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Il "Teatro comico" di Carlo Goldoni e la rappresentazione di Marco Bernardi

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4 da Muratori, ma tutto si infrangeva tra gli scogli del nozionismo 9 . Goldoni, uomo di teatro e pragmatico, capì che era giunta l’ora di ridare dignità al “suo” teatro e cercò una forma, un ordine da restituire agli sfilacciati canovacci, ormai svuotati di ogni tradizione “alta”. Egli conosceva bene la quotidianità, aveva esperienza di vita e di teatro e scrivere commedie affini alla natura umana gli era facile. Goldoni approfittò delle premesse teoriche riformatrici, per rendere manifesto il suo progetto riformatore del teatro comico e darsene la paternità. Ecco la sua vera “riforma”: spiegare al suo pubblico, attraverso i suoi testi e paratesti, la sua visione del mondo e le novità che si accingeva a proporre. La volontà, dunque, di mettere nero su bianco questo nuovo intento programmatico e di spiegare agli spettatori (d’ora in poi anche lettori), le “nuove” regole da adottare, senza la pretesa di dare lezioni, ma con l’intento e il desiderio di essere seguito anche dagli altri 10 . La riabilitazione della commedia, doveva partire dall’eliminazione della sciatteria e della volgarità della comicità deteriore 11 . Anche l’improvvisazione avrebbe dovuto lasciare il campo al premeditato: Goldoni stesso aveva iniziato a portare in scena commedie scritte interamente già dal 1742, con La donna di garbo. Questa prima prova risultò rigida e schematica, dovuta proprio all’assenza del canovaccio e della libertà fino ad allora concessa agli attori improvvisatori. Nel 1743, il drammaturgo lasciò Venezia per problemi economici ed approdò in Toscana, dove esercitò il suo mestiere di avvocato a Pisa. Qui fu accolto in Arcadia e maturò le sue idee riformatrici, ma sebbene a contatto con i poeti arcadici, interessati più al punto di vista teorico della riforma, egli cercò di rivoluzionare la drammaturgia; innanzitutto cercò di farsi portavoce della riabilitazione della nobile tradizione della Commedia dell’Arte e portò in scena, a tal proposito, il Servitore di due padroni nel 1745, per la compagnia di Antonio Sacco per il teatro San Samuele di Venezia 12 . In questo periodo l’incontro risolutivo con Cesare D’Arbes, attore della compagnia di Girolamo Medebach, gli fece prendere la decisione di lasciare Pisa e l’avvocatura, per seguire il suo lavoro a tempo pieno di autore teatrale al Teatro Sant’Angelo. 9 Cfr. Epifanio Ajello, Carlo Goldoni. Leggere il teatro, in Carlo Goldoni, «Il teatro comico» e altri scritti teatrali, a cura di Epifanio Ajello, Roma, Archivio Guido Izzi, 1992, pp. V-XLIII: XXXII-XXXIII. 10 «Io perciò non intesi di dar nuove regole altrui, ma solamente di far conoscere, che con lunghe osservazioni, e con esercizio quasi continuo, son giunto al fine di aprirmi una via da poter camminare per essa con qualche specie di sicurezza maggiore [..]», in L’autore a chi legge, in Carlo Goldoni, Tutte le opere, cit., p. 1045. 11 Oggi si direbbe «avanspettacolo», cfr. Giorgio Padoan, L’esordio di Goldoni, cit., p. 38. 12 Cfr. Siro Ferrone, La vita e il teatro di Carlo Goldoni, Venezia, Marsilio, 2011.
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Il "Teatro comico" di Carlo Goldoni e la rappresentazione di Marco Bernardi

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Informazioni tesi

  Autore: Anna Antinnori
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2016-17
  Università: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Letteratura musica e spettacolo
  Relatore: Valeria Giulia Adriana Tavazzi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 69

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