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La propaganda dell’omosessualità in Russia: indagine sulle nuove leggi

L'omosessualità sotto Stalin

L’attacco di Stalin al capitalismo del NEP nel 1928 con l’inaugurazione del Primo Piano dei 5 Anni fu la svolta politica necessaria che rese possibile l’introduzione di una legislazione anti-omosessualità nell’URSS. L’Articolo 154 di Stalin del Codice Penale Sovietico, annunciato il 17 Dicembre 1933 e reso obbligatorio per tutte le repubbliche URSS il 7 Marzo 1934, prescriveva che:

Половое сношение мужчины с мужчиной (мужеложство) — лишение свободы на срок от трех до пяти лет.
Мужеложство, совершенное с применением насилия или с использованием зависимого положения потерпевшего, — лишение свободы на срок от пяти до восьми лет.

Colpisce innanzitutto l’uso del termine biblico “sodomia”, che i Bolscevichi avevano sempre respinto. Inoltre, il testo di legge non menziona l’incarcerazione per un rapporto sessuale tra due donne: infatti, le relazioni omosessuali femminili non furono perseguitate. Si ipotizzano due ragioni: le donne erano meno inclini all’utilizzo di luoghi pubblici, al contrario della controparte maschile, per la socializzazione ed il contatto sessuale. La subcultura omosessuale femminile, fin dai tempi del Secolo d’argento, ruotava attorno a cerchie segrete. La seconda ipotesi risiede nella comune credenza, nonché resoconto degli incontri psichiatrici sovietici del 1920, che questo tipo di relazioni avvenisse poiché le donne erano insoddisfatte delle loro relazioni eterosessuali.

Tuttavia, rendere l’omosessualità nuovamente un crimine fu un’inversione di tendenza rispetto alle politiche adottate dal governo di Lenin. Vi furono principalmente due ragioni dietro questa scelta politica:
1) La promozione dell’eterosessualità avrebbe alzato il tasso di natalità.
Il piano dei 5 anni richiedeva un’enorme espansione della forza lavoro. La popolazione andava educata per poter far svolgere alla Russia il suo ruolo di potenza moderna e industrializzata, capace di reggere il confronto con l’Occidente capitalista e la Germania nazista contro cui era in guerra.

Inoltre, l’aborto fu vietato nel 1920 con una legge apposita, in quanto forma di controllo delle nascite. Anche il divorzio fu reso meno accessibile in un decreto onnicomprensivo sulle politiche familiari del 1936. La vita familiare divenne oggetto di attenzione di una nuova normativa, in cui ogni tipo di amore carnale fu dichiarato borghese e contro la moralità sovietica.

Fu l’enunciazione definitiva della “famiglia tradizionale”: essa sarebbe diventata il fondamento della Russia di Stalin, ancor più di quanto lo fu nel periodo bolscevico. Le donne avevano, ancora, innanzitutto il dovere di essere mogli e madri, prendendosi cura dei propri mariti e figli, ma tuttavia erano ancora ben viste nei ruoli manageriali. Qui vi rientra l’operato del movimento delle “mogli attiviste” (Obščestvennicy), avviato nel 1936 con il sostegno di Sergej Oržonikidze, il Commissario dell’Industria pesante: esse reclutarono le mogli senza impiego per organizzare attività culturali, educative e d’intrattenimento per gli operai ma anche per vigilare il lavoro nelle fabbriche. [...]

Questo brano è tratto dalla tesi:

La propaganda dell’omosessualità in Russia: indagine sulle nuove leggi

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Informazioni tesi

  Autore: Maria Luisa Balacco
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2016-17
  Università: Università degli Studi di Bari
  Facoltà: Mediazione Linguistica e Culturale
  Corso: Lingue e culture moderne
  Relatore: Marco Caratozzolo
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 85

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