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La leggenda del re magnanimo. La costruzione del mito di Carlo Alberto nel dibattito politico 1847-1849.

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7 Sin dalla concessione dello statuto, comparvero alcuni elementi fondamentali. Prima di tutto, si disse che il re, nelle sua grande generosità, aveva emanato la costituzione di sua libera e spontanea iniziativa: non si fece mai accenno alle irritazioni del sovrano, né al fatto che egli avesse accarezzato per almeno due volte in poche settimane l’ipotesi di abdicare, piuttosto che sottostare alla pressione del suo popolo. In secondo luogo, tutto il precedente periodo di diciassette anni di regno venne letto in prospettiva liberale: sin da quando aveva già concesso la costituzione nel 1821, Carlo Alberto aveva dimostrato di essere un sostenitore del progresso e della libertà. Se quando era salito al trono aveva mostrato una atteggiamento retrivo per molti anni, lo aveva fatto soltanto per precauzione, essendo circondato da una corte di gesuiti e codini che lo induceva ad aspettare momenti più propizi per mostrare le sue reali posizioni politiche. Nel frattempo aveva però realizzato una serie di riforme propedeutiche al gran momento che era finalmente giunto. Al momento dello scoppio dei moti di Milano, secondo gli agiografi, il monarca aveva prontamente risposto alla grida d’aiuto dei fratelli lombardi, col solo scopo di liberarli dal malvagio austriaco. Con questa asserzione si nascondevano giorni di travagliate vicissitudini in cui il re aveva esitato a lungo prima di dichiarare guerra: deciso da anni ad attendere il giusto momento per espandere, secondo un antico sogno dinastico, i suoi domini in Lombardia, sfruttando gli afflati nazionali come giustificazione alla sua iniziativa, egli si vedeva ora spinto a muovere guerra da quei democratici che stavano prendendo il sopravvento in tutta la penisola e in buona parte del continente. Resosi ancora una volta conto che opporsi sarebbe stato lesivo per il suo stesso potere, mentre mettersi alla guida del movimento avrebbe comunque in ogni caso presentato dei vantaggi, egli infine condusse un esercito inadeguato a conquistare con una lentezza ed una disorganizzazione esasperante la Pianura padana. Fu così osannato come un paladino, la cui insofferenza per l’Austria veniva legata indissolubilmente allo spirito liberale. Cominciò ad essere chiamato “il guerriero”, il prode combattente che metteva a rischio tutto, i figli che lo seguivano sul campo di battaglia, il trono, la vita pur di liberare l’Italia dal tiranno. Com’è noto la sua incompetenza alla guida dell’esercito, la disorganizzazione degli altri vertici militari e la fragilità dell’alleanza con i governi rivoluzionari del Lombardo-Veneto e con gli altri sovrani italiani, che si risolvette nel ritiro delle truppe di questi ultimi, provocarono la brusca sconfitta nel mese di luglio delle forze sabaude. Fu allora che, per tentare di soffocare le sempre più numerose polemiche ed esortare il re a continuare a combattere, la macchina democratica del mito si fece più assordante e nuovi elementi cominciarono a comparire: il sovrano divenne un incompreso, ingiustamente accusato da malvagi calunniatori. Un ulteriore topos su cui si
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Informazioni tesi

  Autore: Antonio Volonnino
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2011-12
  Università: Università degli Studi di Torino
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Storia contemporanea
  Relatore: Umberto Levra
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 200

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