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Politica estera degli Stati Uniti in tema di diritti umani da Nixon a Carter

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14 La più grande originalità dell‘operazione consisteva nel ricercare l‘appoggio delle correnti di sinistra: progressisti ma anche comunisti. Le loro critiche sarebbero state molto più imbarazzanti per Mosca e soprattutto più credibili per l‘opinione pubblica, rendendo facilmente distinguibili la campagna dei Nativ dalla propaganda anti- sovietica. Fondamentali si rivelarono inoltre le organizzazioni della diaspora e l‘importanza di quella americana che contava il maggior numero di adepti; questi due fattori rendevano paradossalmente l‘operato del Nativ più difficile, considerata l‘indipendenza e l‘autonomia delle comunità. La mobilizzazione aveva come scopo muovere le coscienze internazionali e costringerle a non commettere l‘errore già fatto durante il periodo nazista: pendant la période hitlérienne, le monde civilisé, frappé par surprise et incapable de croire que l‘extermination de masse puisse être un objectif atteignable, a peu fait pour l‘empêcher. Aujourd‘hui, avec ce précédent terrible en tête, nous n‘avons plus aucune excuse pour ne pas intervenir immédiatement. 28 La risposta del Cremlino arrivò molto velocemente. Si trattava di una campagna di disinformazione, attuata grazie alla collaborazione dei partiti comunisti stranieri. Si trattava innanzi tutto di convincere gli ebrei che lasciare il territorio sovietico non erano nel loro interesse, sopratutto se la meta era Israele. Il governo sovietico pubblicò lettere inviate da emigrati, in cui essi esprimevano chiaramente la loro volontà di rientrare in Unione Sovietica. Mosca cercava inoltre di rappresentare Israele come uno Stato che si preoccupava maggiormente della sua politica estera piuttosto che dei suoi cittadini, denunciandone la natura aggressiva. Dal canto loro, le organizzazioni ebraiche rinunciavano alla loro propaganda anticomunista per dirigersi verso un nuovo obiettivo, quello della lotta umanitaria. Gli anni ‗60 rappresentarono, infatti, l‘inizio dell‘impegno di numerose organizzazioni non governative in favore di cause definibili come umanitarie, ossia la lotta che prende in considerazione i diritti umani riconosciuti dai testi internazionali. Nonostante l‘immaturità del contesto internazionale, la guerra dei Sei Giorni permise al movimento americano di prendere le caratteristiche di un movimento classico umanitario, laddove le vittime e gli attivisti occidentali si concentrano per mettere all‘indice lo Stato colpevole di repressione. La partecipazione di attori non istituzionali diede la possibilità di parlare di un vero movimento sociale, ossia di una lotta per un insieme di obiettivi. Il movimento di aiuto agli Ebrei sovietici nacque in un clima effervescente nel quale il governo americano era l‘oggetto di una contestazione multiforme: i neri militavano per l‘eguaglianza dei diritti, gli studenti bianchi per la libertà d‘espressione, i pacifisti contro la guerra in Vietnam. Indiscutibilmente il movimento ebraico americano beneficiò della sensibilità del contesto. La riunione fondatrice di un vero movimento statunitense si tenne il 5 e 6 aprile del 1964 a Washington: i costituenti si accordarono sulla necessità di creare una conferenza ad hoc. Nacque in questo modo l‘American Jewish Conference on Soviet Jewry, incaricato di mettere in pratica una campagna per la difesa dei diritti culturali e religiosi 28 Ivi, pag. 60.
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Politica estera degli Stati Uniti in tema di diritti umani da Nixon a Carter

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Informazioni tesi

  Autore: Melania Ligas
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2009-10
  Università: Università degli Studi di Cagliari
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Relazioni internazionali
  Relatore: Liliana Saiu
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 142

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