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Da Benedetto XV a Francesco: la lunga marcia della Chiesa cattolica nella Cina repubblicana

I primi sintomi di disgelo con la Cina popolare

I primi anni Settanta segnarono un momento particolare per la storia delle relazioni internazionali riguardanti la Repubblica Popolare Cinese. Il seggio alle Nazioni unite, ottenuto il 25 ottobre del 1971, e l’annuncio della visita del presidente statunitense Nixon in Cina, posero lo stato asiatico al centro dell’attenzione politica e mediatica del tempo. Queste novità, almeno in un primo momento, non agevolarono i rapporti tra la Santa Sede e la Cina comunista, a dispetto di quanto Paolo VI desiderava sin dall’inizio del suo pontificato.

Per comprendere al meglio la situazione che la Chiesa Cattolica e il Governo Comunista vivevano nella rete delle relazioni internazionali, torna utile il pensiero di Padre Louis Wei Tsing-sing. Quest’ultimo, prete cinese di Shanghai residente a Parigi, illustrò nel suo libro “la Saint-Siege e et la Chine” le cause che impedivano il riavvicinamento tra Roma e Pechino. Partendo dalla volontà di ricercare un modus vivendi tra Vaticano e Governo cinese, si trovava a constatare che:

“la condizione prima e indispensabile (per il riavvicinamento) è la rottura con Formosa. Il discorso che Paolo VI pronunciò all’ONU, l’allocuzione famosa del 6 gennaio 1967, in piena risoluzione culturale, il suo viaggio a Hong Kong, accesero grandi speranze nei fautori del dialogo. Venne però la decisione dello stesso Paolo VI d’elevare a rango di nunziatura la rappresentanza diplomatica di Formosa, e fu una doccia fredda. La stampa della Cina popolare reagì in maniera violenta. Il provvedimento cristallizzò una situazione che fino a quel momento poteva essere considerata provvisoria: giuridicamente ha complicato le cose e ha allontanato la prospettiva di contatti. Poi dopo l’ingresso della Cina popolare all’ONU, è venuto il commento vaticano nel quale si manifestavano al tempo stesso, soddisfazione per l’ammissione di Pechino e rammarico per l’espulsione di Taipei. E fu una nuova doccia fredda”.

Padre Louis Wei Tsing-sing nei primi anni Settanta viveva un periodo di forte notorietà tra i media francesi del tempo come Le Figaro e Le Monde. Intervistato dal vaticanista del “Corriere della Sera”, Fabrizio De Santis, il prelato cinese disse che nel 1966 venne ricevuto in udienza privata dal Pontefice, al quale sottopose un piano articolato in quattro punti per il riavvicinamento diplomatico: 1) dialogo con la Cina attraverso la nunziatura di Berna; 2) riconoscimento dei vescovi consacrati senza la bolla pontificia; 3) richiamo del nunzio da Formosa “per consultazioni”; 4) richiesta alla Cina della liberazione dei cinque vescovi e delle centinaia di sacerdoti ancora in carcere. Stando alle dichiarazioni dello stesso sacerdote:

“Sua Santità mi ascoltò con attenzione e mi disse di redigere un promemoria per il segretario di stato. Questi mi ricevette poco dopo e mi comunicò che il Papa aveva esaminato lo scritto: in linea di massima era d’accordo su tutto, ad eccezione del riconoscimento dei vescovi, perché riteneva necessario esaminare i singoli casi uno ad uno”.

Secondo il punto di vista di Padre Wei, inoltre, la Cina comunista, contrariamente a quanto si pensasse all’epoca, aveva reagito in maniera positiva ai continui appelli provenienti da Roma. Alla domanda “i cinesi
popolari non dovrebbero fare anch’essi qualche gesto di avvicinamento al Vaticano?” posta dallo stesso De Santis, il prelato rispose:

“lei non conosce i cinesi, i gesti ci sono stati. Mao non rispose al messaggio di Paolo VI, ma neppure lo respinse, come fece invece con il messaggio di U Thant. E questo è significativo. Quando Paolo VI andò a Hong Kong, la stampa popolare di Cina tacque e da noi il silenzio è d’oro, più che in Europa. Infine, fu liberato dalla prigionia il vescovo Walsh. Non è una specie di ping-pong spirituale?”

I primi frutti di una flebile apertura al mondo della Cina popolare si ebbero poco dopo, quando venne annunciata la visita del presidente americano, Richard Nixon, a Pechino. Come si può leggere in un corsivo dell’Osservatore Romano del 18 luglio 1971, la Santa Sede accolse con “viva soddisfazione” la notizia di questo incontro fissato nella capitale cinese per l’anno successivo. L’entusiasmo palesato dal Vaticano si può spiegare sia in termini di “stabilizzazione” delle relazioni internazionali finalizzate alla costruzione della Pace nel continente asiatico, argomento particolarmente caro a Papa Montini, sia in termini di realizzazione dei precetti contenuti nelle ultime encicliche dello stesso Pontefice. La visita di Nixon in Cina, infatti, sembrava dar credito al pensiero divulgato nelle encicliche sociali dal Papa, secondo il quale “nel mondo contemporaneo, nell’umanità dei giorni nostri, nessun popolo, quale che sia la sua consistenza numerica, economica politica e sociale, può vivere di vita propria”.

Inoltre, la visita del presidente degli USA nello stato asiatico apriva la prospettiva di futuri contatti tra Cina e Santa Sede, e in un’ottica più ottimistica la possibilità di una rinascita della Chiesa Cattolica nella stessa Cina. Ad ogni modo i negoziati non sarebbero risultati semplici se le condizioni poste dal governo cinese fossero state vere. Secondo la stampa del tempo le autorità cinesi erano determinate a mantenere saldi alcuni principi, tra questi figuravano: ritiro del rappresentante diplomatico della Santa Sede a Formosa, accettazione ufficiale dei novantasei vescovi nominati senza il consenso di Roma dalla “Chiesa Patriotica” e riconoscimento del Mons. Pi Shu-Shin, consacrato con il consenso romano, come presidente dell’assemblea dei cinesi. Vi era una partita importante da giocare nello scacchiere internazionale e le redini della trattativa passavano a Mons. Casaroli (definito impropriamente ministro degli esteri del Papa), a Paolo VI e a quel Padre Wei che, sia pure a titolo personale, trasmise pochi anni prima un piano particolareggiato per la ripresa dei contatti al cardinale Villot.

L’interessamento della Santa Sede al viaggio di Nixon in Cina, venne ulteriormente confermato dalla visita di Cabot Lodge (inviato personale di Nixon e ambasciatore statunitense) a Paolo VI nella residenza papale di Castel Gandolfo nella giornata di lunedì 16 agosto del 1971. Durante il colloquio, durato un’ora e venti minuti, furono affrontate tre tematiche: notizie certe sulla imminente visita di Nixon in Cina, problemi internazionali con particolare riferimento al medio-oriente e l’irrisolto problema del Vietnam. Inoltre, in quei giorni, Cabot Lodge si incontrò ripetutamente con il segretario di stato Vaticano, Mons. Villot e con Mons. Agostino Casaroli.
Già verso la fine del 1971 si iniziarono a percepire flebili sintomi di disgelo tra le autorità cinesi e il resto del mondo. Un fatto che non ebbe molta risonanza nella stampa del tempo, ma che merita particolare attenzione, fu la riapertura al culto della cattedrale cattolica di Pechino (chiusa durante la rivoluzione culturale). La ripresa del culto cattolico nella diocesi di Pechino fu “scoperta” da un onorevole democristiano italiano, Vittorino Colombo. Quest’ultimo durante un suo soggiorno nella capitale cinese chiese di poter assistere a una messa celebrata dal vicario generale della diocesi della capitale cinese e dopo la celebrazione ottenne di trattenersi con lui per un colloquio formale. Le dichiarazioni rilasciate dal Vicario Generale al deputato Colombo risultano di estremo interesse. Secondo il Vicario, infatti, esistevano in quel tempo in Cina due milioni di cattolici, un vescovo per ogni regione e un numero considerevole di collegi e seminari. La sensazione fu che dopo la forte repressione subita dalle religioni durante la rivoluzione culturale, la Chiesa patriottica e indipendente da Roma stesse per risorgere dalle proprie ceneri. È bene ricordare che la liturgia utilizzata, nonostante la rottura con la Santa Sede, era quella romana e non è da escludere che il deputato appartenente alla DC proprio in quei giorni stesse sondando il terreno in vista di una ripresa dei contatti con il Vaticano.

Secondo un’analisi formulata dal giornalista Pietro Sormani, le ragioni di questo nuovo atteggiamento delle autorità cinesi erano dovute: 1) Al pragmatismo che, dopo l’ondata radicale della rivoluzione cultuale, tornava a dominare la vita politica cinese: nello stesso tempo in cui venivano condannati gli eccessi estremistici, si cercava di stabilire rapporti più normali con certe forze, come quelle cattoliche, che avevano qualche influenza, sia pure limitata, sulla popolazione; 2) All’apertura di relazioni diplomatiche con paesi come l’Italia, l’Austria o il Belgio, di prevalente fede cattolica; 3) Al desiderio di migliorare i rapporti con il Vaticano. Tuttavia, nonostante le morbide attenzioni rivolte alla religione cattolica, non si poteva essere particolarmente ottimisti. Lo stesso pontefice smentì contatti formali con Pechino definendo priva di fondamento una notizia che circolava sulla stampa del tempo, secondo la quale Pechino aveva presentato alla Santa Sede un piano di riavvicinamento attraverso la mediazione del sacerdote Louis Wei Tsing. Come ricordato precedentemente il documento di Padre Wei risultava scollegato dal contesto governativo cinese e si presentava sotto forma di analisi delle relazioni diplomatiche tra Cina e Santa Sede. Un altro elemento che rese difficile nel breve periodo un riavvicinamento fu l’interpretazione materialistica della vita portata avanti dal regime, pertanto le aperture sopra descritte rientravano in un più ampio disegno di politica estera che si inserì nelle relazioni tra USA e Cina attraverso la visita di Nixon a Pechino.

Di queste strategie si fece protagonista ancora una volta Ciu En-Lai, primo ministro Cinese, già noto per l’organizzazione della Chiesa Patriottica e per la sua pragmatica politica religiosa. Una volta uscito di scena (in circostanze sospette) il braccio armato della rivoluzione culturale, Lin Biao, (Vedi nota 133), il primo ministro si adoperò affinché la stampa, cinese e internazionale, raccontasse al mondo che in Cina la libertà religiosa era stata ripristinata. La realtà era decisamente più complessa. Grazie a un articolo della Civiltà Cattolica firmato L. Ladany del 1971 si poteva comprendere il clima di terrore che animava i cattolici cinesi durante la rivoluzione culturale. Alla domanda postasi dall’autore “Quale conseguenza produrrebbe sui cristiani cinesi un ritorno alle condizioni precedenti al 1966?” la risposta fu la seguente:

“allora molti cristiani si rifiutavano di recarsi in Chiesa, eccetto quando c’era un ordine specifico del Governo. C’erano serie ragioni per tenersi lontano dalla Chiesa e dalle celebrazioni religiose organizzate dal Governo. Anzitutto, molti cattolici erano convinti che la Chiesa Patriottica Cattolica, i cui membri dovevano confermare per iscritto di aver rotto ogni relazione con la Santa Sede, non fosse la vera Chiesa Cattolica e che farne parte sarebbe stato rinnegare la fede nella sede di Pietro. In secondo luogo, molti, temendone le conseguenze politiche, preferivano stare lontani dalla pratica religiosa”.

Infine, bisognava tener conto dell’impossibilità di reperire 500/600 sacerdoti in buone condizioni fisiche e morali dopo gli anni più “accesi” della rivoluzione. Ancora una volta ci si trovava dinanzi a una politica strumentale nei confronti della religione.

Questo brano è tratto dalla tesi:

Da Benedetto XV a Francesco: la lunga marcia della Chiesa cattolica nella Cina repubblicana

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Informazioni tesi

  Autore: William De Carlo
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2018-19
  Università: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Relazioni internazionali
  Relatore: Augusto D'Angelo
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 294

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