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Pino Pascali e la dimensione ludica dell'arte

Il libero gioco dell’arte di Pascali avviene attraverso un processo scandito in due fasi fondamentali: l’appropriazione e la manipolazione. Nella prima con l’assoluta libertà del bambino-selvaggio che non conosce regole, l’artista si appropria della materia trovata, utilizzandola come meglio crede, ed è così che setole acriliche non serviranno per costruire spazzole, bensì bruchi giganti. In un secondo momento avviene la manipolazione, in cui la materia cambia di significato ed è proprio in questa fase che si sviluppa il motivo ludico.

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4 INTRODUZIONE “Io cerco di fare quello che mi piace fare, in fondo è l’unico sistema che per me va bene. Non credo che uno scultore faccia un lavoro pesante: gioca, come un pittore gioca, come qualsiasi persona che fa quello che vuole gioca. […] uno a cui piace ci gioca col lavoro che fa, cioè mette tutto lì dentro. Non nel senso di gioco per gioco, quella è un’altra faccenda, ma nel senso normale dell’attività dell’uomo, no? Anche i bambini giocano seriamente, è un sistema conoscitivo, i loro giochi sono fatti proprio per sperimentare le cose, per conoscerle e nello stesso tempo per andare oltre.” 1 Pino (Giuseppe) Pascali, il ragazzo terribile che veniva dal mare, è approdato al mondo dell’arte ripercorrendo le vie convergenti del fantastico, del mito e della natura. Il boom economico è all’apice, l’arte si pone la questione dell’oggetto e risponde alla civiltà dei consumi che ha introdotto nella società il culto dell’oggetto, la moltiplicazione delle immagini, il kitsch pronto a soddisfare le masse. Il New Dada di Rauschenberg e Johns come una calamita attira sulla superficie dell’opera tutto ciò che la circonda: spesso oggetti privi di qualità particolari, scarti, materiali di risulta, associati liberamente sul piano. La Pop-Art utilizzando anch’essa le banali immagini del quotidiano, le ripropone nelle vesti tipiche dei mass media attraverso la ripetizione ossessiva. Pascali si lascia influenzare da entrambi come vedremo in assemblage come L’araba fenice del 1960 e nei collage realizzati nel 1964, ma si spinge oltre introducendo il gioco nel processo estetico e mantenendo sempre vivo il ruolo del soggetto al contrario delle pretese oggettivanti della Pop Art. Alla società dei consumi con le sue città e industrie Pino contrappone il suo Eden, la sua Isola come la chiama Alberto Boatto 2 fatta di idoli femminili, armi da fuoco, animali decapitati, metri cubi d’acqua, campi arati, bachi da setola. “Io son come un serpente / ogni anno cambio pelle. / La mia pelle non la butto / ma con essa faccio tutto. / Quel che ho fatto di recente / già da tempo mi repelle.” 3 Nel suo progetto di ricostruzione fantastica della realtà Pascali mescola linguaggi provenienti dalla scultura, dalla pittura, dalla scenografia, dalla grafica, tutte attività che lo vedono 1 Intervista di Carla Lonzi in Marcatré, Milano, luglio 1967, ripubblicata in C. Lonzi, Autoritratto, De Donato, Bari, 1969 2 Alberto Boatto, Pascali: cara immaginazione, in “Cartabianca”, n.3, Locarno, novembre 1968, p. 24 3 Pino Pascali, Lo spettatore, poesia scritta in occasione della mostra personale alla Galleria L’Attico, Roma, 1966

Laurea liv.I

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Sara De Carlo Contatta »

Composta da 75 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.