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La transizione dell'Unione Sovietica da economia socialista a economia di mercato

Un’economia di mercato sui generis

In seguito al default del 1998, la Federazione Russa ha conosciuto una crescita economica ininterrotta fino alla Grande Recessione e un innalzamento complessivo del reddito pro capite paragonabili a quelli di alcuni paesi asiatici. Questo risultato è stato ottenuto grazie a un insieme di circostanze favorevoli (aggiustamento dei prezzi e dei salari in seguito alla svalutazione del rublo, rialzo dei prezzi del petrolio, atteggiamento favorevole da parte degli agenti economici in seguito all’approvazione delle riforme strutturali) e alla maggiore stabilità politica.
I surplus di bilancio federale conseguiti grazie all’export di commodities – materie prime energetiche in primo luogo – sono stati accantonati prudenzialmente in un fondo e parzialmente utilizzati per rimborsare anticipatamente parte del debito pubblico, il che ha migliorato la posizione finanziaria del Paese e aumentato la fiducia da parte degli operatori finanziari. In aggiunta, grazie ai trasferimenti diretti da parte dello Stato e dai posti di lavoro sicuri del settore pubblico, la percentuale di popolazione al di sotto della soglia della povertà è scesa dal 30% del 2000 all’11% del 2012.

L’intervento statale ha giocato un ruolo fondamentale, in quanto ha contribuito nel sostenere la domanda per beni di consumo da parte della classe medio – bassa.


La crescita russa (Grafico 2.2) del nuovo millennio è considerata in larga parte un processo di catching up, grazie allo sfruttamento estensivo di asset rimasti inutilizzati durante il periodo di transizione. La prima brusca interruzione è avvenuta in concomitanza con la Grande Recessione del 2007-2008, a cui il governo russo ha saputo rispondere con adeguate misure anticicliche grazie ai surplus accantonati durante gli anni precedenti. Dal 2011, nonostante una rapida ripresa dalla crisi, il ritmo della crescita è rallentato a causa del declino dei prezzi del petrolio e delle mancate riforme di seconda generazione, necessarie per rafforzare la rete infrastrutturale e gli incentivi all’investimento, nonché per cominciare a diversificare le fonti di introito del Paese. Il secondo evento che ha interrotto la crescita russa è stato la recessione del 2015, dovuta alle sanzioni internazionali imposte alla Federazione Russa per l’annessione della penisola di Crimea, a cui la risposta anticiclica è stata meno decisa, in quanto le risorse erano già state erose durante la precedente recessione. Le sanzioni, inoltre, hanno colpito le esportazioni di materie prime, le uniche a generare extraprofitti per lo stato.

Per quanto riguarda la politica commerciale, durante la transizione la Federazione Russa ha adottato un regime estremamente liberista, forse prematuramente, dato che la struttura dei prezzi dell’URSS era molto diversa da quella dei Paesi a economia di mercato. In aggiunta, l’improvvisa integrazione nei circuiti economici globali ha comportato uno shock di offerta interno, il che ha indebolito ulteriormente le imprese locali. Alla fine del 1992 le difficoltà hanno reso necessario introdurre i dazi doganali, abbassati dal 1998 in seguito ai programmi del FMI e ai recuperi di produttività indotti dalla svalutazione del rublo. Già nel 2003, la Russia praticava una politica commerciale più restrittiva di quella dei paesi industrializzati ma più aperta di quella dei paesi in via di sviluppo, con dazi compresi tra il 5% e il 25%. Questa peculiarità va attribuita, più che ad ambizioni liberiste, alla specializzazione settoriale della Federazione Russa, per sua natura propensa all’esportazione.

Per quanto concerne i dazi su beni di consumo, gli ostacoli che si frappongono agli scambi sono dovuti soprattutto alle discriminazioni insite nei criteri e nelle procedure di certificazione dei prodotti, alle restrizioni gravanti su certi servizi e al mancato riconoscimento della proprietà intellettuale. Un altro effetto peculiare è la modificazione della composizione dei partner commerciali esteri, con un crollo degli scambi con gli ex paesi satelliti dal 60% del totale del 1987 a meno del 25% nel 2006. Il cambio d’orientamento ha favorito inevitabilmente gli stati occidentali dell’Unione Europea.
Oltre ai risultati in termini di PIL, risulta evidente la volontà di tornare a essere uno dei maggiori protagonisti della scena internazionale e di rinunciare all’isolazionismo sovietico, attraverso l’integrazione commerciale e la riduzione dei dazi nei confronti dell’occidente. Ne forniscono prova l’adesione al protocollo di Kyoto, all’Organizzazione Mondiale del Commercio, alla Banca Mondiale, al G8, al Fondo Monetario Internazionale e la collaborazione con altri Paesi considerati allo stesso stadio di sviluppo, i cosiddetti BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica).

Nel complesso, non è ancora chiaro se la Federazione Russa possa essere collocata o meno fra i Paesi sviluppati, e ciò dipende dalle contraddizioni generate dal percorso storico che l’ha caratterizzata.
Con i paesi sviluppati la Russia condivide il livello di alfabetizzazione della popolazione, l’elevata percentuale di popolazione in possesso di un titolo di studio terziario (circa il 25%), le competenze molto forti nella ricerca di base, come informatica, fisica e matematica. Sebbene il numero di brevetti registrati dalla Russia sia ancora basso (a causa della rudimentale normativa che tutela la proprietà privata), la ricerca si sta internazionalizzando e la spesa in ricerca potenziata, sebbene sia ancora inferiore alla media dei paesi OCSE. È probabile che il potenziale notevole della ricerca di base fatichi a tramutarsi in ricerca applicata per lo scarsa presenza di imprese innovative e il poco coordinamento fra il sistema scolastico e le necessità del mondo del lavoro. Un ulteriore aspetto che farebbe propendere per classificare la Federazione Russa fra i Paesi sviluppati è il fatto che circa due terzi del valore aggiunto è generato dal settore dei servizi, almeno secondo i dati ufficiali, ma questo risultato sembra distorto dalle modalità di misurazione adottate.
Oltre alle caratteristiche precedentemente elencate, la Federazione Russa condivide con i paesi occidentali l’inevitabile declino e invecchiamento della popolazione, il che minaccia la sostenibilità futura dell’attuale sistema pensionistico (circa un quarto della popolazione è costituito da pensionati). Attualmente, esso regge grazie alla bassa speranza di vita e alle pensioni contenute, contando altresì sul ruolo palliativo della rete di solidarietà familiare, soprattutto nelle aree rurali.

In seguito al crollo dell’Unione Sovietica, le abitudini di vita sono andate in parte allineandosi con quelle occidentali, ossia matrimoni tardivi, nascite posticipate e meno frequenti, a cui bisogna aggiungere l’incertezza economica accompagnata dalle recessioni. La popolazione, oltre ad essere in diminuzione, è anche distribuita in modo fortemente eterogeneo: il 75% del territorio russo si trova a est degli Urali, ma l’80% della popolazione risiede a ovest degli stessi. Ci sono forti disparità regionali anche in termini di benessere e accesso ai servizi, nonostante l’innalzamento complessivo del tenore di vita negli ultimi vent’anni: per fornire un ordine di grandezza, il reddito pro capite della regione più ricca è circa quindici volte quello della più povera. Disuguaglianze di tale entità avvicinerebbero la Russia ai Paesi in via di sviluppo, nel particolare al Brasile.
Con questi ultimi, la Federazione Russa condivide il livello di reddito pro capite, le disuguaglianze interne acuite durante la transizione, il ritmo della crescita (per quanto le previsioni di medio e lungo termine siano meno rosee rispetto al passato), la necessità di riforme strutturali per integrarsi a pieno diritto tra le potenze mondiali, la bassa speranza di vita della popolazione (peggiorata durante la transizione, in quanto sono venute meno delle utilities garantite durante il regime sovietico). A differenza di altri stati considerati con un analogo stadio di sviluppo, manca un ampio bacino di manodopera giovane e poco qualificata a cui attingere per mantenere basso il costo del lavoro. Questo “svantaggio” non è percepito come invalidante, in quanto la presenza pubblica nell’economia rimane pregnante, e le imprese russe sono probabilmente meno esposte alla concorrenza straniera rispetto a Paesi simili.

La permanenza della mano pubblica nella vita economica e sociale del Paese è imputabile, forse, al nuovo (vecchio) contratto sociale che pare essersi instaurato dopo il default del 1998: i cittadini accettano un’invadente presenza dello stato in cambio di posti di lavoro sicuri, di un generoso sistema pensionistico e di trasferimenti diretti alle aziende e ai privati. Questo sistema, però, inibisce la possibilità di una crescita sostenuta nel lungo periodo in un’economia di mercato, o per lo meno mista. Non sarebbe prudente da parte del nuovo stato prescindere dai vincoli di bilancio pubblici investendo somme ingenti in progetti monumentali, alimentando storiche dinamiche e rischiando un secondo default.
In un altro Paese, questo contratto sociale avrebbe avuto una durata molto limitata. Quello che ha permesso allo stesso di perdurare nella Federazione Russa è la specializzazione della stessa in settori di rendita, nei quali si guadagnano extraprofitti sulla base della scarsità relativa delle risorse possedute (petrolio, risorse minerarie, gas naturale). Gli stessi settori di rendita, però, sono caratterizzati da forti oscillazioni di prezzo, il che rende ostico prevedere i proventi futuri per il bilancio pubblico su di un orizzonte di medio lungo periodo.
La Federazione Russa sembra trovarsi intrappolata nel circolo vizioso della sindrome olandese: l’essere dotata di risorse naturali traina le esportazioni, l’avanzo di bilancia commerciale fa apprezzare il rublo e danneggia tutti gli altri settori, in particolare la manifattura, che soffre di una maggiore concorrenza di prezzo sui mercati globali. Date queste premesse, è ovvio che nel Paese prosperino solo aziende pubbliche e servizi a corto raggio o non esportabili. Si spiega quindi la cronica carenza di piccole e medie imprese internazionalizzate, motore dell’innovazione e della crescita nel lungo periodo, le quali necessiterebbero capitale umano qualificato, fornendo eventualmente input alla ricerca applicata e a riformare il sistema scolastico. La mancanza di manodopera altamente qualificata è uno dei maggiori freni, insieme alla corruzione della burocrazia, per lo sviluppo del settore privato e per gli investitori stranieri. Tra i dati recenti, spicca il declino della produttività totale dei fattori, forse connesso all’esaurimento dei guadagni di produttività ottenuti grazie alla svalutazione del rublo.

Un’ulteriore caratteristica dell’economia di rendita è l’elevata concentrazione, indotta sia dagli alti costi fissi che dal particolare percorso russo. Nei settori chiamati in causa dominano le grandi imprese, precedentemente di proprietà pubblica, con non trascurabile passato di collusione e potere di lobbying nei confronti del governo. Il mantenimento di barriere all’entrata nei settori più redditizi (formali o sostanziali) inibisce lo sviluppo di nuovi settori più dinamici, allontana potenziali investitori esteri e impedisce la riallocazione di risorse tra imprese inefficienti a imprese piccole e dinamiche. La difficoltà di sviluppo delle piccole imprese è una caratteristica peculiare della Federazione Russa, in quanto quindici anni dopo la transizione le stesse (contando gli imprenditori individuali) occupano circa solo il 20% della popolazione attiva, contro il 55% di Ungheria e Polonia. Questo dato si spiega con la dipendenza dai settori di rendita in Russia e con le modalità di privatizzazione scelte.

Questo brano è tratto dalla tesi:

La transizione dell'Unione Sovietica da economia socialista a economia di mercato

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Informazioni tesi

  Autore: Alessia Vazzoler
  Tipo: Diploma di Laurea
  Anno: 2017-18
  Università: Università degli Studi di Trento
  Facoltà: Economia
  Corso: Economia e Management
  Relatore: Andrea Bonoldi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 39

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