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Iperrealtà, Modernità Liquida, Surmodernità. Prospettive sugli “eccessi” del postmoderno in Baudrillard, Bauman, Augé

Surmodernità - L’epoca dei tre eccessi

Interessanti contributi sul dibattito intorno all'età contemporanea arrivano anche dal campo dell'antropologia. Marc Augé inizia la sua carriera di antropologo a metà degli anni Sessanta, con numerose spedizioni "sul campo" in Africa, soprattutto presso le popolazioni degli Alladiani in Costa d'Avorio, e in Togo. Negli anni Ottanta il suo campo d'indagine si sposta in Europa, e Augé inizia a dedicarsi a un’antropologie du proche, una antropologia "del vicino" che si concentri sulla situazione europea contemporanea.

L'antropologia è tradizionalmente legata a contesti ritenuti esotici, naturalmente extraeuropei, non industrializzati; tuttavia egli è profondamente convinto del fatto che la ricerca antropologica sia improntata all'interpretazione della questione dell’alterità, dell'Altro, a tutti i livelli sociali e mondiali. In questo senso, «è il mondo contemporaneo stesso che, a causa delle sue trasformazioni accelerate, richiama lo sguardo antropologico, cioè una riflessione rinnovata e metodica sulla categoria dell'alterità».

Ciò che è in discussione è la questione dell'altro al presente - fattore che basta a distinguerla dalla storia. «L'antropologia è sempre stata un'antropologia del qui e ora. […] Ogni etnologia suppone un testimone diretto di un'attualità presente»: è per questa ragione che un'osservazione antropologica del presente non solo è pertinente, ma anche importante, poiché si rivolge ai cambiamenti che interessano le grandi categorie attraverso cui l'uomo pensa la propria identità e le proprie relazioni. In effetti, «l'etnologia oggi e "presso di noi" […] è un dovere, ancor più che una possibilità».

Oggi, con la sempre più forte interdipendenza economica e politica, e la crescita della mobilità delle persone e del volume dei messaggi in circolo, il contesto antropologico si estende al pianeta intero. L'epoca attuale, insomma, costituisce la prima conferma della trasformazione dell'antropologia, che dallo studio contestualizzato e limitato di popolazioni locali si è spostata allo studio dei temi. Il suo approccio universalistico alla realtà contemporanea ne investe tutti gli aspetti, ed è in grado di indagare adeguatamente anche aspetti della società moderna che in passato erano appannaggio esclusivamente di filosofia e sociologia: in questo senso «Marc Augé ha proposto il concetto di ideo-logica per designare le configurazioni che articolano nello stesso tempo i rapporti di potere e quelli di senso», dal momento che «un potere risulta tanto più legittimo quanto più appare inserito nell'ordine naturale».

L'obiettivo dello sguardo antropologico è dunque quello di fare luce sui meccanismi fondanti della società, per dimostrarne il fondamento assolutamente non naturale bensì culturale, prodotto, risultato delle azioni umane. Un potere - e, per esteso, qualsiasi istituzione sociale - fonda la sua forza nell’ignoranza che lo riguarda.
Come Bauman, anche Augé è convinto che le scienze sociali debbano instaurare un proficuo dialogo che non si fermi a inconsistenti scambi interdisciplinari, «ed è proprio per questo che antropologia e filosofia non possono fare a meno di confrontarsi e di utilizzarsi a vicenda», poiché entrambe fanno proprio un metodo dialettico rivolto a criticare in primis la propria posizione soggettiva, culturalmente e storicamente determinata, dalla quale devono essere in grado di affrancarsi.

Spazialità e socialità sono, in Augé, categorie profondamente legate. Entrambe non scompaiono mai, se non per ricomporsi, ed è quindi attraverso il loro rapporto intimamente dialettico che è possibile leggere le contraddizioni della modernità. «Prima di tutto l'etnologo lavora nello spazio contemporaneo […] e il suo primo compito è di reperire o di ritagliare in esso delle unità significative» dal momento che la tradizione antropologica riconosce nel rapporto e nella simbolizzazione dello spazio da parte degli uomini il primo modo di comprendere ed organizzare se stessi e, in senso lato, la questione del senso. Di conseguenza, è qui che risulta possibile decifrare la società; è nella spazialità che anche le sue contraddizioni trovano particolare espressione.
La questione del senso, in un'epoca che sta subendo numerosi mutamenti, assume un ruolo centrale, ed è su di essa che si focalizza lo sguardo antropologico. La constatazione della fine delle grandi narrazioni comporta numerose conseguenze in diversi ambiti, dalla politica alla società, tutte riconducibili al fondamentale dubbio sulla storia come portatrice di senso ed alla possibilità di inscrivervi ancora un principio di intelligibilità ed identità.

Augé riconosce come specificamente contemporaneo il bisogno quotidiano di dare un senso al presente, che egli identifica come «corrispondente a una situazione che potremmo definire di surmodernità, per rendere conto della sua modalità essenziale: l’eccesso». La surmodernità augeiana, in diretta opposizione a una postmodernità concepita come una somma arbitraria di fattori aleatori, si definisce specificamente per mezzo di tre figure dell'eccesso: eccesso di tempo, di spazio, di individuo. Augé è chiaro: la surmodernità non vuole essere una parodia, una caricatura, o una copia della postmodernità. Tutt'altro: «Si potrebbe dire della surmodernità che essa rappresenti il diritto di una medaglia di cui la postmodernità ci ha presentato solo il rovescio - il positivo di un negativo». In effetti, l'antropologia postmoderna costituisce un caso particolare del più ampio concetto della surmodernità, il quale risulta più in grado di rendere conto della situazione odierna nella sua complessità e nelle sue sfaccettature:

L'idea di postmodernità appare o troppo ambiziosa o troppo oziosa. Talvolta essa sembra definire una condizione che si sarebbe sottratta una volta per tutte alle vecchie determinazioni e che sarebbe dunque in grado di coniugare armoniosamente al suo interno la diversità delle culture […]. Per certi versi, questa appare come la versione cool ed ecologista della fine della storia e dell'utopia liberale. Diversa invece è l'interpretazione se la si evoca per riferirsi a una situazione non utopica, ma
vaga e indeterminata.


La presa di posizione nei confronti della corrente del postmodernismo è evidente e non lascia spazio a dubbi di sorta, né nella "versione" di Lyotard e Vattimo, né nei termini di fine della storia di cui parla Francis Fukuyama.
La postmodernità è quindi una prospettiva eccessivamente riduttiva che si focalizza solo sulle rotture e sulle discontinuità, e non risulta in grado di spiegare - addirittura, ignora - un vasto insieme di fenomeni che costituiscono invece parte integrante dell'epoca contemporanea, come gli effetti omologanti ed al contempo disegualitari introdotti dallo sviluppo del mercato e delle tecnologie. Per questa ragione Augé preferisce esprimersi diversamente:

Quando ho proposto il concetto di "surmodernità" per definire la situazione attuale, l'ho fatto appunto per situarla in relazione all'epoca della modernità. In effetti, quella è il prolungamento di questa, ma è soggetta all'influenza di molteplici fattori, complessi e talvolta contraddittori, che ne rendono difficoltosa l'analisi. Si tratta di una situazione "surdeterminata", […] ed è in questo senso che essa è surmoderna.

La surmodernità è quindi definita da «tre figure dell'eccesso».

La prima è quella dell'eccesso di tempo: la storia ci insegue, ha iniziato un moto di accelerazione per cui ogni momento della vita individuale viene immediatamente ascritto al passato. Una decade viene canonizzata appena inizia quella successiva, e così gli anni Sessanta, Settanta, Ottanta, Novanta, addirittura Duemila, entrano immediatamente nella storia ed incalzano il presente. «Il mondo moderno è quello dell'accumulazione», e lo sviluppo della tecnologia, dei mezzi di trasporto e d'informazione produce una sovrabbondanza di avvenimenti. È segnatamente questa sovrapproduzione a costituire un problema, nella misura in cui, incalzati dagli avvenimenti, sentiamo bisogno di dare un senso al presente, poiché si perde il filo conduttore della propria storia: è la nostra stessa vita che viene chiamata in causa.

Il progresso tecnologico ha svolto un ruolo considerevole, poiché l'insieme delle tecnologie della comunicazione, della produzione e del consumo si è chiuso intorno al pianeta costituendo una «cosmotecnologia» (l'insieme delle tecnologie messe a disposizione dell'uomo per la gestione della propria esistenza materiale, unito all'insieme delle rappresentazioni ad esso legate) assolutamente fine a se stessa, la quale, se da un lato comporta ricadute rassicuranti, in ultima istanza risulta alienante. Nell'infinita immanenza che caratterizza la contemporaneità, dove ogni istante e ogni luogo sono potenzialmente sempre presenti, molti individui non risultano più capaci di collocarsi in maniera stabile nel proprio presente intimo, personale. Mutuando l'espressione dal lessico della medicina, si può affermare che nella surmodernità venga meno la propriocezione spaziotemporale, ovvero la capacità di percepire, riconoscere e collocare la propria persona in un contesto spaziale e temporale specifico, nel quale un rapporto consapevole con passato e futuro non costituisca un problema.

In secondo luogo, Augé registra la comparsa di un eccesso di spazio. Sono due i paradossi che riguardano la spazialità surmoderna, ed entrambi - come nel caso del tempo - sono dovuti alle nuove tecnologie, che modificano radicalmente l'esperienza dell'individuo. Si verificano due fenomeni apparentemente in opposizione, ma perfettamente compatibili nella logica della surmodernità: da una parte il «restringimento del pianeta», dall'altra l'apertura del mondo all'uomo. Così, da un lato, l'esplorazione dello spazio da parte dell'uomo, gli astronauti, i satelliti, forniscono una nuova prospettiva sulla Terra, che improvvisamente sembra infinitamente piccola; i mezzi di comunicazione, inoltre, riportano istantaneamente notizie da ogni parte del mondo, proiettandoci direttamente sui luoghi dei reportage di guerra.

L'uomo si sente "chiamato in causa" da ogni notizia, come se eventi che accadono dall'altra parte del mondo lo riguardassero in prima persona - e le conseguenze che ne derivano potessero ricadere su di lui. Dall'altro lato, però, i mezzi di trasporto azzerano le distanze; è possibile raggiungere rapidamente destinazioni un tempo lontane, e le immagini che i media ci portano dentro casa portano l'informazione - e gli avvenimenti - a un livello decisamente nuovo, più vivido, più presente, più penetrante.
L’eccesso di ego, di individuo è una diretta conseguenza dei due "eccessi" precedenti e dei loro risvolti: l'accelerazione della storia ed il restringimento del pianeta mettono in discussione l'identità nella misura in cui ogni individuo è direttamente preso a testimone. I punti di riferimento collettivi vengono rapidamente smantellati a causa del moltiplicarsi delle "voci" coinvolte nel coro mediatico quotidiano. In questo senso, l'individuo surmoderno è fondamentalmente uno spettatore della società degli schermi, che diviene - individualmente, ma su larga scala - l'oggetto "esclusivo" delle attenzioni del discorso del piccolo schermo: ne risulta una tendenza all'individualizzazione dei percorsi che si traduce in una (fittizia) accresciuta importanza del riferimento individuale, traducibile nel motto «”a modo mio“».

Così, nelle società occidentali, l'individuo è portato a considerarsi un universo a sé, chiuso e completo in se stesso. Vuole ricevere ed interpretare esclusivamente da sé le informazioni di cui entra in possesso, senza mediazioni e senza le dovute ricerche aggiuntive, ed ha la pretesa di costituire una cosmologia individuale a cui nulla va aggiunto. «A ognuno la sua cosmologia ma, anche, a ognuno la sua solitudine».
Il consumismo materialistico contemporaneo gioca un ruolo particolarmente importante nella misura in cui «ognuno si costruisce su misura la propria cosmologia, ricorrendo, se necessario, alle nuove tecnologie». Così si spiega la pretesa di gestire il rapporto con la religione, la politica, la sessualità, la socialità, "a modo mio"; tutti costituiscono un nuovo punto di riferimento, e tutti hanno la pretesa di avere voce in capitolo senza avere le necessarie conoscenze, competenze e precauzioni del caso:

Ciò che qui va notato è che questa individualizzazione degli approcci non è poi tanto sorprendente […]: mai le storie individuali sono state così esplicitamente implicate nella storia collettiva, ma al contempo mai i riferimenti dell'identificazione collettiva sono stati così fluttuanti. La produzione individuale di senso è dunque più che mai necessaria.
Si tratta, quindi, di ripensare e ridefinire le condizioni di rappresentatività e dare rinnovata attenzione agli avvenimenti che riguardano la singolarità, per considerare adeguatamente la richiesta di senso nell'epoca contemporanea, poiché «l'eccesso di individualizzazione [è] legato all'affossamento delle cosmologie collettive».

La surmodernità riguarda, insomma, tre questioni principali, inestricabilmente legate l'una all'altra: convergenza delle storie, deterritorializzazione degli spazi e liberazione degli individui, e questi tre fattori sono la conferma materiale del fatto che «il rapporto globale degli esseri umani col reale si modifica per effetto delle rappresentazioni associate allo sviluppo delle tecnologie», contribuendo a creare un'infinità di cosmologie personali che rispondono all'esigenza di punti di riferimento, ma che, parallelamente, portano alla distruzione dei punti di riferimento collettivi e globali.

L'antropologia tratta del senso che gli uomini danno alla loro esistenza, alle relazioni - simbolizzate ed effettive - tra gli appartenenti ad una collettività. Per questo, parlare di senso vuol dire parlare del senso sociale, e il bisogno di senso dell'epoca contemporanea si definisce come l'esigenza di ordinare la società (ormai globale) e le sue relazioni.
[…]

Questo brano è tratto dalla tesi:

Iperrealtà, Modernità Liquida, Surmodernità. Prospettive sugli “eccessi” del postmoderno in Baudrillard, Bauman, Augé

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Informazioni tesi

  Autore: Irene Franceschini
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2013-14
  Università: Università degli Studi di Padova
  Facoltà: Filosofia
  Corso: Filosofia teoretica, morale, politica ed estetica
  Relatore: Giovanni Gurisatti
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 157

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