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La disciplina delle intercettazioni tra tutela della riservatezza ed esigenze investigative

La durata delle intercettazioni

L’art. 267, co. 3 c.p.p. prescrive che il decreto che dispone l’intercettazione deve indicare «la durata delle operazioni», la quale «non può superare i quindici giorni». Al fine di salvaguardare le indagini, però, il legislatore ha previsto la possibilità di prorogarne lo svolgimento: il giudice può prolungare la durata «per periodi successivi di quindici giorni»; condizione essenziale è comunque la sussistenza ininterrotta dei presupposti di cui al comma 1 dello stesso articolo. Per quanto riguarda invece i ‘‘delitti di criminalità organizzata’’, l’art. 13, co. 2 d.l. 152/1991 dispone che la durata «non può superare i quaranta giorni», prevedendo inoltre un più ampio prolungamento, su autorizzazione del giudice, per «periodi successivi di venti giorni» ferma restando la sussistenza dei requisiti di cui al comma 1. Ciò è giustificato dalla gravità dei crimini e dalla complessità delle indagini a loro relative; per gli stessi motivi il pubblico ministero può provvedere egli stesso alla proroga delle operazioni qualora però sussista un caso d’urgenza. La norma speciale impone comunque di osservare l’art. 267, co. 2 c.p.p.: il decreto motivato deve essere trasmesso «immediatamente», e, comunque, «non oltre le ventiquattro ore» al giudice per le indagini sulla convalida» con decreto motivato. Qualora la convalida dovesse mancare, le intercettazioni urgenti dovranno essere interrotte e i risultati ottenuti saranno inutilizzabili.

Sul piano costituzionale, la Corte Costituzionale ha evidenziato che il termine della durata delle intercettazioni nel decreto è obbligatorio, poiché il diritto tutelato dall’art. 15 Cost. può essere limitato solo per gravi e concrete esigenze di giustizia.
Nel caso di intercettazioni disposte dal pubblico ministero, dovrà necessariamente indicare egli stesso la durata delle operazioni ex art. 267, co. 3 c.p.p.; tale determinazione sarebbe altrimenti lasciata alla polizia giudiziaria. Allo stesso tempo, qualora le intercettazioni fossero disposte secondo il procedimento ‘’ordinario’’, sarà sempre il pubblico ministero a indicarne il termine secondo i limiti cronologici imposti dalla legge nel decreto in cui ordina l’intercettazione, visto che il giudice per le indagini preliminari nel decreto autorizzativo non fa menzione di esso. La giurisprudenza di legittimità segue questo stesso indirizzo: la Cassazione, partendo dalla stessa norma, statuisce che è competenza del pubblico ministero la fissazione della durata; qualora il giudice per le indagini preliminari, nel decreto autorizzativo, disponga in ordine al profilo cronologico, tale vizio d’incompetenza non inficerà l’atto rendendolo nullo o inutilizzabile: il limite eventualmente fissato si riterrà tamquam non esset, e a esso si sostituirà il termine massimo legale. Qualora il pubblico ministero non determini circa il termine, sopperisce come nel caso sopra esaminato l’indicazione del termine massimo legale. Si può benissimo notare che entrambe le ipotesi non ricadono nelle fattispecie previste dall’art. 271 c.p.p., in quanto non sussiste alcuna violazione dell’art. 267 c.p.p. in relazione al termine massimo previsto.
Circa l’ipotesi di proroga, però, cambia l’assetto procedimentale: la Cassazione ha ritenuto che la valutazione del termine aggiuntivo a quello ordinario spetta al giudice; ciò per una maggior tutela della sfera della riservatezza, poiché verrebbe violata oltre il termine legale.

Per quel che riguarda la decorrenza del termine, è pacifico per la Cassazione che questa parta dal giorno dell’effettivo inizio delle operazioni, e non dalla data del provvedimento. Infatti, nelle norme che si occupano del profilo cronologico riguardante le captazioni, si fa esplicito riferimento alle ‘‘operazioni’’, il che porta alla conclusione della Suprema Corte. Nel momento in cui il pubblico ministero vorrà posporre le operazioni, non sarà quindi tenuto a motivare la sua decisione: essendo lui il dominus delle indagini, nessun altro organo può essere in grado di valutare meglio il momento d’inizio delle operazioni.
Nessuna norma comunque dispone che le intercettazioni debbano iniziare nel giorno prefissato dal pubblico ministero a pena di nullità o inutilizzabilità; ciò che deve essere presente secondo il codice è sicuramente il controllo giurisdizionale sulla durata delle operazioni. Una recente sentenza della Cassazione ha ulteriormente precisato l’indirizzo giurisprudenziale: per la Corte la previsione del termine di durata «è finalizzata ad assicurare il controllo giurisdizionale sul contenimento nei limiti temporali strettamente necessari per l’esecuzione di un’attività d’indagine invasiva ed incidente sul diritto alla riservatezza nelle comunicazioni personali». A ciò si lega il principio per cui la decorrenza della durata debba partire dal momento effettivi di inizio delle intercettazioni. Quindi, «avendo riguardo alle stesse esigenze di effettività», deve ritenersi costituire «implicazione necessaria» di questo principio il fatto che «il termine [di durata delle operazioni] comprend[a] il primo giorno in cui l’attività di intercettazione abbia avuto concreta esecuzione». Ulteriore corollario di questo orientamento è la considerazione per cui diventa importante anche «il momento iniziale dell’attività di intercettazione», quindi l’orario preciso in cui è stata eseguita la prima captazione.
Il pubblico ministero può decidere, qualora si renda conto dell’inutilità assoluta delle intercettazioni, decidere di interrompere le operazioni prima della conclusione del termine; in questi casi non c’è sicuramente bisogno di un intervento del giudice per le indagini preliminari. Diverso è il caso in cui il pubblico ministero abbia stabilito un termine — inferiore a quello massimo stabilito dal codice — che si riveli non adeguatamente lungo. Il problema è stabilire a quale organo competa la proroga; in altri termini, ci si chiede se il pubblico ministero possa provvedere da sé oppure ci sia bisogno dell’intervento del giudice. Stando al dettato dell’art. 267, co. 3 c.p.p, che riferisce la proroga dell’organo giurisdizionale alla durata dell’operazione, e non al termine di quindici giorni. Appare quindi preferibile l’intervento del giudice con decreto motivato, qualunque si la durata originariamente impostata dal pubblico ministero. Circa la motivazione di questo decreto, le Sezioni Unite hanno ritenuto che i provvedimenti di proroga possono, sotto il profilo razionale, scontare un minore impegno motivazionale quanto ai rispettivi presupposti; devono ovviamente dar conto della sussistenza dell’esigenza captativa. E infatti la motivazione per relationem legata al provvedimento che ha acconsentito al compimento di queste operazioni, secondo i giudici di legittimità, è quasi d’obbligo, dovendo il giudice decidere solo sulla predetta sussistenza delle esigenze captative.

In tema di proroga, per garantire la continuità delle operazioni, la richiesta del pubblico ministero deve intervenire in maniera tale da assicurare che il decreto giudiziale di proroga intervenga prima del termine originario. Qualora ciò non accada, le intercettazioni effettuate durante il periodo di vacanza dell’autorizzazione non potranno essere utilizzate per il disposto dell’art. 271, co. 1. La Cassazione si è più volte pronunciata in tema di proroga tardiva, la situazione in cui l’autorizzazione viene rilasciata una volta che il termine originario per le operazioni sia già decorso: si è riconosciuto che il decreto così intervenuto non può legittimare ex post le operazioni svolte nell’arco di tempo che va dalla scadenza del termine originario fino alla decorrenza delle nuove operazioni autorizzate, né può consentire l’utilizzazione dei relativi risultati. Il decreto può produrre effetti solo per il futuro, è come se fosse una nuova autorizzazione. In questo caso inoltre bisogna che il decreto del giudice sia in possesso di tutti i requisiti del decreto autorizzativo originario: anche se formalmente di proroga, viene sempre considerato come originario, e dovrà soddisfare tutti gli obblighi prescritti.
Non è incompatibile con la disciplina la facoltà del pubblico ministero di sospendere le operazioni per un certo periodo, per poi riprenderle. Può accadere che, «per ragioni contingenti, funzionali alle indagini e concretamente apprezzabili», sia opportuno o necessario interrompere le intercettazioni. In tali casi nulla impedisce al pubblico ministero di sospendere il termine di durata, qualora permangano comunque i presupposti legittimanti il ricorso al mezzo di ricerca della prova in esame.

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Informazioni tesi

  Autore: Pietro de Gaetano
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2017-18
  Università: Università Telematica Pegaso
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Giurisprudenza
  Relatore: Alessia Aito
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 149

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