Cinema e moda: inseparabili. Il cinema come veicolo di diffusione della moda

Nello spettacolo i costumi sono per loro natura drammaturgicamente ‘espressivi’. Nell’atto primo di Amleto, Polonio afferma che “una delle prime qualità del vestimento è la sua espressività”. Nel suo saggio The truth of masks (in Intentions 1891) Oscar Wilde spiega che William Shakespeare non pregiava le belle vesti in quanto aggiungono un elemento pittoresco alla poesia del testo scritto, ma sottolineava l’importanza del costume come mezzo per produrre, con assoluta funzionalità, effetti drammatici.
Questa qualità, così evidente in teatro, risulta ancor più accentuata nel cinema, proprio come conseguenza di un linguaggio che è prevalentemente visivo, e che si avvale di primi e primissimi piani, di dettagli che danno valore a un cappello, a un fiocco, a un guanto, a tutto ciò che nella rappresentazione teatrale non arriverebbe al pubblico con pari vivida eloquenza. Nel film, dunque, il costume non è soltanto un elemento decorativo che spesso si impone alla vista dello spettatore, ma diventa mezzo espressivo ed elemento della forma del racconto stesso.
Il filosofo inglese Thomas Carlyle definiva il costume un’architettura; egli lo pensava quale parte della scenografia, quasi come vivente scenografia umana e riteneva che prolungasse i gesti e gli atteggiamenti di chi ne faceva uso come particolare segno e attributo.
L’abito è sempre stato espressione di uno stato d’animo e una sfaccettatura del proprio carattere. Tutto ciò nel cinema è di primaria importanza, infatti prima ancora della parola dell’attore o dell’attrice, fisicità e modo di abbigliarsi parlano allo spettatore. L’abito è quindi una maschera del corpo, ma al tempo stesso lo significa; ed è addirittura considerata da uno dei primi costumisti italiani Gino Carlo Sensani una “seconda pelle dell’attore”.
Nella prima parte di questo elaborato si è cercato di dare la giusta riconoscenza, attraverso un excursus storico che va dai primordi del cinema fino agli anni Cinquanta, al lavoro della grande figura del costumista hollywoodiano che dette un notevole contributo all’elaborazione e alla caratterizzazione delle immagini di nascenti o affermate dive. Non è immaginabile quanto spesso un idolo cinematografico, grazie a un vestito, forse a un semplice accessorio, a un’acconciatura, a una particolarità del trucco, faccia si che milioni di persone aggiungano un’altra maglia alla rete della moda. Il termine moda va inteso dunque in due diversi accezioni.
Innanzitutto si tratta di un termine generale che può essere usato per riferirsi ad ogni tipo di cambiamento sistematico in qualsiasi campo.
Ma il termine moda può essere inteso anche in un altro senso, che riguarda l’abbigliamento. Più precisamente si parla di moda come sistema distintivo nel campo dell’abbigliamento. Il cinema, quale grande depositario e motore dell’immaginario sociale, agisce in sinergia strettissima con la moda intesa in questo senso.
Nel terzo capitolo si è trattato del fenomeno europeo e più precisamente delle grandi stiliste e costumiste italiane quali furono le sorelle Fontana.
Nel quarto capitolo è stato illustrato come a partire dagli anni Cinquanta la figura del costumista ha iniziato a collaborare con quella dello stilista.
A conclusione di questo lavoro sono stati analizzati i costumi di tre film vincitori dell’Oscar per migliori costumi quali: Moulin Rouge (1952), The King and I (1956) e The Great Gatsby (1974); e dei loro successivi remake a loro volta candidati o vincitori dell’ambito premio.

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15 1.3 Travis Banton: Marlene Dietrich Travis Banton (Waco, 18 agosto 1894 – Los Angeles, 2 febbraio 1958) 55 dopo aver frequentato per un breve periodo la Columbia University, iniziò a occuparsi di moda, sfruttando la sua naturale propensione al disegno. Figurinista in importanti atelier newyorkesi, divenne famoso per aver realizzato nel 1920 l’abito da sposa per le ‘nozze segrete’ di Mary Pickford con Douglas Fairbanks 56 . Dal momento che la Metro Goldwyn Mayer aveva Adrian, la casa concorrente si riteneva di dover lanciare un costumista; così il presidente della Paramount, Adolph Zukor, nel 1925 gli offrì un contratto come assistente dell’allora capo-costumista Howard Greer 5758 . Divenne capo-costumista della Paramount solo dal 1927. Ricercatissimo dalle dive del muto, da Pola Negri 59 a Clara Bow, iniziò a vestire Marlene Dietrich 60 fin dal suo arrivo a Hollywood nel 1930. La Dietrich venne ingaggiata dalla 55 ‘Travis Banton’ dal sito Wikipedia.org, <http://it.wikipedia.org/wiki/Travis_Banton> (visitato il 27 maggio, 2014) 56 P. W. ENGELMEIER, op. cit., p.15 57 Howard Greer (16 April 1896 – April 1974, Los Angeles) fu il primo costumista a costruire un proprio reparto costume per uno studio cinematografico, fu capo-costumista della Paramount fino a quando nel 1927 aprì una propria casa di moda. 58 M. VERDONE, op. cit., p.30 59 Pola Negri, nome d’arte di Barbara Apolonia Chałupiec (Lipno, 31 dicembre 1894 – San Antonio, 1 agosto 1987). 60 Marie Magdalene ‘Marlene’ Dietrich (Berlino, 27 dicembre 1901 – Parigi, 6 maggio 1992).

Tesi di Laurea Magistrale

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Valentina Mangione Contatta »

Composta da 168 pagine.

 

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