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TTIP - Analisi e prospettive del Partenariato Transatlantico su Commercio e Investimenti

Rischi su sicurezza alimentare e indicazioni geografiche

Come già discusso, il TTIP pone come obiettivo il superamento di ogni eventuale ostacolo normativo che possa, in qualche misura, rappresentare un intralcio o una perdita di guadagno per gli scambi commerciali tra l’Unione europea e gli Stati Uniti d’America.
Gli ostacoli agli scambi riguardanti agricoltura e alimenti, derivano in gran parte dalle misure sanitarie e fitosanitarie (Sanitary and Phyto-Sanitary measures, SPS) vigenti negli Stati Uniti e nell’Unione europea. Entrambi gli ordinamenti, differiscono profondamente dal punto di vista dell’elaborazione e dell’applicazione delle SPS adottate per proteggere la salute dei cittadini.

Una possibile armonizzazione dei contenuti, come previsto dall’Accordo al fine di favorire un incremento di scambi commerciali, agli occhi di gran parte dell’opinione pubblica, suscita particolare apprensione.

Al centro delle preoccupazioni vi è la possibile messa in discussione, da parte dei negoziati, del cosiddetto «principio di precauzione» vigente in tutti i paesi aderenti all’Unione europea. Il suddetto principio impedisce la distribuzione dei prodotti potenzialmente dannosi per la salute umana e ambientale, qualora i dati scientifici non consentano una valutazione completa dei rischi. Il principio di precauzione può inoltre imporre al produttore, al fabbricante o all’importatore di dimostrare l’assenza di pericolo del proprio prodotto, assoggettandolo all’ «onere della prova», come ulteriore garanzia di sicurezza, senza dover richiedere l’intervento dell’autorità pubblica.
Negli Stati Uniti si procede in senso opposto, ossia, la valutazione di un dato prodotto viene fatta successivamente alla sua entrata in circolazione. Di conseguenza, in assenza di una chiara prova, tutta a carico dell’eventuale vittima di un alterazione fisiologica o malessere scientificamente collegabile al prodotto di cui si è fatto uso, quest’ultimo resta in commercio (principio scientifico). Tutto ciò lascia intendere quanto gli interessi degli imprenditori prevalgano sugli standard di sicurezza alimentare statunitensi che, di conseguenza, non possono che risultare nettamente più bassi di quelli europei.

Poiché con il Partenariato Transatlantico ciò che si ricerca è una «convergenza regolamentare», è necessario citare quanto gli ordinamenti europei e statunitensi differiscano nell’ammissione e regolamentazione di prodotti e di misure sanitarie e fitosanitarie.
In USA circa il 70% di tutti gli alimenti presenti nei supermercati contengono ingredienti a base di organismi geneticamente modificati (OGM). Di contro, all’interno dell’Unione europea nessun prodotto alimentare contenente OGM può essere venduto a meno che non venga dichiarato sull’etichetta. Sempre negli Stati Uniti, oltre il 90% delle carni bovine viene abitualmente trattata con l’utilizzo di ormoni della crescita, ritenuti in Europa, correlabili a patologie cancerogene negli esseri umani.
Infine, rimanendo oltreoceano, è consentito che gli avicoltori trattino le carcasse di volatili destinati al consumo, con cloro. Pratica, quest’ultima, vietata dall’Unione europea dal 1997.
Vi sono discrepanze regolamentari anche per quanto riguarda l’utilizzo di pesticidi nel settore dell’agricoltura, pertanto, secondo una analisi del CIEL (Center for International and Environmental Law) l’accordo di libero scambio fra USA e Ue potrebbe ridimensionare le barriere ai pesticidi nocivi in vigore nel Vecchio continente.

I principali gruppi produttori di sostanze chimiche per l’agricoltura (tra cui BASF, BayerCrop Science, Dow AgroSciences, DuPont Crop Protection, Monsanto e Syngenta Crop Protection), pare stiano esercitando forti pressioni sui negoziatori per ottenere un alleggerimento degli standard più severi, in materia di anticrittogamici, in vigore nell’UE e nei singoli Stati americani.
I suddetti gruppi raccomandano l’adozione del sistema statunitense di valutazione del rischio chimico che, secondo l’analisi di Ciel, permette l’utilizzo di almeno 82 pesticidi attualmente vietati nell’Ue. Tra questi vi sono, addirittura, alcuni riconosciuti come cancerogeni e interferenti endocrini per i quali i controlli europei, avendo fissato specifici livelli massimi di contaminazione, impedirebbero l’ingresso al 40% di tutti i generi alimentari provenienti dagli Stati Uniti.
Anche i dati tratti dalle varie agenzie statunitensi, governative e non, forniscono dettagli più che mai allarmanti per il settore agroalimentare. Si pensi che l’Organizzazione non governativa Grain, facendo riferimento ai calcoli pubblici dei Centers for Disease Control and Prevention, ha recentemente segnalato che in USA, ogni anno, sono circa 48 milioni le persone che si ammalano per aver assunto cibo contaminato (un cittadino su sei), perdendo la vita in 3000. Di contro in Europa, i dati risalenti al 2011 parlano di numeri vistosamente inferiori a quelli della controparte d’oltreoceano, infatti si contano circa 70.000 persone ammalate, dei quali 93 decedute.

Ma non è soltanto un probabile livellamento degli standard a minacciare la sicurezza alimentare europea, bensì trova specifica materia di interesse anche la questione delle cosiddette «indicazioni geografiche».
In Europa (come già analizzato in precedenza), a quei prodotti agricoli o alimentari le cui caratteristiche e qualità dipendono dalla loro origine geografica e la cui produzione avviene in una determinata area, è attribuito il marchio d’origine IGP (Indicazioni geografica protetta). Per ottenere la IGP, almeno una fase del processo di produzione di un dato bene alimentare deve avvenire in un’area prestabilita e attenersi a rigide regole produttive promosse da uno specifico organismo di controllo.
Più precisamente, all’interno della Comunità europea, sono sanciti esattamente due livelli di protezione: Denominazione di origine protetta (Dop) per i prodotti con un legame totale con il luogo di origine e nel quale è stato localizzato l’intero processo produttivo; e Indicazioni geografiche protette (IGP), come detto in precedenza, per i prodotti per i quali non tutte le fasi del processo di produzione sono vincolate al luogo di cui portano il nome.

I motivi di tensione nascono dal fatto che le Indicazioni geografiche non sono universalmente riconosciute. In paesi come Canada, Stati Uniti e in gran parte dei paesi di cultura anglosassone il ruolo delle indicazioni geografiche è sostituito da veri e propri marchi commerciali registrati dalle imprese che per prime ne hanno fatto richiesta e ottenuto l’utilizzo esclusivo.
Conseguentemente, nel - non troppo remoto - caso in cui uno di questi paesi registri, come marchio commerciale per i propri prodotti, nomi di prodotti tipici europei, in questo caso i corrispondenti originali, benché protetti dai marchi Dop-Igp, non avrebbero modo di circolare.

Si pensi al possibile impedimento di circolazione di prodotti tipici italiani come il Parma, il San Daniele, il Grana o il Parmigiano soltanto perché omonimi di alimenti che per primi hanno registrato il proprio marchio, ma che nulla hanno a che fare con una specifica filiera di produzione e localizzazione, tipica dei prodotti contraddistinti da IGP.
Ciò a cui sembra voler ambire il TTIP a riguardo, è un «mutuo riconoscimento», già introdotto nell’accordo CETA, tra Canada e Unione europea. Il mutuo riconoscimento prevede l’adozione di una vera e propria lista di prodotti a marchio d’origine protetta, complementari ai marchi commerciali. Tale misura, tuttavia, comporta che tutti i prodotti fuori lista possono essere soggetti a copia, pur non rispettando una certa filiera produttiva come per gli omonimi originali.
A tal punto ci si chiede: come potrebbe reagire la domanda europea verso i prodotti d’origine controllata, con l’avvento di prodotti realizzati da imprese d’oltreoceano con una migliore capacità organizzativa e a prezzi più accessibili, seppur a spese della qualità?

Questo brano è tratto dalla tesi:

TTIP - Analisi e prospettive del Partenariato Transatlantico su Commercio e Investimenti

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Informazioni tesi

  Autore: Salvatore Miceli
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2014-15
  Università: Università degli Studi della Calabria
  Facoltà: Scienze politiche e sociali
  Corso: Discipline economiche e sociali per lo sviluppo
  Relatore: Carmelo Buscema
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 76

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