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Circolarità e induzione nel metodo della variazione eidetica in Husserl

“Non ci siamo già visti?”. Il tipicamente pre-conosciuto

A questo punto occorre però dare una risposta a un interrogativo che si sta rivelando importante: che cos’è esattamente un Tipo? Se osserviamo questo oggetto appena incontrato che per esempio non abbiamo mai percepito singolarmente e individualmente prima, con estrema naturalezza riconosciamo che oltre alla forma allungata, alla superficie butterata e al colore giallo, anche il profumo di agrumi di cui abbiamo sentore appartiene senz’altro a questo oggetto. Eppure in modo altrettanto naturale siamo certi che la musica che udiamo intorno a noi non appartiene a questo stesso oggetto. Non basta, siamo anche sicuri che il profumo di limone che percepiamo non appartiene a questo tavolo sul quale l’oggetto è appoggiato o a questa sedia che ci sorregge. Succede perché questa cosa ci è tipicamente nota come limone e tipicamente i limoni, seguendo l’esempio, non suonano, così come, sempre tipicamente, non sono i tavoli o le sedie a profumare di agrumi. «Il mondo di fatto dell’esperienza è esperito in maniera tipizzata» ci dice Husserl «Le cose sono esperite come albero, cespuglio, animale, serpente, uccello».



Il Tipo consiste in un complesso sedimento delle nostre sintesi passive, cioè non effettuate volontariamente dall’Io, che provengono dall’esperienza delle oggettività del mondo percepite spesso “alle nostre spalle” senza consapevolezza. Ciononostante, quanto viene acquisito in questo modo permane e noi ne disponiamo nelle nostre percezioni successive, per esempio quando riconosciamo che quest’oggetto è simile ai limoni visti finora, perché in qualche modo ce li ricorda, e pertanto trasferiamo su di esso quanto già sappiamo degli altri limoni della nostra esperienza. Il Tipo guida così la sintesi nella nostra percezione nella misura in cui ci fa avere un'aspettativa circa gli elementi caratteristici (tipici) di un oggetto che di conseguenza intuiamo come appartenente, diciamo così, ad una certa classe. Noi apprendiamo in anticipo quanto ci affetta non solo come per principio determinabile, ma come già in qualche modo determinato nel senso di esserci familiare in precedenza
La sconosciutezza piuttosto è sempre in pari tempo un modo della conosciutezza. Per lo meno quel che ci affetta è già conosciuto in precedenza in quanto è una cosa con certe determinazioni; esso è consaputo nella forma vuota della determinabilità, quindi provvisto di un orizzonte vuoto di determinazioni, “in certo modo” indeterminate, sconosciute.
Attraverso la tipicità, allora, l’intuizione delle oggettività individuali porta con sé anche un orizzonte di possibili esperienze con le corrispondenti “indicazioni di conosciutezza”: ogni oggetto possiede una tipica di caratteri attesi che non sono stati ancora esperiti nella percezione diretta. Ci si rende facilmente conto di come il Tipo non sia un marginale ausilio alla conoscenza di un’oggettività; abbiamo già accennato al fatto che questo oggetto qui, che non abbiamo mai percepito prima individualmente, è sempre conosciuto come “questo limone” in due momenti che solo pensandoli possiamo tenere distinti tra loro:

a) innanzitutto secondo ciò che abbiamo propriamente percepito, come la buccia, il colore, la figura (cioè le sue note individuali, il “questo”),
b) ma immediatamente, e in gran parte passivamente, anche secondo quei simili che questo oggetto sembra ricordarci, con il profumo di quelli, l’aspettativa di quel sapore agro, e con il fatto che non s’è mai visto un limone suonare (cioè le sue note tipiche, il tipico “limone”).

Husserl, sebbene sia di norma parco di esempi, ci illustra chiaramente questa idea parlandoci di un cane; riportiamo l’intero passo per la sua limpidezza espositiva:
quando vediamo un cane prevediamo subito il suo comportamento ulteriore, il suo tipico modo di mangiare, giocare, correre, saltare, etc. Noi non vediamo adesso la sua dentatura, non in modo individualmente determinato, ma appunto in maniera tipica, per tanto che in animali “simili”, “cani”, già da tempo e spesso abbiamo sperimentato che essi hanno qualcosa come una “dentatura” con una certa conformazione tipica. Dapprima ciò che si esperisce di un oggetto percepito nel procedere dell’esperienza viene senz’altro trasferito “appercettivamente” a ogni oggetto percepito con elementi simili di percezione vera e propria. Noi lo pre-vediamo e l’esperienza effettiva può confermarlo oppure no. Nella conferma si amplia il contenuto di un tipo, ma altresì il tipo stesso si divide in tipi particolari.
La tipicità emerge dall’unione di un gruppo limitato di oggetti individuali a noi noti e che mantengono tra loro una relazione di somiglianza. Per questo, il Tipo non ha propriamente la forma della generalità universale (che avrà bisogno almeno di un’estensione infinita), ma semmai quella di una comunità formata da una molteplicità finita di oggetti.

Il Tipo dipende quindi dalla storia percettiva del soggetto e gli eventuali giudizi basati su di esso non hanno una validità generale vera e propria, l’estensione del Tipo è limitata, inoltre il Tipo è soggetto a revisione.
Spieghiamo quest’ultima affermazione: abbiamo appena detto che i Tipi (ma anche le universalità empiriche) si formano interamente sull’esperienza e noi sappiamo che la nostra esperienza distingue secondo aspetti che ci sembrano evidenti ma che possono in realtà nascondere omogeneità di fatto non immediatamente percepibili, è possibile insomma essere ingannati da un’analogia esteriore: possiamo considerare per esempio questa balena un esemplare di pesce o pensare che l’ornitorinco sia la burla di qualche marinaio perché, seppure in modi diversi, questi animali possono non esserci tipicamente noti oppure esserlo in modo extraessenziale; le note tipiche attraverso le quali conosciamo per esempio i cani, vengono dalle esperienze che finora abbiamo compiuto di cani e che sono senz’altro limitate nonché a volte fuggevoli e incomplete. Col procedere della nostra esperienza, sempre finita e limitata, il Tipo è quindi soggetto a revisione, ad affinamento. Lo stesso universale tipico,
che è già noto nella sua tipica, porta con sé un orizzonte indeterminato di note tipiche ancora sconosciute. Se volessimo inoltrarci nell’esperienza, volgendoci prima a questo o quel cane individuale, troveremmo alla fine qualcosa di nuovo, che non conviene solo a questi cani ma ai cani in generale, determinati mediante i caratteri tipici finora da noi ottenuti.
A un universale tipico-empirico appartiene quindi, oltre alle note comuni degli individui del suo Tipo, anche un orizzonte indeterminato e aperto di note sconosciute.
Queste ultime sono esattamente quelle note (sempre presunte) che l’esperienza ci fa ritrovare regolarmente per via induttiva nei cani individuali che incontreremo da oggi in poi. Dovremo, anche nelle considerazioni che faremo più avanti quando affronteremo le critiche di induttività del metodo, tenere conto di questo aspetto delle universalità fondate sull’esperienza: esse «si mutano per il progressivo accoglimento di nuove note, ma in conformità a un’idea empirica, all’idea cioè di un concetto aperto e sempre da giustificare di nuovo il quale contiene parimenti in sé la regola della credenza empirica ed è diretto al procedere dell’effettiva esperienza».

Questo brano è tratto dalla tesi:

Circolarità e induzione nel metodo della variazione eidetica in Husserl

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Informazioni tesi

  Autore: Paolo Cavicchini
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2015-16
  Università: Università degli Studi di Macerata
  Facoltà: Filosofia
  Corso: L-5
  Relatore: Roberto Mancini
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 111

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