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L'esecuzione della pena di morte in relazione al divieto di tortura: una punizione disumana?

Approcci emergenti dalla giurisprudenza sul death row phenomenon

Abbiamo considerato i diversi approcci con cui il fenomeno del death row è stato affrontato da alcune Corti nazionali; più nello specifico abbiamo analizzato alcuni casi trattati dalle varie Corti statunitensi, dalla Corte Suprema indiana, dalla Corte suprema dello Zimbabwe e dal Judicial Committee of the Privy Council. Invece, per quanto concerne la giurisprudenza e le raccomandazioni di stampo internazionale, abbiamo considerato le decisioni del Comitato per i diritti umani e le sentenze della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

L’approccio adottato dalla giurisprudenza statunitense presenta profili di peculiarità che lo distinguono da quello adottato da altre Corti nazionali. Infatti, abbiamo visto come le Corti statunitensi si siano mostrate particolarmente ostili al riconoscimento del death row phenomenon. E’ significativo che nella vasta giurisprudenza statunitense concernente la disputa di casi capitali, non ci sia stato neanche un caso in cui sia stato riconosciuto il fenomeno del death row. Per quanto riguarda la giurisprudenza da noi esaminata, solo nel caso People v. Anderson è emerso, tra le altre criticità concernenti la pena capitale, come un lungo ritardo nel darle esecuzione fosse di per sé crudele, indipendentemente dal fatto che tale ritardo fosse dovuto alle garanzie di revisione processuale.

A mio parere, l’ostilità nei confronti del riconoscimento del fenomeno dimostrata dalla giurisprudenza statunitense è dovuta al forte attaccamento nei confronti della pena capitale che gli Stati Uniti ancora oggi presentano. Basti pensare che gli Stati Uniti ad oggi sono l’unica democrazia occidentale ad applicare la pena di morte, di conseguenza qualsiasi fattore che possa porre in dubbio la legittimità di questa pratica sarebbe suscettibile nel creare una crisi profonda che potrebbe contribuire ad ulteriori spinte verso l’abolizione; crisi che le Corti, per quanto possono, cercano di aggirare.

Abbiamo visto che le altre Corti nazionali esaminate hanno considerato il death row phenomenon concentrandosi prevalentemente sul fattore ritardo, di fatto ignorando le ulteriori circostanze caratterizzanti il fenomeno, in particolare quelle collegate alla sofferenza provata dal condannato. In alcuni casi tuttavia, come nel Catholic Commission case pronunciato dalla Corte Suprema dello Zimbabwe, ai fini della decisione, unitamente al fattore ritardo sono state considerate anche le condizioni dure e degradanti di detenzione.

Per quanto riguarda gli organismi internazionali, anche il Comitato per i diritti umani si è concentrato prevalentemente sul fattore ritardo, ma solo fino al momento in cui il caso Soering discusso davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha stravolto le visioni preesistenti sul death row phenomenon, influenzando di fatto anche il Comitato, come dimostrato dal caso Kindler.
Focalizzandosi sul fattore ritardo, Bojosi ha riscontrato l’esistenza di due approcci emergenti dalla giurisprudenza considerata nel suo complesso, ossia l’approccio progressivo e l’approccio conservatore, che esaminerò qui di seguito.

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L'esecuzione della pena di morte in relazione al divieto di tortura: una punizione disumana?

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Informazioni tesi

  Autore: Angela Sallustio
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2016-17
  Università: Università degli Studi di Firenze
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Relazioni Internazionali
  Relatore: Luisa Vierucci
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 147

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Parole chiave

diritto internazionale
diritti umani
detenzione
pena di morte
tortura
human rights
divieto di tortura
braccio della morte
metodi di esecuzione
death row

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