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La Banda Palombaro nella Resistenza Abruzzese

Le bande partigiane in Abruzzo

La Resistenza abruzzese si distinse da quella di altre regioni per la notevole vicinanza del fronte, che la tagliava in due: molti si unirono ai movimenti resistenziali, nell’immediatezza dell’armistizio, nella convinzione che l’arrivo degli Alleati fosse imminente, trasformandosi poi l’entusiasmo in una grave delusione dinanzi alle prime sconfitte. Tale prossimità inoltre, come ha giustamente osservato Costantino Felice, aveva due conseguenze fondamentali, che influenzarono l’andamento dei combattimenti. Vi fu un condizionamento costante da parte degli Alleati, che dunque dettavano e stabilivano compiti, ruoli e fisionomia delle formazioni partigiane. Mancò inoltre un elemento invece chiave nella lotta partigiana generale, indispensabile per renderla una lotta matura: la consapevolezza della lunga durata.

La mancanza di trasparenza e di informazioni dai vertici dei comandi al sud faceva sì che le formazioni partigiane stesse fossero sostanzialmente inadeguate ed impreparate: in Abruzzo era convinzione generale che gli Alleati sarebbero arrivati a breve, ci si trovò dunque ad affrontare il rigidissimo inverno senza la benché minima consapevolezza e preparazione. Nelle zone settentrionali della penisola i partigiani, non potendo contare sulla vicinanza delle truppe alleate, dovevano cercare sostegno e riparo presso i civili; in Abruzzo e nelle altre zone vicine al fronte invece i rapporti si capovolgevano, ma questo a scapito della propria indipendenza. Dunque la vicinanza al fronte e alle truppe alleate era un’arma a doppio taglio, che non mancò di far sentire benefici e conseguenze negative durante tutto il conflitto. Quali erano i compiti e gli obiettivi delle truppe partigiane abruzzesi? Erano ben precisi: consistevano nel

“supporto informativo, pattugliamento, soccorso e assistenza ai soldati sbandati. Al di là di questo utilizzo marginale e provvisorio il comando inglese inizialmente non concede quasi nulla.”

Un’ulteriore descrizione proviene anche da Domenico Troilo, vicecomandante della Brigata Maiella. Tra lui ed Ettore Troilo, l’avvocato socialista che darà vita alla formazione partigiana e di cui sarà il vice, nonostante l’omonimia non vi erano rapporti di parentela. Militare alla guida di una banda che poi confluirà nella Maiella, il 4 dicembre del 1943 vide morire la madre a Gessopalena (in provincia di Chieti), per mano di una divisione della Wehrmacht. Qui fornisce un quadro delle azioni partigiane e della loro organizzazione:

Insieme ai contadini ci si cominciò ad organizzare, nel senso che mettemmo su delle pattuglie, per controllare la zona e prevenire i movimenti tedeschi. Intanto arrivarono gli inglesi […] All’inizio fornivamo le informazioni di cui entravamo in possesso. Gli inglesi ci utilizzavano per questo. Poi arrivò un ufficiale dell’Intelligence service, un certo Lamb […] Fu lui a farci dare armi tedesche (il nostro primo armamento), ma sempre per svolgere il lavoro di pattugliamento. Gli inglesi avevano tutti gli interessi a disporre di questa gente che girava e che dava loro anche una certa sicurezza, perché in caso di scontro il primo impatto si aveva con noi, per cui loro avevano la possibilità di organizzarsi.

Gli alleati, pur estremamente diffidenti e a volte persino ostili nelle fasi iniziali, si trovarono nella condizione di dover utilizzare gli italiani come "forza – cuscinetto per evitare l’impatto diretto delle truppe regolari con i tedeschi": essi dovevano farli uscire allo scoperto, provocandoli e costringendoli ad abbandonare le proprie fortificazioni. In Abruzzo dunque le bande erano "piccoli nuclei che con incessante stillicidio di colpi di mano […] molestavano senza tregua il nemico" e la stessa Brigata Maiella fu usata, soprattutto inizialmente, per questo scopo. Inoltre la collaborazione con gli italiani era necessaria ai fini di una migliore conoscenza dell’aspro e difficile territorio abruzzese, soprattutto con la stagione invernale ormai alle porte. Si trattava di territori selvaggi, dove le già spesso precarie vie di comunicazione erano messe a dura prova o rese impraticabili dalle nevi, le piogge, il fango, la piena dei torrenti, che impedivano anche un efficace collegamento fra le varie bande. A tale proposito Giorgio Amendola notava come nel territorio abruzzese il movimento partigiano non superasse la "fase elementare della formazione di piccole bande" in cui prevaleva "la direzione militare di elementi che si [dichiarano] apolitici e autonomi".

La diffidenza alleata andava ad unirsi dunque all’incapacità delle bande partigiane di organizzarsi e pensarsi in maniera autonoma; ogni gruppo si pensava e costituiva in nome di un imminente arrivo inglese. Tutto ciò ostacolò seriamente la nascita di capi partigiani in grado di prendere in mano e guidare le forze resistenziali presenti e ostacolò il riconoscimento stesso del movimento. Due furono gli eventi fondamentali del movimento partigiano abruzzese, oltre alla nascita della Brigata Maiella: la battaglia di Bosco Martese e la rivolta di Lanciano. Ferruccio Parri, comandante nazionale dei partigiani e presidente del Consiglio dei Ministri, definiva Bosco Martese la “prima battaglia nostra in campo aperto”. La sua straordinaria importanza consiste nell’esser stato uno dei pochi casi in cui i tedeschi furono sconfitti dalle forze resistenziali e nell’aver costituito una sintesi perfetta di quella comunione d’intenti così multiforme e variegata, volta a liberare il nostro paese e l’Europa intera dal nazifascismo. Vi presero parte infatti civili, spinti da curiosità e voglia di combattere il nemico, antifascisti, soldati e prigionieri stranieri di varie nazionalità fuggiti dai campi d’internamento, tra cui molti slavi (importantissimi questi ultimi nel suggerire la dispersione in piccoli gruppi dopo l’urto con i tedeschi).

Un ruolo chiave nella nascita di questo gruppo così eterogeneo lo svolse il Comitato insurrezionale costituitosi a Teramo subito dopo l’armistizio, fondato dal medico antifascista Mario Capuani. Egli raccolse intorno a sé molti antifascisti teramani, tra cui i più attivi risultarono i comunisti e gli azionisti. Altra componente importante fu quella militare. In particolar modo è doveroso ricordare che il merito della decisione di salire in montagna fu del capitano d’artiglieria Giovanni Lorenzini; egli non obbedì alle decisioni dei suoi superiori, che prevedevano di non opporre resistenza ai tedeschi, e iniziò a trasportare quanto più materiale possibile nella località prescelta. In un articolo su “Il Centro” Costantino Di Sante ha ricostruito le fasi di questa battaglia, analizzandone le peculiarità. Il 25 settembre 1943 una banda partigiana appena formatasi, in una località sui monti della Laga chiamata Ceppo, a circa 40 km da Teramo, sostenne durissimi scontri contro un reparto corazzato della Wehrmacht, composto da circa 30 camion, costringendolo alla ritirata.

La battaglia iniziò alle 12:30 e si protrasse per molte ore. Secondo alcune relazioni partigiane, furono almeno 50 i tedeschi uccisi, 5 camion e 2 autovetture distrutti. I tedeschi si ritirarono, uccidendo per vendetta cinque ostaggi; nei giorni successivi, uccisero per rappresaglia 3 carabinieri, un militare e Mario Capuani. Il giorno dopo la battaglia i tedeschi tornarono con numerosi rinforzi e sconfissero i partigiani che poi si divisero in più gruppi, disperdendosi nei boschi circostanti, dando vita alla lotta di Liberazione che nel Teramano si protrasse per nove mesi. Per Roberto Battaglia Bosco Martese fu un esordio clamoroso per il movimento partigiano italiano, esso ebbe un "carattere militare evoluto, quel carattere che la Resistenza acquisterà nel suo complesso solo nella piena fase della sua maturità" e, ancora, questa battaglia fu un "fenomeno forse unico in tutto il corso della Resistenza italiana, questo dell’emigrazione compatta della parte più attiva di un’intera popolazione in montagna". Diverse furono le polemiche nel dopoguerra, volte ad evidenziare presunti errori ed atti di codardia da parte degli ufficiali (non dimentichiamo l’acredine e la diffidenza che a lungo caratterizzerà i rapporti con questi, visti spesso come responsabili delle sofferenze patite dai soldati durante la guerra).

Lo stesso Battaglia, notoriamente di sinistra, non ha mai voluto riconoscere il ruolo dei militari nella Resistenza italiana, che invece annovera esempi importantissimi come Cefalonia o come la collaborazione con i civili nella battaglia di Porta S. Paolo. Egli ha un atteggiamento piuttosto ambiguo verso il mondo militare. Da un lato non è disposto a riconoscere il ruolo di tale componente nella lotta resistenziale, dall’altro sottovaluta e sottostima la percentuale dei militari che scelsero la strada del collaborazionismo con Salò e con i tedeschi. Queste polemiche, vere o false che siano, non possono oscurare la straordinaria importanza che Bosco Martese riveste nel panorama della Resistenza nazionale. Martiri Ottobrini è la definizione con cui furono definiti i giovanissimi patrioti che a Lanciano affrontarono i tedeschi nell’insurrezione del 5 e 6 ottobre del 1943.

La loro azione provocò la morte di 47 tedeschi e 23 lancianesi. Quest’impresa fu celebrata non solo in Italia, ma anche dalla Radio di Londra e New York, e alla città di Lanciano fu assegnata la medaglia d’oro al valore militare. I tedeschi avevano occupato la città fin dal 12 settembre, dando vita a razzie e violenze. Il movimento resistenziale formatosi in loco era multiforme e variegato: vi erano gli ex prigionieri di guerra slavi, gli ufficiali dell’esercito, gli appartenenti ai partiti comunisti e non. Questi, oltre ad effettuare azioni di sabotaggio contro i tedeschi, prelevavano armi sia dalle caserme presenti in città sia saccheggiando gli automezzi tedeschi.

Durante un pattugliamento nazista vi fu un attacco partigiano che portò alla requisizione delle armi e all’incendio dei mezzi. Fu catturato il principale responsabile, il partigiano Trentino La Barba, che fu torturato per tutta la notte al fine di ottenere informazioni sul movimento resistenziale lancianese. Irritati dal suo mutismo, il giorno dopo i tedeschi lo portarono in paese, torturandolo barbaramente davanti alla popolazione e infine uccidendolo. Nel frattempo i restanti membri della banda, consapevoli dell’imminente rappresaglia, decisero di passare all’azione. La mattina successiva occuparono diverse zone della città combattendo valorosamente e riuscendo a tenere le posizioni fino al pomeriggio, quando arrivarono rinforzi. Quella che seguì fu una dura repressione. Nei giorni successivi il popolo adottò la tattica dell’ostruzionismo e del sabotaggio, i giovani sottraendosi al lavoro obbligatorio e salendo verso la montagna. La rivolta di Lanciano non fu occasionale o improvvisata: è stato accertato che i partigiani lancianesi cercarono di stabilire un contatto, oltre che con gli Alleati, anche con altre formazioni della provincia di Chieti, in modo particolare con la Banda Palombaro di cui si parlerà più avanti.

Una peculiarità di questa battaglia fu l’esteso coinvolgimento della popolazione, che partecipò attivamente agli scontri. A differenza di quanto avvenne in altri contesti, con combattimenti sulle montagne o in prossimità dei centri abitati, qui si combatté nella cittadina stessa, interessata in ogni strada e in ogni angolo. Doveroso poi ricordare i nove martiri aquilani, il cui "sacrificio rappresenta uno dei primissimi episodi, tra i più tragici ed eroici, della Resistenza abruzzese". Con l’arrivo delle prime pattuglie tedesche a L’Aquila, diversi giovani fuggirono verso il Gran Sasso, temendo di finire vittime dei bandi emessi in cerca di lavoratori coatti: alcuni fra loro erano armati. Il 23 settembre furono svegliati da alcune contadine, che li avvisarono dell’imminente arrivo di reparti nazisti.

Vi fu una sparatoria, molti riuscirono a fuggire ma una decina di essi furono catturati, processati sotto tortura e infine condannati a morte. La popolazione a lungo ignorò questa strage, tenuta accuratamente nascosta per evitare ulteriori scontri e rappresaglie: soltanto il 13 giugno del 1944, all’indomani della liberazione della città, i parenti poterono finalmente dare degna sepoltura ai loro cari. Per molto tempo si è sminuita l’azione di questi giovani, considerandola frutto della loro ribellione giovanile e del loro entusiasmo, facili prede di adulti che avrebbero dato loro armi facendo leva su un’adolescenziale ingenuità. Sopraggiunta una nuova e diversa maturità, invece, il giudizio su questa vicenda è profondamente cambiato ed è stata resa giustizia al sacrificio di quei martiri, tra cui vi erano anche alcuni soggetti consapevolmente politicizzati. Un’interpretazione razionale ed equilibrata del sacrificio dei nove martiri aquilani proviene da Colacito, secondo il quale in quei giorni si intendeva dar vita a due bande: una di nome “Aquila”, di base al Gran Sasso, con il compito di disturbare le comunicazioni con il Teramano; l’altra di base sulla strada per Roma.

In questa nuova ottica la scelta resistenziale non era affatto superficiale o frutto di ingenuità giovanile, ma doveva essere considerata come il risultato di una scelta precisa e consapevole. Era necessario, anzi, comprendere che

in un’atmosfera di apatia e di inerzia, fra la beata illusione di quelli che aspettavano la liberazione dallo straniero, e l’impudenza di coloro che si preparavano ad accogliere bene i nazisti, soltanto i giovani, anzi, i giovanissimi, ebbero a L’Aquila, il preciso intuito di ciò che bisognava fare per riscattare la libertà e l’onore.

Questi qui elencati sono stati solo alcuni dei fenomeni che hanno interessato la nostra regione, ma altri se ne possono trovare un po’ in tutte le province abruzzesi. Nella provincia di Pescara, ad esempio, una certa consistenza ebbe la banda partigiana operante nel distretto industriale di Bussi–Popoli, che riuscì a mettere in fuga dopo ore di combattimenti un battaglione della Wehrmacht e consegnò poi le armi ad un plotone della Brigata Maiella, su ordine inglese. In provincia di Teramo vi fu una notevole diffusione di bande: per dirla con le parole di Giorgio Bocca questa “è terra di bande solide”, nate anche da spezzoni di Bosco Martese e dai vari nuclei degli ex internati. Infine nella Marsica, dove il movimento partigiano acquisì notevole consistenza

sia per la più matura consapevolezza dei dirigenti politici e militari sia per la più favorevole vicinanza ai centri romani dell’antifascismo

Sebbene anche qui
si evidenziano contraddizioni e limiti che ne riducono notevolmente l’efficacia, tanto da non potersi concludere né con un attacco in forze contro l’esercito tedesco in ritirata, né tanto meno con una insurrezione popolare.

Questo brano è tratto dalla tesi:

La Banda Palombaro nella Resistenza Abruzzese

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Informazioni tesi

  Autore: Maria Carla Di Giovacchino
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2015-16
  Università: Università degli Studi Gabriele D'Annunzio di Chieti e Pescara
  Facoltà: Lettere
  Corso: Filologia moderna
  Relatore: Maria Teresa Giusti
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 173

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