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Le dinamiche di riconoscimento dei volti stranieri e l’effetto hijāb

Il riconoscimento dei volti con hijāb

In questo paragrafo faremo con una breve disamina delle ricerche che riguardano il riconoscimento dei volti con hijāb, che riteniamo importanti, perché forniscono un loro originale contributo a quella che è la ricerca sul riconoscimento dei volti. La letteratura circa questo tema, a differenza di quella delle ricerche cross-race, che vedremo nel capitolo successivo, è molto scarsa. La penuria di attenzione ad esso in ambito occidentale non ci stupisce, poiché esso tocca un gruppo minoritario di persone e l’argomento è in qualche misura spinoso: da parte femminista e progressista ci si augura una emancipazione dal ‘velo’, perché viene interpretato come un simbolo di diseguaglianza e inferiorità femminile, politicamente e culturalmente poi è un segno identitario sospetto in quanto si crede adombri le pretese anti-laicità di un’interpretazione integralista della religione. Da considerare, a nostro parere, il fatto che le stesse ricerche cross race, sono debitrici di un clima culturale in cui c’è stata l’acquisizione di un progressivo sguardo diverso sulle diversità razziali, l’interesse dei ricercatori non è avulso dagli interessi e dalle sensibilità, almeno in parte socialmente condivise in un determinato ambito culturale, certamente però la loro ricerca ha contribuito e può contribuire al superamento delle discriminazioni.

Gli autori che prendiamo in considerazione per primi sono Megreya e Bindemann (2009), che con cinque esperimenti hanno investigato l'importanza delle caratteristiche interne ed esterne per l'identificazione di un viso non familiare, in rapporto alla cultura dei partecipanti, mediata dall’effetto hijāb. Questo studio si collega dunque ad un tema più ampio che è quello del significato dell’elaborazione delle caratteristiche interne ed esterne di un volto, e in generale, dalla letteratura emerge che quando una faccia è sconosciuta, è più facile abbinarla e riconoscerla dalle caratteristiche esterne, invece, quando è familiare da quelle interne, per cui è possibile pensare che il vantaggio di elaborazione delle caratteristiche interne sia un indice di familiarità. Questa interazione tra familiarità ed elaborazione facciale interna, pare emerga già all'inizio dello sviluppo.
I risultati ottenuti da Megreya e Bindemann (2009) mettono in discussione questa tesi, mostrando come essa sia culturalmente collocata e non tenga conto quindi del background culturale degli osservatori. E’ infatti emerso che l'esperienza costante con i volti incorniciati da un hijāb degli egiziani ha incrementato la loro capacità di elaborare accuratamente le informazioni interne di tutti i volti (inglesi ed egiziani) probabilmente a causa dell’abitudine ad ignorare le caratteristiche esterne (che sono coperte dal hijāb). Al contrario, gli osservatori britannici e anche i bambini egiziani hanno mostrato un vantaggio per le caratteristiche esterne, risultato coerente con la letteratura precedente.
I risultati ottenuti suggeriscono, dunque, che il vantaggio di riconoscimento può essere determinato dalla razza, confermando le ricerche cross race che vedremo al capitolo successivo, ma anche dal tipo di background culturale (esperimenti 1- 4) e ancora dall'età dell’osservatore (esperimento 5).

In un altro studio, Megreya con Menon e Havard (2012), riprendendo il tema dell’influenza della cultura sulla cognizione e i suoi effetti, hanno presentato ad alcuni partecipanti egiziani e inglesi una scena del crimine, il cui potenziale colpevole era una donna della propria razza con o senza hijāb.A tutti i partecipanti è stato quindi chiesto di identificare la colpevole in una serie di 10 volti (con o senza hijāb). I partecipanti britannici sono riusciti meglio nell’identificazione quando la colpevole aveva i capelli scoperti. Al contrario, gli osservatori egiziani hanno effettuato prove migliori quando la colpevole indossava un hijāb, confermando così l’ipotesi dei ricercatori circa l’influenza del dato culturale sulla cognizione. Questo effetto hijāb è stato replicato in prove successive in cui sono stati usati solo volti britannici, suggerendo che esso rifletta una caratteristica specifica della nazionalità del partecipante piuttosto che della nazionalità del volto.
Wang et al. (2015) hanno rivisitato l’effetto hijāb trovato da Megreya e Bindeman, proponendo uno studio congiunto della New York Abu Dhabi University (Abu Dhabi), la Zayed University (Abu Dhabi) e la University of Bristol (UK), allo scopo di chiarire meglio i risultati precedenti.

È stata svolta una prova sperimentale in cui sono stati reclutati 86 studenti degli Emirati Arabi e 84 americani, di età tra i 18 e 37 anni, per un compito di part-whole face recognition standard (Tanaka e Farah, 1993). I partecipanti sono stati sottoposti a diversi compiti di riconoscimento facciale, in cui metà della sonda consisteva in facce intere che variavano solo in una parte (cioè la bocca, il naso o gli occhi), mentre l'altra metà conteneva parti della faccia isolate. A seguito dell'attività di riconoscimento facciale computerizzata, hanno completato un questionario per appurare la quantità e qualità della loro esposizione a volti incorniciati da un velo. I volti in questo caso comprendevano sia uomini che donne, poiché negli Emirati anche gli uomini indossano un velo sul capo chiamato ghutra. I risultati hanno evidenziato un vantaggio di riconoscimento per i partecipanti degli Emirati, di medie dimensioni per le prove sul naso, piccolo per le prove sulla bocca, ma nessun vantaggio per le prove oculari. Inoltre, questo vantaggio di riconoscimento è stato maggiormente pronunciato per volti della stessa razza rispetto a volti di altre razze, ma si è verificato sia per gli elementi isolati sia per le facce intere.
I risultati dunque replicano quelli di Megreya & Bindemann, (2009) circa una maggiore capacità di elaborazione delle caratteristiche interne del volto nei soggetti che per cultura sono più esposti ai volti incorniciati da un velo, e in più dimostrano che l’effetto è modulato dalle caratteristiche della sonda (naso, bocca, occhi).

Si deve tenere presente però, secondo gli autori, che le due culture differiscono tra loro per molti altri fattori socioculturali oltre all'uso del hijāb/ghutra. Ad esempio negli Emirati si attribuisce un'importanza particolare al naso di una persona in relazione alla bellezza e c’è l'abitudine di salutare amici intimi o familiari strofinando (yukhashim) il naso. Di conseguenza, i partecipanti degli Emirati potrebbero essere particolarmente bravi nella codifica delle informazioni del naso a causa del suo particolare significato culturale. Un altro fattore che potrebbe fungere da bias è l'elevata percentuale di matrimoni tra consanguinei negli Emirati Arabi come pure in Egitto, per cui gli ambienti sociali potrebbero essere costituiti da individui con volti più simili che in paesi con una bassa prevalenza di matrimoni consanguinei come gli Stati Uniti o il Regno Unito. Le migliori abilità di elaborazione del volto interno potrebbero dunque derivare dall’esperienza con volti che si assomigliano di più e non solo dalla presenza del hijāb/ghutra. Sono necessari quindi, secondo gli autori, ulteriori approfondimenti.
Un altro interessante studio è quello di Toseeb, Keeble e Bryant (2014) che ha affrontato direttamente il problema del riconoscimento dei volti contornati da un velo. Una volta escluso che l’effetto hijāb fosse dovuto a fattori puramente percettivi come la mancanza di informazioni sui capelli e le orecchie, dato che tale tipo di disamina era presente in letteratura e l’autore stesso aveva condotto studi in tal senso, sono state eseguite 3 prove sperimentali, in cui i partecipanti variavano per razza (caucasica e sud asiatica), sesso (maschi e femmine) e condizione (same e switch). Tutti gli stimoli utilizzati erano immagini di volti femminili del sud asiatico, con o senza hijāb.
Nel primo esperimento le analisi statistiche non hanno evidenziato effetti significativi per genere, razza, capelli/hijāb. Ciò, secondo gli autori, supporta l'idea che vi siano comunque informazioni sufficienti nelle caratteristiche interne di una faccia da consentire un'elaborazione ottimale e che quindi il hijāb non funga da distrattore. Nella condizione switch, però le prestazioni sono state significativamente peggiori. Gli autori, hanno ipotizzato che ciò fosse dovuto all’interruzione dei meccanismi di elaborazione olistica, a causa dell'incongruenza delle caratteristiche esterne tra la fase di apprendimento e quella di test.
Poiché i risultati del primo esperimento avevano mostrato che l'importanza dei capelli nel riconoscimento del volto variava a seconda dell'attività da svolgere (same/switch), e ciò lasciava supporre almeno per la condizione switch un’importanza delle caratteristiche esterne, è stato fatto un secondo esperimento con metodiche di eye-tracking per misurare i movimenti oculari in soggetti sottoposti allo stesso compito del primo esperimento. La misura principale era la proporzione di fissazioni interne rispetto a quelle esterne, sia per gli stimoli con i capelli sia con hijāb, e per entrambe le condizioni (same/switch).
I risultati hanno mostrato che nella maggior parte dei casi una percentuale molto elevata di fissazioni riguardava le caratteristiche facciali interne e non quelle esterne in entrambe le condizioni. Secondo gli autori è possibile che la presenza di un hijāb, invece di attirare l’attenzione su di esso, sposti l'attenzione verso le caratteristiche interne ed induca i partecipanti a codificarle in modo più efficiente. Ipotesi che concorda con i risultati degli esperimenti di Megreya e Bindemann (2009), che abbiamo riportato in precedenza.

Sulla base delle prove fornite dagli esperimenti precedenti, è stato condotto un terzo esperimento e previsto che, sebbene i partecipanti non guardino direttamente alle caratteristiche esterne (e provino ad ignorarle), esse avranno comunque un ruolo nella valutazione della somiglianza delle caratteristiche interne. Nel terzo esperimento si sono dunque istruiti esplicitamente i partecipanti ad ignorare le funzionalità esterne. Gli stimoli del compito erano di tre tipi: in uno entrambi i volti erano visualizzati con un hijāb, in un altro entrambi erano visualizzati con i capelli, e un terzo era misto: un volto era visualizzato con hijāb e l'altro con capelli, per un totale di 136 coppie di volti. I partecipanti dovevano valutare quanto fossero simili le caratteristiche interne dei due volti su una scala da 1 a 7 (7 molto simili e 1 per niente simili). I risultati hanno evidenziato che le immagini di coppie hijāb/capelli sono state valutate come significativamente meno simili di quelle entrambe con capelli e queste a loro volta di quelle entrambe con hijāb.
Le caratteristiche interne dei volti che indossavano il velo dunque sono state percepite come più omogenee rispetto ai volti con capelli, quindi esso ha indotto un effetto di maggiore somiglianza dei loro volti. I risultati dei tre esperimenti hanno portato i ricercatori a concludere che l'effetto hijāb sul riconoscimento facciale non sia analogo al bias altra razza (ORE), ma sia assimilabile al ruolo delle funzionalità esterne che influiscono sulle prestazioni di riconoscimento in caso di loro modifica (come ad esempio acconciature e tatuaggi).

Un possibile bias in questo studio potrebbe essere, a nostro parere, il fatto di avere usato partecipanti (50% circa) e volti sud asiatici, poiché alcune ricerche presenti in letteratura evidenziano una maggior predisposizione olistica per queste popolazioni, tanto che per gli asiatici il bias altra razza è stato solo parzialmente dimostrato, ma la maggioranza degli studi non lo trovano (vedi Crookes, Favelle & Hayward, 2013): “Questo risultato può essere attribuito, in parte, a una più ampia esposizione ai volti caucasici [...] e ad una predisposizione olistica più generale per gli asiatici (Kitayama, Duffy, Kawamura e Larsen, 2003) (Timeo, 2015, p.12).”
In relazione a ciò, sarebbe interessante fare un esperimento same race (partecipanti e stimoli) con hijāb o meno, in modo che l’unica variabile sia quella del hijāb, cosa che a quel che sappiamo non è mai stata fatta.
In questo secondo capitolo abbiamo affrontato, dunque, il tema della percezione dei volti, che costituiscono un tema speciale per la ricerca sulla percezione visiva. Esso si è mostrato come un ambito tanto complesso quanto interessante, in forza della densità di significati che il volto detiene per l’essere umano, che sembra tradursi in una diversa elaborazione di essi, sostenuta da aree cerebrali altrettanto differenziate. Infine, abbiamo visto come le prove sperimentali che abbiamo riportato circa l’effetto hijāb, possano contribuire al dibattito generale sul tipo di elaborazione di cui i volti sono oggetto e a quello circa l’influenza culturale sul riconoscimento dei volti. Quest’ultima sarà ulteriormente approfondita nel capitolo successivo con le ricerche cross race, attraverso i concetti di competenza percettiva e categorizzazione sociale.

Questo brano è tratto dalla tesi:

Le dinamiche di riconoscimento dei volti stranieri e l’effetto hijāb

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Informazioni tesi

  Autore: Patrizia Dal Monte
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2018-19
  Università: Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia
  Facoltà: Medicina e Chirurgia
  Corso: Scienze psicologiche
  Relatore: Cristina Iani
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 47

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