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Il Settecento secondo Stanley Kubrick: "Barry Lyndon"

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Quale poi sarebbe stato il “realismo” proposto da Moravia, e la sua rappresentazione, sarebbe stato interessante da vedere, ma, comunque, è indubbio che il film di Kubrick sembra un dipinto d’epoca che prende vita. La macchina da presa persegue, come sostiene Sandro Bernardi, una “iconizzazione del movimento” 20 ; la Storia, le storie che si raccontano, vengono incessantemente riportate al quadro, a visione da mostrare e da guardare, con i piani del tempo che si dispiegano figurativamente e la Storia che si trasforma in immagini di Storia. Tutto il film è concepito secondo il fondamentale filtro deformante di una mediazione che è tout court artistica, che soffoca qualsiasi pretesa di realismo e cristallizza ogni cosa cercando di sfuggire allo scorrere di un tempo che appare già sepolto nel passato, già visto alle pareti dei musei. Paradossalmente, allora, se il film visivamente (perfino nelle luci delle candele) si presenta massimamente realistico, è proprio il suo estremo artificio che ci introduce all’esame di un altro dei movimenti dialettici tenuto ben presente dal regista: quello tra realtà e rappresentazione all’interno di un mondo, come quello settecentesco, che aveva elaborato codici di comportamento estremamente prescrittivi e minuziosi, tanto da rendere la vita sociale, in tutte le sue forme, un’enorme messa in scena. Il mondo di Barry Lyndon è composto di cerimonie: ogni accadimento si realizza nella rappresentazione di duelli, corteggiamenti, concerti, parate, marce, giochi, pranzi, presentazioni a corte. I personaggi del film sono come degli automi sociali che configurano ogni circostanza della loro vita in un controllato ed elaborato codice di rituali. Ma non c’è solo una mediazione pittorica da tenere presente, bensì anche una letteraria: il film è infatti tratto da un classico della letteratura vittoriana, The Memoirs of Barry Lyndon (1856, una prima versione, pubblicata nel 1844, s’intitolava The Luck of Barry Lyndon) di William M. Thackeray. E qui, allora, c’è un altro passaggio interessante: Thackeray scrive nell’Ottocento per imitare, omaggiare e parodiare il romanzo picaresco della grande tradizione settecentesca (Fielding, Defoe, Swift, Sterne, Smollett eccetera), ricostruendo tutta una personale scenografia storica del secolo che andava a raccontare. Thackeray scriveva nella temperie morale vittoriana per lettori ottocenteschi; Kubrick riprende la sua rappresentazione per spettatori novecenteschi. Vedremo le scintille di questo confronto. Per adesso, sentiamo Kubrick che descrive il suo metodo di lavoro sulla sceneggiatura (la citazione è anche un’interessante apologia delle specificità del mezzo cinematografico): Scrissi da solo la sceneggiatura di Barry Lyndon. La prima stesura richiese tre o quattro mesi, ma, come accade per tutti i miei film, la successiva stesura non si concluse mai veramente. Ciò che si è scritto, ma che non si è ancora filmato, viene influenzato inevitabilmente da ciò che si è già girato. Vengono fuori nuovi problemi di contenuto o di caratura drammatica. Le prove di una scena possono anch’esse generare dei mutamenti nella sceneggiatura. Per quanto attentamente si rifletta su una scena, e per quanto chiaramente si creda di averla visualizzata, essa non è mai la stessa quando alla fine la si vede recitata. Talvolta salta fuori dal nulla un’idea totalmente nuova durante una prova, o magari durante una ripresa, ed è semplicemente troppo buona per poterla ignorare. Così può essere necessario rielaborare la nuova scena con gli attori in quello stesso momento. Nella misura in cui gli attori conoscono la finalità di una scena e comprendono il proprio personaggio, la cosa è meno difficile e molto più rapida di quello che si potrebbe immaginare. [...] Quello che ho scoperto è che più un film è completamente cinematografico, meno interessante diventa la sceneggiatura, perché una sceneggiatura non nasce per essere letta, ma per essere realizzata su pellicola. Così, se i miei film più vecchi sembrano più parlati dei più recenti, è perché ero obbligato a conformarmi a certe convenzioni letterarie. Poi, dopo un certo successo, mi è stata data più libertà per esplorare il mezzo come preferivo. Non sarà mai pubblicata una sceneggiatura di Barry Lyndon perché non c’è niente da leggere che abbia un interesse letterario 21 . 20 Sandro Bernardi, Kubrick e il cinema come arte del visibile, Il Castoro, Milano 2000, p. 43. 21 M. Ciment, Kubrick cit., p. 183 e V. LoBrutto, Stanley Kubrick cit., p. 432.
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Il Settecento secondo Stanley Kubrick: "Barry Lyndon"

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Informazioni tesi

  Autore: Davide Magnisi
  Tipo: Tesi di Specializzazione/Perfezionamento
Specializzazione in Cinema e Storia: codici interpretativi, scenari storici, matrici letterarie
Anno: 2001
Docente/Relatore: Raffaele Licinio
Istituito da: Università degli Studi di Bari
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 76

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