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L'opera di Egizio Nichelli 1937 - 1991 (Autori: Pilar Maria Guerrieri, Fabio Mastroberardino, Chiara Tosi)

Museo di Storia Naturale - progetto e direzione lavori EN

Il Museo di Storia Naturale di Milano, inaugurato nel 1892, è il primo edificio in Italia, ad essere progettato ed edificato esclusivamente allo scopo di ospitare un museo naturalistico. Sorto sull’area che occupava il monastero delle Carcanine è stato costruito dall’architetto Giovanni Ceruti. Nell’esterno dell’edificio sono fuse diverse epoche: romanico nell’imposta degli archi e archetti pensili, neogotico nei pinnacoli chi si innalzano ospitando le statue, composito nei capitelli delle colonne, il tutto ricomposto, legato e sottolineato da elementi quattrocenteschi come cornici, marcapiani e riquadri in cotto.

La costruzione iniziale del museo era limitata al corpo centrale e all’ala sud-occidentale, mentre l’ala sud-orientale venne costruita nel 1906-1907, per un totale di 86x62 metri e un’altezza di circa 30 metri. L’interno dell’edificio è composto da sei saloni di esposizione per il pubblico che occupano a doppia altezza il piano rialzato e il secondo piano delle ali esterne. Il corpo centrale, invece, è su sei piani, destinato agli uffici, ai laboratori e a parte della collezione di studio. La collezione ospitata del museo, dopo essere stata allestita tra il 1841 al 1882 nell’ex convento di Santa Marta in via Circo, è stata poi sistemata nelle sale di Palazzo Dugnani, e infine nel 1889 è stata spostata definitivamente nell’attuale complesso per e scarno, con forme e proporzioni che renderla adeguatamente visitabile. Come illustra il volume Il Museo Civico di Storia Naturale di Milano, pubblicato dalla Banca Popolare di Milano nel 1978, l’appellativo civico è stato dato nel 1937 alla morte del naturalista Giuseppe De Cristoforis, proprietario della collezione, il quale ha lasciato in eredità le sue proprietà al Comune di Milano.

L’edificio è stato devastato nel 1943 da un incendio causato dal bombardamento aereo su Milano. Il museo resta completamente inagibile sino al 1950, quando a seguito di un’importante donazione economica di Vittorio Ronchetti, primario dell’Ospedale Maggiore di Milano, s’iniziano i lavori di restauro. I requisiti per il ripristino dell’edificio sono state principalmente tre: l’amministrazione del museo richiede innanzitutto una rapida riapertura di alcune sale, per dare immediatamente alla città un segno tangibile della rinascita di questa istituzione; si passa poi al recupero strutturale delle parti danneggiate e solo dopo aver riaperto tutte le ali, iniziano infine i lavori di restauro delle facciate, in particolare delle decorazioni in cotto.

Come primo intervento Nichelli realizza la nuova copertura e in seguito buona parte dell’interesse è volto al consolidamento statico mediante il rinforzo all’estradosso dei solai e tramite l’ingabbiatura inferiore delle travi. Se nelle sale l’opera di Nichelli è volta a un sostanziale ripristino del percorso museale, nell’atrio e nello scalone principale, dando all’ingresso un nuovo aspetto, più pulito rimandano a uno stile classico e lineare, coerentemente con al sua formazione novecentista da studente del Politecnico. Per questo l’architetto sostituisce i pesanti infissi dell’ingresso proponendo delle ampie vetrate a tutta altezza e elimina la tripartizione, le decorazioni delle colonne in favore di altre colonne alte 2 metri e mezzo in marmo di Carrara. Questo materiale è usato anche per le pareti interne le quali si concludono con un semplice intonaco bianco tirato a liscio che prosegue lungo tutte le arcate. Le stesse arcate caratterizzano anche il grande vano scala, al posto di tutte le vecchie decorazioni in stucco sia sulle murature sia sulla balaustra.

Sempre nell’atrio si può apprezzare “l’arioso volo di fenicotteri sul soffitto e i dieci pannelli decorativi fatti da Gino Bozzetti”, che sono stati apposti nelle nicchie presenti tra una lesena e l’altra e che testimoniano il rapporto di amicizia che intercorreva tra Nichelli e Bozzetti, i quali collaboreranno infatti ancora in altri progetti come il Centro Scarioni.

Per quanto concerne la distribuzione interna, sopra l’atrio d’ingresso è stata situata un’aula conferenze, e al secondo piano la biblioteca. Dall’atrio d’ingresso, al piano rialzato, si entra a sinistra in due sale dedicate alla mineralogia, con vetrine centrali lungo le pareti. Si prosegue nel percorso in un grande salone con petrografia, mineralogia e zoologia; seguite da tre sale con paleontologia e dinosauri. Le sale a destra dell’atrio, vengono destinate invece a mostre temporanee e agli insetti. Il secondo piano è interamente destinato agli animali vertebrati e alle mostre.

Nel 1952, a pochi mesi dall’inizio dei lavori vi è la riapertura di sei sale e della sistemazione dell’atrio d’ingresso e dello scalone principale. Nichelli passa quindi al restauro delle facciate, anch’esse danneggiate soprattutto per quanto riguarda le decorazioni in cotto. Per questo scopo lavora in maniera simile a quanto aveva fatto pochi anni prima all’Ospedale Maggiore con Annoni, realizzando un rilievo completo delle facciate nel quale indica con precisione quali e quanti sono i pezzi mancanti, al fine di ricomporre e ricollocare le decorazioni trovate in situ ancora utilizzabili e poi realizzando un rilievo completo delle facciate nel quale indica con precisione quali e quanti sono i pezzi mancanti. Le tavole di questo rilievo, ritrovate nell’Archivio Nichelli, dimostrano l’attenzione particolare che l’architetto pone nell’ambito della ricostruzione, descrivendo con precisione le dimensioni e le decorazioni di ciascun elemento. Una volta appurata la funzionalità e l’originale posizione dei resti, l’operazione di ricomposizione viene legittimata e si possono reintegrare i pezzi mancanti con un materiale congruo all’esistente.

Se negli interni l’architetto non ha voluto inserire decori, se non le opere di Bozzetti, limitandosi solo a un radicale rinnovamento architettonico e a un nuovo percorso museale, negli esterni attua invece un ripristino del carattere originario dell’edificio, sia per forma che per materia. In questo caso si può parlare di ricostruzione filologica, termine usato da Annoni per evidenziare un metodo di lavoro che riprende il gioco chiaroscurale della facciata, usando i resti trovati in situ, senza falsi e interpretazioni personali.

Anche Giovannoni, usando il termine restauro di ricomposizione, ammette come Annoni questa operazione, anche se sconsiglia questo metodo quando manca una sufficiente documentazione sulla consistenza e la forma originaria della fabbrica. Questo rischio può essere circoscritto da un accurata ricerca analitica precedente al lavoro concreto sull’edificio: ”L’arte del restauratore non è fatta per voli; è fatta d’osservazione, di lavoro silenzioso e paziente, di studio, analitico e minuziosamente ordinato, di abnegazione umile, che lo spinga a dedicare se stesso al restauro ed a consideralo fatto per il monumento e non per il restauratore. Il lavoro è faticoso e difficile, ed è il lavoro ignorato dal pubblico, al quale tanto più il restauro sembra semplice ed ovvio, quanto più è bene ideato e coscienziosamente eseguito”. Questa citazione non va intesa come volontà della ricostruzione in stile ma come ricerca storica finalizzata alla conservazione degli elementi che dettano il carattere della sua precedente esistenza.

Per questo Nichelli non aggiunge niente di personale o moderno che può compromettere l’armonia o l’estetica precedente dell’edificio e ciò consente di conservare il più possibile l’antico in modo da ricostruire la veridicità della storia, perché il Museo di Storia Naturale è il manifesto di un’architettura che si pone al servizio della cultura, da rispettare e trasmessa ai posteri.

Questo brano è tratto dalla tesi:

L'opera di Egizio Nichelli 1937 - 1991 (Autori: Pilar Maria Guerrieri, Fabio Mastroberardino, Chiara Tosi)

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Informazioni tesi

  Autore: Chiara Tosi
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2009-10
  Università: Politecnico di Milano
  Facoltà: Architettura
  Corso: Architettura
  Relatore: Federico Bucci
Coautore: Pilar Maria Guerrieri, Fabio Mastroberardino
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 564

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