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Ruolo e riforme del Fondo Monetario Internazionale nella stabilità dei mercati

Il Fondo Monetario Internazionale. Obiettivi e Governance del FMI

Come scritto nel capitolo precedente, gli economisti di tutto il mondo, con poche eccezioni, non erano stati in grado di prevedere la crisi che aveva avuto origine nel 2007 e si era trasmessa all’intero globo (Bossone, 2010). Resta ancora da comprendere come sia stato possibile che il FMI, l’organizzazione multilaterale responsabile della stabilità finanziaria internazionale, non sia stato capace di interpretare i primi segni della crisi e di comprendere le vulnerabilità dei mercati finanziari internazionali, nonostante la specifica vocazione a svolgere la funzione di sorveglianza economico-finanziaria (Bossone, 2010).

Facendo un passo indietro fin alla nascita del FMI, questa organizzazione vede la luce grazie agli accordi di Bretton Woods del 1944, accordi mirati a stabilire un ordine monetario e finanziario che favorisse la ricostruzione e la crescita dell’economia mondiale dopo la Grande Depressione degli anni ’30 e il secondo conflitto mondiale. L’istituzione è mutata nel tempo e nel corso dei decenni e diventata un’organizzazione a carattere pressoché universale, passando dai 29 paesi fondatori ai 189 paesi attuali. Questo organo nasceva per l’appunto con l’obiettivo principale di “promuovere la crescita nella stabilità” (Schlitzer, 2000), riconoscendo l’esigenza di una cooperazione economica internazionale data l’idea che gli sviluppi economici in un qualunque Stato nazionale finissero per influenzare anche gli altri paesi sia in senso positivo che in senso negativo.

Il FMI era potenzialmente l’istituzione più indicata per gestire la crisi economica del 2007, essendo il FMI una istituzione di natura universalistica e con una vocazione inclusiva. La vocazione universalistica è facilmente verificabile dalla composizione degli Stati membri, che sono pressoché tutti gli Stati, ad eccezione di alcuni microstati, Taiwan, Cuba e la Corea del Nord. Anche rispetto ad altri fori più o meno formali in cui si promuove la cooperazione economica, per esempio il G7 o l’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), si può vedere come nessun foro sia di carattere universale come il FMI.

Per quanto riguarda la vocazione inclusiva del FMI è più difficile stabilire se questo sia in realtà effettivo e non sia solo uno “slogan”. Il sistema di voto all’interno del FMI è organizzato in base alle quote versate dai paesi, non si vota quindi in base al numero di teste. Per fare in modo che ogni paese abbia la possibilità di votare, ogni membro ha un voto base pari a 250 voti. Al voto base viene poi sommato un voto per ogni 100.000 Diritti Speciali di Prelievo (DSP) detenuti dal paese membro. I DSP sono una sorta di valuta emessa dal FMI, creata dal 1969 grazie al I emendamento dello Statuto. I DSP sono del tutto paragonabili alle “azioni” di una qualunque società e rappresentano il capitale del FMI. Oltre a questo hanno anche una funzione di carattere finanziario come valuta di riserva che verrà trattata più avanti (Schlitzer, 2000).

Nonostante l’obiettivo di questo modello di voto sia, appunto, l’inclusività, il peso dei paesi occidentali era ed è ancora sovradimensionato rispetto ai paesi emergenti. La distribuzione delle quote detenute dagli Stati non è difatti ancorata alla loro reale capacità produttiva. Solo per citare un esempio la quota detenuta dal Regno Unito è pari al 4,24 % e il suo voto vale il 4,04% del totale, con un PIL pari a 2787 miliardi di dollari nel 2016 mentre la Cina detiene il 6,41% delle quote, il suo voto vale il 6,09 % del totale ma ha un PIL nel 2016 pari a 21,269 miliardi di dollari. Questo significa che, nonostante la Cina produca più di 7 volte quello che produce il Regno Unito il suo voto vale solamente il 50% in più (Sito FMI). Un tentativo di aggiustamento è già stato effettuato ad aprile 2008, approvando tuttavia solo modifiche marginali e del tutto insufficienti per riequilibrare il peso tra paesi occidentali e paesi in via di sviluppo (Elson 2010).

La struttura decisionale del FMI non differisce da quella di una normale società d’affari. Gli Stati membri vengono rappresentati in un Consiglio dei Governatori (Board of Governors) tramite loro ministri o presidenti di banche centrali. Quest’organo si riunisce generalmente una volta all’anno e discute di questioni come l’aumento delle quote e l’ammissione o uscita di paesi. In questo organo le decisioni vengono prese a maggioranza semplice. Esiste poi il “Comitato Monetario e Finanziario Internazionale” (International Monetary and Finance Committee, IMFC) a cui partecipano i Governatori dei 24 paesi maggiori contribuenti (Sito FMI).

Questo comitato si riunisce due volte all’anno e monitora la situazione economica globale, si occupa dei trasferimenti di risorse ai paesi in via di sviluppo e fornisce pareri che, seppur non vincolanti, delineano gli obiettivi strategici che il FMI persegue (Schlitzer, 2000). L’amministrazione vera e propria del FMI è invece affidata a un Consiglio di Amministrazione (Executive Board, EB), composto da 24 Direttori esecutivi, i quali sono allo stesso tempo dipendenti dell’organizzazione e rappresentanti dei paesi membri con lo stesso funzionamento del Consiglio dei governatori per quanto riguarda la rappresentatività. I governatori di questi 24 paesi sono a capo di “constituencies”, nella quale sono raggruppati tutti gli altri paesi membri e il voto di ciascun Governatore è proporzionale al peso della constituency di cui è a capo.

Il Consiglio di Amministrazione funziona in “sessione continua”, gestisce l’amministrazione corrente e decide sull’erogazione dei fondi. Quest’ultimo è l’organo più importante del FMI e il quorum necessario per l’approvazione di una decisione è variabile. In alcuni casi è prevista la maggioranza semplice, in altre quella qualificata che può essere pari al 70 % o all’85% dei voti totali. Tuttavia, nel Consiglio di Amministrazione si evita di ricorrere al voto formale e si predilige decidere per “consenso”, cioè determinando l’indirizzo prevalente di ogni discussione, in modo da giungere a una soluzione il più condivisa possibile in sintonia con la vocazione inclusiva del FMI (Schlitzer, 2000).

Infine, il Consiglio di amministrazione è presieduto dal Direttore generale (Managing Director) dell’organizzazione il cui mandato dura 5 anni. Il Direttore generale esercita in prima persona la funzione di sorveglianza, approva gli accordi di prestito e discute preliminarmente qualsiasi proposta che richieda una decisione dei Governatori, ma le decisioni da lui adottate vengono vagliate in ultima istanza dal Consiglio di Amministrazione o dal Consiglio dei Governatori.

Questo brano è tratto dalla tesi:

Ruolo e riforme del Fondo Monetario Internazionale nella stabilità dei mercati

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Informazioni tesi

  Autore: Davide Bella
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2015-16
  Università: Università degli Studi di Torino
  Facoltà: Culture, Politiche e Società
  Corso: Scienze Politiche
  Relatore: Stefania Ravazzi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 28

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