buona” a tratti sarà troppo stanca o depressa per evitarle, sembra che i modi alternativi per “ottenere qualcosa indietro” siano universali. L’arte è uno di questi modi di bonificare il difetto fondamentale, come direbbe Balint (1968). Se i processi di mirroring e di attunement partono bene questi verranno interiorizzati dall’individuo, tanto da essere capace di trasformare la propria esperienza in forma simbolica.
Il lavoro artistico allora si configurerebbe come una derivazione tardiva del rispecchiamento e della sintonizzazione materna: il Sé si forma dal dialogo con l’altro, nasce dalla sintonizzazione soggettiva; ogni “gesto spontaneo”, come direbbe Winnicott, deve passare attraverso il mezzo materno prima di poter esistere, ossia prima di divenire parte del sé soggettivo, e un Sé che sa vivere creativamente ha effettuato questo passaggio attraverso la madre. Allo stesso modo, il paziente deve tornare ad essere “creativo” o divenirlo per la prima volta grazie all’essere visto, riconosciuto, riflesso dal terapeuta-madre.

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~ 1 ~ Parte I Excursus storico: alle origini del dialogo tra psicoanalisi e arte 1. Freud e l’arte I rapporti tra psicoanalisi e arte sono da sempre vari e articolati. Si tratta di un interesse che occupa la dottrina freudiana fin dalle sue origini e che trova ampi riscontri all’interno dei dibattiti della nascente Società Psicoanalitica di Vienna. Dall’analisi di questi ultimi si può constatare come il mondo dell’arte, e della letteratura in particolare, costituisca una componente significativa degli studi psicoanalitici dell’epoca e non un mero diletto che appanna l’esigenza di scientificità allora fortemente ricercata e richiesta dall’ambiente culturale circostante. L’influenza che Freud esercitò sulle concezioni psicoanalitiche relative ad arte e letteratura nel XX secolo è da leggersi all’interno di un duplice atteggiamento che egli ebbe nei confronti di queste discipline. Il filosofo Renato Barilli sostiene infatti che in Freud si alternano due concezioni dell’arte che si possono dire entrambe tradizionali. C’è una concezione, di lontana origine platonica […] per cui il poeta agisce mosso da qualcosa più forte di lui, invasato da un impulso profondo di cui non sa dar conto [...]. Ma c’è in Freud una concezione assai diversa che potremmo definire di tipo classicista [...]; in base ad essa il poeta è, come ogni altro uomo di cultura, un ricercatore e donatore di verità, e per questo verso è possibile porre la sua attività in correlazione con quella dello scienziato. La differenza sta solo nel modo di presentazione, in quanto il poeta abbellisce, orna, addolcisce le dure verità che nelle parole dello scienziato si offrono in termini nudi e spogli. (Barilli, 1971, p. 658) Non va dimenticato che nella formazione umanistica di Freud c’erano, tra gli altri, Sofocle, Shakespeare e Goethe e che proprio tali letture aprirono le porte ad importanti scoperte che costituirono le fondamenta della disciplina psicoanalitica: riprendendo il pensiero di Bion si può affermare che non fu Freud a scoprire l’Edipo, ma Edipo a edificare la psicoanalisi. Gran parte dell’apparato concettuale che costituisce la psicoanalisi, dunque, non avrebbe potuto sussistere senza l’ispirazione e le intuizioni psicologiche offerte dagli artisti e fu proprio lo stesso Freud che, ne Il delirio e i sogni nella “Gradiva” di Wilhelm Jensen, parlando della figura del poeta, ne riconobbe la funzione anticipatoria, sostenendo: “La descrizione della vita interiore di un uomo è proprio il suo campo specifico, ed egli è

Tesi di Specializzazione/Perfezionamento

Autore: Corinna Giulia Franchino Contatta »

Composta da 65 pagine.

 

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