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La condizione delle detenute madri nell'ordinamento giuridico italiano

Tutela dell’infanzia in prigione. Il ''diritto di esser piccoli''

L’ordinamento giuridico italiano, negli ultimi anni ha iniziato ad attribuire sempre più importanza alla tutela dell’infanzia, riconoscendogli numerosi diritti che sono poi stati ribaditi in sede internazionale ed europea.
Il minore, data la sua naturale condizione di dipendenza dagli adulti merita particolari accortezze e, a differenza dal passato, non può essere visto solo come soggetto portatore di interessi patrimoniali ma anche personali.

L’intera sfera del bambino, le sue necessità e la sua formazione viene studiata dalle Scienze Umane, che si occupano di comprendere le fasi della sua crescita fisica ed intellettiva e di descriverne i fenomeni cognitivi. Si è pian piano compresa l’importanza della crescita del bambino e tramite la pedagogia ed altre scienze si è giunti alla conclusione che, concentrarsi sui vari processi formativi, considerati nel più ampio raggio, è essenziale per porre le basi dell’educazione.
Questa rappresenta una solida base su cui fondare il futuro, la società, partendo dai bambini, adulti del domani.


Pitagora diceva: «Educa i bambini e non sarà necessario punire gli uomini», intuendo l’importanza dell’educazione come strumento per prevenire il delitto, la criminalità per la costruzione del buon senso civico e della conoscenza e la formazione come primo strumento per prevenire la punizione, la sanzione, la pena.

Nel sistema internazionale, la prospettiva sul minore è cambiata a tal punto da farne apposite disposizioni, ed un esempio è la Convenzione ONU sui diritti del fanciullo con l’obiettivo di difenderli e tutelarli. Della Costituzione abbiamo ampiamente parlato, ma se volessimo tracciare un quadro completo potremmo dire che il minore, non ha una disciplina particolare di riferimento e questo perché si vuole sottolineare che è considerato nella sua totalità di diritti, come essere umano.
Lo stato ha il compito di rimuovere gli ostacoli che si interpongono nella realizzazione dell’obiettivo di far sviluppare pienamente la persona umana, comprendendo anche il minore.
Tra le prerogative dello Stato vi è quella di garantire il diritto all’istruzione, al fine di seguire e svolgere delle attività da lui scelte e contribuire al «progresso materiale e spirituale della società».
All’insieme dei compiti di garanzia e tutela della Repubblica, vi sono quelle dei genitori che guidano e accompagnano il bambino fino all’età adulta, provvedendo al suo sostentamento economico e morale, questo a dimostrare come il sistema giuridico abbia operato un vero e proprio cambiamento nell’assetto dei diritti minorili.

I genitori hanno il dovere di accompagnare i figli non forzandoli nelle scelte ma seguendo le loro aspirazioni ed inclinazioni naturali, assecondandoli ragionevolmente. Il codice penale contiene previsioni normative contro i maltrattamenti subiti tra le mura domestiche; un’evoluzione complessivamente segnata anche dalle pronunce della giurisprudenza, la quale ha ricordando che i metodi correttivi e l’educazione non possono sfociare in violenza psichica o fisica.
La Corte di Cassazione in una sentenza del 2013 ha stabilito che la violenza reiterata nel tempo, del genitore nei confronti del figlio integra il delitto di maltrattamenti, anche se utilizzata come misura di correzione.

Ci chiediamo a questo punto dell’indagine come bilanciare il diritto di una madre, di vivere la propria maternità con il diritto all’infanzia del bambino che vive in un regime ristretto. A livello legislativo la legge prevede che il minore sia cresciuto all’interno della propria famiglia naturale e nel caso in cui, sorgano problematiche, temporanee di indigenza e di inidoneità dell’ambiente familiare, sia seguito tramite l’ausilio dei Servizi Sociali i quali predispongono interventi validi per la tutela del nucleo familiare. Tuttavia, nel caso in cui, tali situazioni siano gravi tanto da non permettere al minore una vita dignitosa o si trovi in stato di abbandono, mal curanza e non sia sufficientemente assistito, sarà dichiarato adottabile, salvo che questa condizione sia dovuta a cause di forza maggiore e condotte incolpevoli e destinate a modificarsi in positivo.
Sempre in merito alle adozioni, vi è stata la ratifica della Convenzione per la tutela dei bambini e per la cooperazione nell’adozione internazionale del 1993, la stessa fissa regole tassative per le adozioni, impiegando organi appositi per il controllo delle pratiche. Altro cambiamento è stato quello dell’art. 155 c.c., il quale ha modificato completamente l’asse di riferimento in tema di affidamenti, poiché nel caso in cui vi sia una rottura del legame matrimoniale tra i coniugi, è stato affermato il diritto del bambino ad esser affidato ad entrambi i genitori, con provvedimenti opportuni affidati alla decisione del giudice e con esclusivo interesse del minore. Un diritto alla bi-genitorialità, che sembra totalmente assente nel caso di bambini in prigione con le proprie madri.

Dunque possiamo osservare, attraverso le disposizioni dell’ordinamento nazionale, che al minore occorre una particolare tutela, che tiene conto del suo processo di formazione sia fisica che psichica, anche solo riconoscendo l’importanza che il minore non subisca eventi traumatici che potrebbero incidere sulla sua salute. Gli orientamenti giurisprudenziali danno priorità all’interesse del minore, ma di fatto quando si tratta di bambini detenuti è come se vi fosse un «velo di Maya» a coprire le inefficienze. I bambini non possono essere invisibili di fronte alla legge, che siano stranieri o italiani, il nostro sistema non permette differenze basate sulla nazionalità o sulla razza, è necessario intervenire con delle soluzioni immediate e idonee ad apportare pronta tutela a queste situazioni.
Se è vero che a livello nazionale ed internazionale, il diritto all’infanzia è stato progressivamente tutelato nel tempo, occorre domandarsi se, il sistema penale e penitenziario che permette la permanenza dei bambini in carcere, sia un atto di umanità o di profonda arretratezza.

Da un lato, il bambino che, trovandosi fuori dal carcere perché non avendo genitori detenuti, è tutelato fino a modellare il suo ambiente scolastico, familiare e sociale su regole di igiene, formazione, possibilità formative ed attenzioni. Dall’altro un bambino detenuto in carcere con la madre, dietro le sbarre e con carenze affettive, psicologiche e ambientali, senza alcun timore da parte delle istituzioni, che possa essere “violentato psicologicamente” in ambienti non adatti a lui e con l’incuranza delle possibilità negate. Piccole - grandi possibilità, come quelle di vedere il mondo, la natura, avere due figure genitoriali su cui contare, relazionarsi con i coetanei, fare uno sport, vivere in serenità senza le regole della prigione.
Il diritto della madre di scegliere se tenere con sé il figlio, può essere più grande degli occhi sereni di un bambino che vive in una realtà ordinaria, giocosa?
La legge n.285 del 1997, con le Disposizioni per la promozione di diritti e di opportunità per l’infanzia e l’adolescenza, per favorire lo sviluppo, la realizzazione individuale e sociale del minore, la qualità della vita la progressione delle attività formative, ha istituito un Fondo nazionale, al fine di sostenere le famiglie, le relazioni affettive ed evitare i casi in cui i bambini debbano essere allontanati dal nucleo familiare, cercando misure alternative.

L’idea è di porre rimedio ad una eventuale situazione di disparità, ed anche con la creazione della Commissione parlamentare per l’infanzia e l’Osservatorio nazionale per l’infanzia, si è assistito al bisogno di controllare che le norme poste fossero rispettare.
I bambini in carcere sviluppano un metodo comunicativo basato sul linguaggio non verbale, un gioco tipico utilizzato da molti è quello di riprodurre le azioni ordinariamente viste ed apprese in carcere. Aprono e chiudono porte immaginarie e mimano lo stupore di vedersi in una realtà diversa, la voglia di voler vivere fuori dai cancelli e dalle sbarre. La fantasia e l’immaginazione sono un meccanismo di difesa della mente, un porto sicuro in cui proiettarsi senza paure e per i bambini spesso questo è l’unico modo per superare i traumi causati dalla condizione carceraria. Innocenti dietro le sbarre, privati del diritto alla libertà personale, senza aver commesso reati o comprendere la ragione di tanta privazione, ritenere normale la costrizione fisica fino ad aver paura degli spazi aperti o della natura esistente, chiamare “casa” una prigione.
Nonostante si voglia combattere le disparità favorendo l’uguaglianza di opportunità per i bambini, quella dei minori in prigione rimane una questione da affrontare, una lacuna dell’ordinamento nella tutela effettiva dei diritti.
Il bilanciamento di interessi operata dal legislatore appare troppo scarna in quanto la garanzia del diritto all’infanzia sembra venir meno lì dove il diritto di scelta della madre prevalga su quello del bambino di avere una vita libera.
Appare evidente il divario tra i trattamenti che vengono riservati ai bambini, un’uguaglianza sancita in costituzione ma che nella prassi non viene del tutto applicata.

Questo brano è tratto dalla tesi:

La condizione delle detenute madri nell'ordinamento giuridico italiano

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Informazioni tesi

  Autore: Adriana Caforio
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2016-17
  Università: Università degli Studi Roma Tre
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Giurisprudenza
  Relatore: Antonella Massaro
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 178

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