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Politiche di genere ed immigrazione: parità e disuguaglianze nel mercato del lavoro

Diversi modelli, una sola Europa: l’europeizzazione delle politiche di genere

I dati raccolti dall’analisi svolta, come abbiamo appena evidenziato, confutano la nostra ipotesi iniziale che supponeva un parallelismo tra la condizione delle donne e quella delle immigrate nei diversi paesi europei, però confermano una certa congruenza tra la condizione lavorativa della donna (nativa) ed il regime di genere vigente nel paese in questione.

Tuttavia, se le caratteristiche generali della modellistica resistono nel corso degli anni, non si può nascondere che c’è stata un’evoluzione della condizione femminile. Possiamo dire con certezza che è migliorata, grazie sicuramente all’adeguamento dei regimi di welfare ai mutamenti nella struttura familiare, che ora è prevalentemente di tipo “dual-earner”.

Ma anche, grazie alla crescente attenzione dell’Unione europea al tema della parità di genere. Tale principio è diventato, nel corso degli anni, oggetto di un interesse specifico dell’azione comunitaria, fino a costituire uno dei principi fondamentali dell’ordinamento giuridico comunitario e, in seguito alla firma del Trattato di Amsterdam del 1997, uno degli obiettivi dell’Unione Europea (Bernardi e Caldarini; 2009:217). Perciò, nei paesi europei si assiste ad una sorta di convergenza nelle politiche di genere, che appiana le differenze presenti nei diversi gender regimes, omologandoli allo standard di parità condiviso dall’UE.

Questo è particolarmente evidente nei paesi a modello mediterraneo, tra cui l’Italia, per i quali l’UE è stata la principale fonte legislativa sul tema della parità. E’ infatti grazie alle direttive comunitarie, che in Italia si è passati negli anni ’90 dalla semplice disciplina formale del concetto di parità nel mondo del lavoro, a politiche attive che favoriscano l’occupazione femminile. Tuttavia, la famiglia e l’occupazione femminile sono ancora i soggetti che necessitano di più dell’intervento di una riformata politica sociale. A partire dal lancio della Strategia di Lisbona nel 2000 e precedentemente con la SEO nel 1997, il discorso europeo sulla necessità di coniugare competitività economica, crescita occupazionale e coesione sociale è divenuto l’imprescindibile contesto di riferimento entro cui progettare le iniziative di riforma nazionali.

La Strategia europea per l’occupazione (Seo) si è posta l’obiettivo di aumentare i livelli occupazionali nei paesi dell’Unione europea.Nel 2000 è stata inserita all’interno della strategia di Lisbona delineata con l’obiettivo ambizioso di raggiungere un tasso occupazionale femminile pari al 60% in tutti i paesi europei entro il 2010. La politica per l’occupazione italiana, così come quella degli altri paesi europei, si è dunque europeizzata, tramite la costruzione di un discorso sovranazionale che è entrato a far parte de linguaggio nazionale (Donà; 2006). Inoltre, si deve adeguare agli standard europei, attuando politiche sociali nazionali volte al loro raggiungimento. In particolare, la bassa partecipazione lavorativa delle donne in Italia richiede, secondo le periodiche raccomandazioni emesse dalla Commissione europea, di accrescere l’offerta e l’accessibilità finanziaria delle strutture di custodia dei bambini, in particolare per quelli di età inferiore ai tre anni, e delle strutture di accoglienza delle persone a carico.
Dunque, si collega la politica occupazionale alla politica per la famiglia e viceversa. Tuttavia, il cambiamento è lento è l’Italia non ha raggiunto l’obbiettivo prefissato a Lisbona.

Questo brano è tratto dalla tesi:

Politiche di genere ed immigrazione: parità e disuguaglianze nel mercato del lavoro

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Informazioni tesi

  Autore: Valentina Bianchini
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2009-10
  Università: Università degli Studi di Bologna
  Facoltà: Scienze internazionali e diplomatiche SID
  Corso: Scienze internazionali e diplomatiche
  Relatore: David Natali
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 62

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