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Un filo d'arianna della filosofia nietzscheana: il dolore da principio ontologico a fondamento esistenziale

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9 In primo luogo Nietzsche vuole dimostrare che ogni azione morale, come ogni azione in generale, si fondi su un bisogno egoistico. Ne La genealogia della morale egli afferma che la natura umana è il prodotto di istinti contrastanti e che l’habitus morale di un individuo deriva dall'affermazione di un istinto preponderante sugli altri. Egli definisce « la morale come autoscissione dell'uomo: l'uomo ama qualcosa di sé [...] più di qualche altra cosa di sé; [...] egli scinde il suo essere e ne sacrifica una parte all'altra ». In secondo luogo la morale è considerata da Nietzsche come il principale strumento di preservazione dell’ordine sociale: essa è all’origine del passaggio dallo stato di natura a quello comunitario, in quanto legittima assiologicamente le norme convenzionali e le riveste di maggiore autorevolezza. Col tempo l’uomo interiorizza queste norme e, dimenticando la loro genesi umana, attribuisce ad esse un valore assoluto ed universale. Il filosofo è di fatti convinto che i principi morali non abbiano un valore ontologico, ma siano posti storicamente dalla classe sociale di volta in volta dominante. L’ultima espressione simbolica smascherata da Nietzsche come potenza eternizzante è l'arte. Come abbiamo già avuto modo di capire il rapporto di Nietzsche con l’arte è particolare e risente di un’evoluzione continua. Se all’epoca de La nascita della tragedia il filosofo vede in essa il baluardo di una rivoluzione estetica in grado di salvare l’uomo dall’annichilimento, successivamente perde fiducia in un simile progetto. Per tracciare il destino dell’arte nella filosofia nietzscheana, alla luce del suo rapporto con il dolore, è particolarmente utile il concetto di maschera, inteso come sinonimo di finzione. Per Nietzsche la maschera può avere un valore negativo o positivo a seconda che essa scaturisca dal rifiuto del dolore ontologico o dalla sovrabbondanza di essere. Nel primo caso Nietzsche parla di “travestimento”, nel secondo di “buona volontà di finzione”. L’arte diviene travestimento nel momento in cui viene degradata al livello dei suoi stessi prodotti e strumentalizzata ai fini della vita pratica. Ora, per il filosofo questa forma d’arte va rigettata, perché alimenta l’illusione che la finzione sia meglio della realtà. La religione, la metafisica, la morale e l’arte escono da questo processo di smascheramento come ingannevoli e inefficaci. Ingannevoli perché si fondano
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Informazioni tesi

  Autore: Annarita La Morticella
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2007-08
  Università: Università degli Studi Gabriele D'Annunzio di Chieti e Pescara
  Facoltà: Scienze della Formazione
  Corso: Storia della filosofia
  Relatore: Adriano ardovino
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 212

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