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Giovan Lorenzo Bernini e l'unità delle arti visive

Il significato dell’unità delle arti in Giovan Lorenzo Bernini è uno degli argomenti della storia dell’arte di tutti i tempi che più mi ha affascinato. Ho sempre intuito che la “cifra” più autentica dell’arte del “Cavalier Bernino” era tutta contenuta nella trasversalità rispetto alle diverse arti che ha contraddistinto l’attività del maestro; come sempre nel caso dei grandi artisti. Tuttavia nelle mie prime riflessioni era sempre rimasta una zona in penombra, difficile da svelare: nelle opere lasciateci dal maestro del barocco romano rimaneva un che di scenografico e di teatrale insoluto,
difficilmente spiegabile ma fortemente percepibile.È forse questa sensazione quanto gli artisti del barocco volevano destare, attraverso lo stupore e la meraviglia, in una Roma politicamente ridimensionata ma ancora una volta artisticamente eccellente, scuola del mondo comunque in eterno. Negli ultimi decenni la critica ha posto finalmente il problema nei termini più appropriati. Si viene indagando l’attività di G. L. Bernini non più come scultore prestato anche all’architettura o alla pittura. Al contrario la sua opera è stata giustamente riconosciuta come quella dell’autentico “regista del barocco romano”. Con ciò s’intende in primo luogo che il significato più profondo
dell’attività artistica del Bernini, o il suo “stile”, può essere colto pienamente soltanto leggendo le sue opere come la risposta artistica (inventio) a problemi inerenti l’unione di arti differenti. Inoltre si vuole sottolineare il carattere propriamente “manageriale” dell’operare del maestro: è infatti noto il metodo operativo del Bernini maturo, il quale era solito affidarsi a molti collaboratori (sia abituali
che occasionali), limitandosi a fornire in più casi semplicemente il disegno e il proprio ruolo di alta supervisione, oltre a quello di appaltatore e titolare dei lavori. Credo sia proprio tale carattere manageriale che primariamente ha determinato la singolare specificità rappresentata dal barocco romano nella storia dell’arte: cioè che tutte le opere prodotte in quest’epoca sembrano quasi di un unico artista, permeate come sono di una comune sensibilità; talché è spesso più facile riconoscerle.

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“È del poeta il fin la meraviglia” G. B. Marino, L’Adone, 1623 Giovan Lorenzo Bernini e l’unità delle arti visive Il significato dell’unità delle arti in Giovan Lorenzo Bernini 1 è uno degli argomenti della storia dell’arte di tutti i tempi che più mi ha affascinato. Ho sempre intuito che la “cifra” più autentica dell’arte del “Cavalier Bernino” 2 era tutta contenuta nella trasversalità rispetto alle diverse arti che ha contraddistinto l’attività del maestro; come sempre nel caso dei grandi artisti. Tuttavia nelle mie prime riflessioni era sempre rimasta una zona in penombra, difficile da svelare: nelle opere lasciateci dal maestro del barocco romano rimaneva un che di scenografico e di teatrale insoluto, difficilmente spiegabile ma fortemente percepibile. È forse questa sensazione quanto gli artisti del barocco volevano destare, attraverso lo stupore e la meraviglia, in una Roma politicamente ridimensionata ma ancora una volta artisticamente eccellente, scuola del mondo comunque in eterno. Negli ultimi decenni la critica ha posto finalmente il problema nei termini più appropriati. Si viene indagando l’attività di G. L. Bernini non più come scultore prestato anche all’architettura o alla pittura. Al contrario la sua opera è stata giustamente riconosciuta come quella dell’autentico “regista del barocco romano” 3 . Con ciò s’intende in primo luogo che il significato più profondo dell’attività artistica del Bernini, o il suo “stile”, può essere colto pienamente soltanto leggendo le sue opere come la risposta artistica (inventio) a problemi inerenti l’unione di arti differenti. Inoltre si vuole sottolineare il carattere propriamente “manageriale” dell’operare del maestro: è infatti noto il metodo operativo del Bernini maturo, il quale era solito affidarsi a molti collaboratori (sia abituali che occasionali), limitandosi a fornire in più casi semplicemente il disegno e il proprio ruolo di alta supervisione, oltre a quello di appaltatore e titolare dei lavori. Credo sia proprio tale carattere manageriale che primariamente ha determinato la singolare specificità rappresentata dal barocco romano nella storia dell’arte: cioè che tutte le opere prodotte in quest’epoca sembrano quasi di un unico artista, permeate come sono di una comune sensibilità; talché è spesso più facile riconoscerle. 1 Maurizio Fagiolo dell’Arco suggerisce (Fagiolo, 1999a: 39) come più appropriato il nome di Giovan Lorenzo (e non Gian Lorenzo). La scelta si giustifica in base alla forma abbreviata “Gio.” che compare in tutti i documenti, nonché nelle biografie di Baldinucci (Baldinucci, 1682) e di Domenico Bernini (Bernini, 1713). Dato il carattere di recente aggiornamento della pubblicazione e l’autorevolezza dello studioso berniniano qui seguiremo questa linea. 2 Bernini riceve la Croce di Cavaliere di Cristo da Papa Gregorio XV nel 1622, a soli ventitre anni. Il pontefice con l’assegnazione di questo titolo ringraziava Giovan Lorenzo per alcuni ritratti scultorei dedicatigli. 3 Questa fortunata definizione (peraltro oggetto di accese dispute sulla paternità dell’invenzione) è stata utilizzata da Maurizio Fagiolo per la mostra omonima (Gian Lorenzo Bernini, regista del barocco, 1999, Palazzo Venezia, Roma). Risulta utile considerare la strutturazione delle otto sezioni della mostra: a-Il volto del genio: autoritratti e ritratti; b- Figlio d’arte: Pietro e Giovan Lorenzo; c-Il volto del potere: papi, cardinali, patrizi, sovrani; d-Il gran teatro di Roma: il “bel composto”, la natura, l’artificio; e-La grande decorazione barocca; f-“Padron del mondo”: la propaganda e la festa; g-“Il Tiziano dei nostri tempi”: il pittore e i suoi allievi; h-“L’uomo al punto”: gli ultimi anni (Fagiolo, 1999b). 2

Tesi di Specializzazione/Perfezionamento

Autore: Alessandro Bianchi Contatta »

Composta da 83 pagine.

 

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