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Criminalità minorile: politiche e strategie di prevenzione

Le bande giovanili e il bullismo

Lo sviluppo dell’identità dell’adolescente, come abbiamo già visto nei paragrafi precedenti, rappresenta un processo complesso e difficile, influenzato da numerosi fattori, e un ruolo importante viene svolto dai gruppi in cui il soggetto è inserito; in primis bisogna considerare il ruolo della famiglia, in secondo luogo bisogna considerare l’aspetto relazionale con i coetanei e il bisogno quindi di entrare a far parte di un gruppo e di sentirsi autonomo.
Nel periodo adolescenziale il gruppo diventa il punto di riferimento dell’adolescente, un porto sicuro ed una fonte di sicurezza che gli derivano dall’accettazione ricevuta dai suoi coetanei all’interno di esso; in tale fase di conflitto egli sente il bisogno di definire se stesso e di staccarsi dalla famiglia, per costruire i propri spazi, e troverà nel gruppo un’identità collettiva in grado di fornirgli indicazioni e valori per orientare la propria vita, o come agire nei confronti degli altri e quali atteggiamenti adottare.
Il gruppo rappresenta in questo periodo una fonte di sostegno nel processo di emancipazione dell’adolescente, dagli adulti e soprattutto dai genitori, fornendogli valori e norme sostitutive a quelle infantili; l’aggregazione con i propri coetanei gli permette di vivere situazioni lontano dagli occhi e dal controllo costante dei genitori e di sperimentare e conoscere meglio se stesso, e ciò gli consentirà in futuro di essere autonomo, di saper cooperare e competere. La sicurezza e l’autonomia che egli acquisisce all’interno del gruppo, possono aiutarlo a superare efficacemente i compiti di sviluppo tipici dell’adolescenza.
Ma d’altra parte all’interno del gruppo, oltre ad esserci la presenza di regole e valori condivisi da tutti i membri che ne fanno parte, viene richiesta dimostrazione di fedeltà e da ciò vengono fuori fenomeni di contagio e di conformità resi noti alla società.
Quindi, proprio perché il gruppo svolge un ruolo fondamentale nel processo di costruzione dell’identità dell’adolescente, è importante comprendere in che modo esso può favorire o impedire che egli possa essere coinvolto in atti devianti.
Ormai da lungo tempo, molti studiosi, in particolare i criminologi, sono convinti del legame esistente tra il gruppo e la devianza; infatti, risulta chiaro che i comportamenti devianti e antisociali molto spesso non sono vissuti o compiuti in solitudine, ma la maggior parte di essi avvengono in gruppo con altri coetanei e con questo ci riferiamo soprattutto ai comportamenti devianti dei soggetti minorenni, i quali agiscono non tanto per recuperare denaro o oggetti di valore con furti e rapine, ma con atti di vandalismo e violenze di ogni genere.
Secondo una ricerca effettuata da Shaw nel 1930, gran parte dei reati erano commessi in coimputazione con altre persone ed in questo studio Lerman sostenne che la “gang” e il fenomeno della devianza potevano essere considerati sinonimi.
È importante capire quali sono i fattori che influenzano il gruppo di coetanei ad elaborare un tipo di condotta deviante, piuttosto che adottare comportamenti conformi e i loro ruoli specifici.
Emler e Reicher, sostengono che alcune caratteristiche del gruppo ed in particolare la compattezza, possono contribuire ad orientare il comportamento di ogni membro verso determinate condotte, ed è per questo che le azioni devianti vengono compiute in gruppo, in quanto in esse si nasconde la ricerca della reputazione e della stima dei coetanei; il gruppo rappresenta lo strumento di gestione della propria reputazione, anche quando, come dimostrato, all’interno di esso i membri non sembrano privilegiare una reputazione positiva. Quando all’interno dei gruppi è presente il valore della devianza, è quasi sicuro che i membri adotteranno condotte devianti mentre in caso contrario sarebbe improbabile che ciò si verifichi; esiste, dunque, un rapporto di interdipendenza tra l’appartenenza ad un gruppo, la quale implica il rispetto delle norme presenti all’interno, e il coinvolgimento in atti di devianza, dipendente dal fatto di appartenere a tale gruppo. Il gruppo detta regole di comportamento ed instaura un rapporto di interdipendenza con ogni membro.

Ma l’aspetto che vogliamo mettere in evidenza in questo paragrafo è che la caratteristica comune in tutti i gruppi violenti è il tipo di comunicazione che non avviene in modo bilaterale e molto spesso risulta assente e quindi l’uso della violenza e della prevaricazione sull’altro diventa lo strumento per creare il “Noi” senza dialogo; quindi, appare chiaro, che la devianza esercitata sull’ambiente sociale e individuale è la conseguenza della mancata comunicazione, diventa un alternativa dei membri per ottenere consensi e confronti.
Il legame di interdipendenza tra tutti i membri del gruppo, presuppone che ognuno di loro debba sottostare alle decisioni prese all’interno, senza nessuna possibilità di potersi tirare indietro o esprimere la propria opinione e se ciò non avviene c’è la possibilità di essere esclusi o essere considerati traditori; proprio per questi dubbi, il gruppo sottopone ogni membro entrante a prove di coraggio per valutarne la forza del soggetto ed eventualmente assegnargli un ruolo adatto a tali capacità.
Quindi, in tal senso, il gruppo o la “banda” è la nuova espressione della devianza minorile, che sta sempre di più prendendo piede in Italia, coinvolgendo adolescenti appartenenti a qualsiasi classe sociale, e che ad oggi spaventa la famiglia, la scuola e qualsiasi istituzione presente sul territorio.

La banda giovanile, come aggregazione, è un gruppo ben organizzato, strutturato secondo una gerarchia, con un leader e al cui interno sono definite precise regole di condotta, con dei simboli, abbigliamento tipico e dei linguaggi propri di ciascuna gang.
I componenti che ne fanno parte sono molto spesso problematici in quanto provengono da contesti sociali e familiari disagiati, ma bisogna chiarire che recentemente i gruppi sono formati da soggetti benestanti e che comunque vivono in situazioni di benessere generale e che comunque scelgono di compiere atti criminali perché sono annoiati di “stare bene”, di vivere nell’agio e nel lusso e cercano l’innovazione.
Questi gruppi rappresentano aggregazioni microcriminali patologiche, all’interno del quale questi soggetti si riuniscono con l’intento di commettere atti criminali per la necessità di ritrovare un ambiente coeso e in condivisione con gli altri e per il bisogno di identificarsi con coloro che vivono gli stessi disagi, per superare le proprie paure, frustrazioni ed insicurezze.
Il soggetto attraverso il compimento di tale atto deviante vuole richiamare l’attenzione degli adulti e diventa una sorta di sfogo per liberarsi dalle frustrazioni represse e dall’insoddisfazioni, assumendo contemporaneamente un carattere ludico; in altre parole si crea una propria identità, anche se deviante, per assumerne una diversa da quella che gli avevano attribuito nell’infanzia i suoi genitori e quindi per emanciparsi.
Dai dati demografici emerge che gli appartenenti alle baby gang hanno un’età che varia dai 12 ai 24 anni e nella stragrande maggioranza si tratta di maschi, anche se recentemente è aumentata la presenza delle ragazze, i quali prendono di mira i soggetti più deboli di qualsiasi contesto societario.

La caratteristica che accomuna questi gruppi è che le azioni vengono compiute senza alcuna progettazione ma in maniera improvvisa ed in cui il leader convince e comanda gli altri membri a commettere atti illeciti; si parte dalla convinzione che in gruppo l’atto deviante possa essere più distruttivo e crudele, perché dall’unione nasce la forza.
Ciascun membro della gang ha un proprio ruolo, come se tutti fossero protagonisti di un gioco e impegnati a rappresentare un personaggio specifico; il crimine diventa trasgressione ludica, una sorta di divertimento e appagamento, da cui non ci si riesce più a liberare. Il fenomeno delle baby gang nasce negli Stati Uniti tra gli anni ‘50 e ‘70, in particolare nei quartieri più poveri e degradati delle grandi città americane, ma ha raggiunto in territorio italiano, concentrandosi soprattutto al centro-sud, a partire dagli anni ’50. È un fenomeno che desta particolare allarme e preoccupazione non soltanto per la giovane età dei membri dei gruppi, ma soprattutto per le sensazioni di paura e pericolo avvertite dalla popolazione di fronte a tali crimini sempre più violenti.
Da alcune ricerche emerge che diversi sono i fattori di rischio che possono condizionare il giovane all’aggregazione a tali gang, e come sopra esposto, oltre ai rischi connessi alle mancanze familiari, alla mancata integrazione all’interno della società, all’influenza esercitata dai coetanei o alle proprie caratteristiche individuali, esiste un rischio legato alle mancanze della scuola e agli effetti delle sostanze stupefacenti.
A tal proposito, citiamo alcune nuove mode criminali caratterizzate da violenza gratuita, messa in atto a scopo ricreativo in gruppo, o insieme ai propri compagni o alla propria banda contro altre persone o cose; facciamo riferimento al “Joyriding” o il “ Carjacking”, e nel primo caso ci riferiamo ad un’attività delinquenziale caratterizzata dal furto di autoveicoli a scopo ricreazionali, in cui l’obbiettivo del car-rider è quello di gareggiare in maniera clandestina nelle periferie dei centri urbani o sulle autostrade. Il senso di colpa che dovrebbe derivare dall’aver commesso un furto svanisce e viene dimenticato lasciando spazio ad un’immagine di sé forte ed eroica nel momento della gara da corsa; dopo tale momento l’oggetto viene incendiato o distrutto e si ricomincia da capo con un ulteriore furto.
Nel secondo caso invece si tratta di un’attività delinquenziale in cui un proprietario all’interno di una macchina, viene costretto, con l’uso della forza e della violenza, a consegnare le chiavi a tale soggetto delinquente; questi carjacker selezionano auto di grossa cilindrata, poiché le utilizzano per simboleggiare il loro status.
Tale attività può aggravarsi e diventare un reato violento, oltre che un furto perché l’aggressore oltre a scegliere la vittima, organizza il piano da attuare per realizzare il crimine; la sua attuazione conduce al carjacker gratificazioni immediate e implicite (nel primo caso la gratificazione è immediata per la macchina di grossa cilindrata di cui si appropria, nel secondo caso per la capacità di usare violenza, controllare la situazione anche quando pericolosa e per la reputazione sociale).
Alcuni dati criminali internazionali hanno addirittura evidenziato che a tale attività si aggiungano altre condotte devianti nel caso in cui ad esempio la macchina venga portata via con il proprietario all’interno e obbligandolo lo porta su un’altra scena del crimine: qui il rischio di essere violentati o uccisi diventa alto.

Invece, il bullismo è un esempio di manifestazione deviante sul singolo individuo, in cui il singolo membro della gang per essere apprezzato dagli altri appartenenti al gruppo e manifestare la sua forza, bullizza un altro individuo; ma secondo alcuni studi è possibile parlare di bullismo soltanto in termini di gruppo, quindi tale fenomeno non esisterebbe se alla base non ci fossero altri ruoli a sostegno del bullo e se all’interno della società non fosse presente ed accettabile una cultura della prevaricazione. Quindi l’attenzione non va posta sul singolo individuo o sulla vittima.
Il bullismo è una forma di oppressione effettuata da coetaneo prevaricatore sul soggetto-vittima, il quale sperimenta forme di esclusione dal gruppo, sofferenza e svalutazione della sua identità; si tratta di giovani che si divertono a colpire altre persone, solitamente le più deboli e non in grado di usare reciproca cattiveria o di difendersi.
Una definizione di tale fenomeno, riconosciuta universalmente è quella di Dan Olweus, il quale si occupò di tale fenomeno a partire dagli anni ’70, spinto dalla sua preoccupazione per la visione di numerose aggressioni che avvenivano in particolare tra adolescenti; secondo l’autore “uno studente è oggetto di azioni di bullismo, ovvero è prevaricato o vittimizzato, quando viene esposto, ripetutamente nel corso del tempo, alle azioni offensive messa in atto da parte di uno o più compagni”; per bullismo si intende non la semplice violenza che avviene tra ragazzi, bensì una violenza fisica (calci, pugni ed aggressioni) , verbale ( insulti, derisioni, minacce), psicologica( isolamento ed esclusione dal gruppo mediante umiliazioni in pubblico, calunnie e maldicenze), e attraverso chat e social network (cyberbullismo) che si ripete anche per lunghi periodi in cui vi è un rapporto asimmetrico tra bullo e vittima, poiché quest’ultima indifesa ed impotente.

Ciò che spinge i bulli a compiere tale azioni è il desiderio di dominare, controllare e sottomettere gli altri e questo può essere dovuto ad una rabbia nei confronti del contesto socio-culturale di appartenenza, a partire dall’ambiente familiare e agli stili educativi trasmessi.
Infatti, molto spesso si diventa bulli perché le figure intra-familiari trasmettono ai loro figli tale cultura prevaricatrice, mediante ripetute incitazioni a compiere tali atti devianti come una sorta di preparazione per poter poi affrontare la società odierna; a ciò si aggiungono i mass-media, social network e videogiochi che come abbiamo già espresso nel primo capitolo, possono,
mediante la trasmissione di scene di violenza, provocare il soggetto e spingerlo ad adottare l’aggressività e la violenza verso qualcuno.
Ma la domanda che ci si pone è: “Perché il bullo sceglie una determinata vittima?” e la risposta a tale domanda ci viene fornita da alcuni autori, secondo cui un soggetto potrebbe divenire il bersaglio del bullo anche per le semplici caratteristiche fisiche, quali l’obesità o un colore della pelle differente, o il colore dei capelli, o qualsiasi handicap a livello estetico o mentale o psicologico, o l’appartenenza ad una determinata religione o ad una determinata famiglia problematica, che non rispecchi il modello ideale trasmetto dai media e che rispecchi erroneamente la normalità.
Le vittime di bullismo vivono una situazione tutt’altro che facile e a lungo andare saranno condizionate a tal punto da aver paura anche di allontanarsi da casa, proveranno il desiderio di non voler andare a scuola e non solo; le vittime possono avere attacchi di panico, convivere con disturbi da stress o alimentazione e questi disagi condurrebbero anche ad un basso rendimento scolastico e mancata concentrazione ma anche a insicurezza e bassa autostima.
Il bullismo, infatti, trova l’ambiente ideale all’interno della scuola; secondo le opinioni di altri autori tale fenomeno può essere la conseguenza di una competizione in ambito scolastico con un coetaneo che ha una media superiore alla propria.
[…]
Da alcuni studi scientifici risulta un aumento di atti di bullismo da parte di bambini anche molto piccoli e nella preadolescenza, compiuti attraverso violenza ed aggressività all’interno della scuola, sia verso i compagni che verso gli insegnanti;
Alla luce di tali caratteristiche, e dei numerosi episodi di aggressività e di bullismo presenti all’interno della scuola, appare chiara l’importanza fondamentale degli insegnanti e di tutte le istituzioni, compresa la famiglia, attivando programmi di intervento e di prevenzione di tale fenomeno, che dovrebbero essere estesi a tutto il contesto di vita di questi ragazzi.
Uno dei metodi utilizzati è la Peer education, ma anche il role play, il cooperative learning etc. e qualsiasi intervento di prevenzione deve aiutare il soggetto potenzialmente vulnerabile all’aggressività a saper gestire i conflitti, la rabbia repressa e a sviluppare l’empatia verso l’altro, ma d’altra parte deve anche aiutare la potenziale vittima ad acquisire maggiore consapevolezza e stima in se stessa.
Dunque, gli interventi messi in atto sono importanti per dare la giusta attenzione a qualsiasi soggetto, poiché sia i bulli che le vittime sono una rappresentazione dei problemi presenti nella società odierna, e tutto ciò dipende da personalità formate a metà e che di conseguenza agiscono in maniera errata.
È importante la guida dei genitori, degli insegnanti e dei direttori didattici che hanno la responsabilità di formare ed educare e non devono sottovalutare tale problema, così come evidenzieremo nel capitolo successivo; non servono a nulla le punizioni severe ma al contrario risulta importante che tali figure sappiano ascoltare, comprendere, amare e consigliare piuttosto che semplicemente giudicare, perché il bullismo è l’espressione di un malessere e di un disagio relazionale dell’adolescente, ed è per questo che non bisogna etichettare nessuno.

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Informazioni tesi

  Autore: Vincenza Mangano
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2018-19
  Università: Università degli Studi di Bari
  Facoltà: Scienze dell'Educazione
  Corso: Scienze dell'Educazione
  Relatore: Armando Saponaro
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 104

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prevenzione
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