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Relazionalità: come cambia il rapporto tra artista, opera e spettatore

Informazioni tesi

  Autore: Federica Picco
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2012-13
  Università: Accademia di Belle Arti di Brera
  Facoltà: Didattica dell'Arte
  Corso: Comunicazione e organizzazione per l'arte contemporanea
  Relatore: Francesca Alfano Miglietti
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 99

L'arte degli anni Novanta è caratterizzata da eventi che coinvolgono la sfera dei rapporti umani e l'interesse per l'oggetto d'arte sembra passare in secondo piano così come la figura dell'artista-autore dell'opera. Queste tendenze sono racchiuse sotto la definizione di Estetica Relazionale, teorizzata da Nicolas Bourriaud, e hanno come obiettivo comune la creazione di relazioni tra artista e i partecipanti/spettatori. Il fatto che si parli di relazionalità non è sufficiente a spiegare di cosa si sta parlando esattamente in quanto, riflettendo, l'arte ha da sempre la necessità di mettersi in relazione a chi la osserva. Ciò che è cambiato è il concetto stesso di relazionalità, in primis, ma anche quello di spettatore e spazio.
Lo spettatore ha sempre ricoperto il ruolo passivo di osservatore dell'arte senza che interagisse con essa. A inizio secolo, con Futurismo, Surrealismo e Dadaismo, si hanno i primi tentativi di coinvolgimento di chi osserva, azioni mirate a provocare una reazione, ma è Marcel Duchamp a sottolineare l'importanza del ruolo attivo dello spettatore. Con i suoi ready made l'oggetto artistico cambia: non è più il risultato delle abilità dell'artista ma, soprattutto, non è più identificabile nelle categorie tradizionali di pittura e scultura; ora l'oggetto, anche di uso quotidiano, può diventare opera da esporre in forza alla volontà dell'artista. Da Duchamp in poi tutto ciò che conta nell'arte è il processo mentale, psicologico, sociale che ha portato all'ideazione dell'opera, ecco perché anche Merda d'Artista di Piero Manzoni è arte: non per l'oggetto in sé ma per il messaggio che l'artista manda a chi osserva. Il pubblico è coinvolto intellettualmente e portato a riflettere sui temi proposti dagli artisti. Nel corso degli anni Sessanta si afferma l'Arte Pubblica e il coinvolgimento dello spettatore non è più solo mentale ma anche fisico: le opere d'arte sono site specific, create per essere collocate in precise zone urbane della città, facendo di ogni passante uno spettatore, consapevole e non.
Gli spazi pubblici diventano i luoghi ideali per dar voce a proteste contro le istituzioni, ritenute colpevoli di preferire un'arte che presenta una realtà posticcia piuttosto che diffondere opere che denunciano problematiche sociali rilevanti. Si formano collettivi come gli Art Workers' Coalition e Guerrilla Action Art Group che si concentrano su temi come il coinvolgimento dei Rockefeller (fondatori del MoMA) nella guerra in Vietnam.
Nel decennio successivo, questa tendenza a fare dei luoghi pubblici degli spazi artistici porta allo studio dell'architettura e urbanistica, temi cui si appassiona Gordon Matta Clark: famosi sono i suoi tagli negli edifici, il suo voler andare al di là dei limiti imposti dalle mura architettoniche. Da ricordare è Food, ristorante in cui ha avuto la possibilità di abbattere anche i confini tra le arti, fondendo assieme cucina, arte e musica.
Negli anni Ottanta si forma Group Material che incarna gli elementi della protesta e del coinvolgimento dello spettatore: famosa è la mostra The People's Choice allestita con l'aiuto degli abitanti del quartiere in cui l'esposizione è realizzata. Group Material svolge la sua critica inizialmente contro e fuori le istituzioni per poi svolgerla dall'interno, riuscendo nell'intento di dare visibilità ai bisogni della gente comune. Sul finire del decennio entra a far parte del collettivo Felix Gonzalez-Torres, artista cubano le cui opere sono il racconto della sua storia d'amore con compagno Ross, il vero destinatario delle stesse. Il pubblico con Gonzalez-Torres è fondamentale affinché la sua arte si compia di senso; lo spettatore entra in diretta relazione con le opere, a volte anche consumandole, ma il suo è un ruolo di tramite.
Con Tiravanija, invece, si verifica, in un certo senso, il processo contrario: al fine di instaurare relazioni col pubblico partecipante, è l'opera stessa a fare da tramite. L'artista thailandese è famoso per riunire il pubblico con pasti da lui cucinati allo scopo di dar vita a relazioni tra le persone che vi partecipano. L'opera è il rapporto umano e lo spettatore ne è l'elemento essenziale al fine della realizzazione.
Un'altra strada, non conviviale ma pur sempre coinvolgente, è quella intrapresa da Marina Abramovic, le cui performance necessitano dell'interazione col pubblico. Nel 2012 con The Abramovic Method "cede" il suo posto agli spettatori. Facendo loro rivivere i suoi stati meditativi, li pone al centro della sua arte, raggiungendo forse la relazione più intima, quella delle emozioni e sensazioni.

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1 INTRODUZIONE Nel 1992 la Galleria 303 di New York ospita un evento particolare: i locali privati della galleria, normalmente non visitabili, che ospitano uffici, zone per l’imballaggio e la spedizione delle opere e tutte le altre attività per il funzionamento quotidiano della galleria, sono spostati negli spazi espositivi. Il direttore e gli assistenti, alle scrivanie, sono in mostra nella galleria centrale, mentre l’evento vero e proprio si realizza “nel retro”. Autore di questo progetto è l’artista thailandese Rirkrit Tiravanija che, ai fornelli, cucina piatti tipici della sua tradizione, servendo verdure al curry su riso di gelsomino, ai visitatori con cui intrattiene conversazione. Visitando il Museo di Arte Moderna MMK di Francoforte ci s’imbatte in un grande cumulo di caramelle colorate che lo spettatore è chiamato a consumare. Non si tratta del classico vassoio di dolci che si può trovare in una qualsiasi sala d’aspetto, bensì di un’opera d’arte, forse la più famosa, dell’artista cubano Felix Gonzalez-Torres, realizzata nel 1990 e, perché abbia senso, ha bisogno di essere consumata diminuendo così di peso e volume, fino alla sua sparizione. Questi sono solo due esempi di quella che il critico francese Nicolas Bourriaud definisce Estetica Relazionale e che caratterizza parte dell’arte degli anni Novanta; queste opere, dunque, necessitano della partecipazione attiva dello spettatore. L’Estetica Relazionale, però, necessita di vari approfondimenti e, per questo motivo, credo sia necessario raccontare e spiegare i mutamenti avvenuti nel corso del Novecento, attraverso le opere degli artisti che hanno rappresentato passaggi fondamentali per definire il fenomeno e le “opere emblema” dei mutamenti che hanno fatto dell’arte una forma di relazione umana. Il mio intento è quello di spiegare i fattori che entrano in gioco al fine di riconoscere un’opera in quanto tale, qualsiasi sia la sua natura espressiva. Nell’arte contemporanea, infatti, l’espressività prende le forme più svariate, e l’opera non è più il risultato delle capacità manuali di chi l’ha realizzata, ciò che conta è il processo mentale, psicologico, sociale, che ha portato l’artista alla

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