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Il divieto di rappresentazione nell'ebraismo

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Anteprima della tesi: Il divieto di rappresentazione nell'ebraismo, Pagina 5
 5
«quando siamo impegnati nello sforzo di accrescere la nostra conoscenza del 
mondo»
19
, mentre il “pensiero situazionale” si può definire come necessario in 
quanto «siamo impegnati nello sforzo di comprendere problemi nella risoluzione dei 
quali mettiamo in gioco la nostra stessa esistenza »
20
. Queste due tipologie di 
pensiero poggiano su due tipi di atteggiamenti diversi, in quanto, quello proprio del 
pensatore concettuale è il distacco: «il soggetto, infatti, si trova di fronte ad un 
oggetto indipendente»
21
, mentre quello del pensatore situazionale è di 
partecipazione: «il soggetto, infatti, si rende conto di essere coinvolto in una 
situazione che è necessario comprendere»
22
. Come sostiene Averincev, il pensiero 
ebraico, a differenza di quello greco che si caratterizza come «pensiero sul mondo»
23
 
è un « pensiero nel mondo »
24
, poiché l’uomo biblico non avverte la solitudine 
interiore in quanto « in  un modo o nell’altro avverte la presenza di Dio»
25
. 
Alla luce di tali considerazioni si può comprendere come, nel terzo capitolo, una 
volta definito il sacro in termini funzionali, si analizzi l’evento della rivelazione sul 
monte Sinai, del Sacro Assoluto, ovvero di  D-o. A tale analisi segue una riflessione 
sui contenuti veicolati durante tale manifestazione, vale a dire, i dieci comandamenti. 
In particolar modo si analizza il secondo comandamento, a partire dal testo in 
ebraico, come viene espresso nell’Esodo (20, 3-5). Esso, infatti, è la prima fonte 
biblica  su cui l’esegesi rabbinica si è esercitata al fine di indagare il rapporto tra 
immagine ed ebraismo. In particolare si approfondisce la spiegazione  dei termini 
tmunà (immagine) e pesel (scultura), in quanto il commento che i maestri hanno 
fornito di questi termini in ebraico, ha dato adito a diverse interpretazioni su quale sia 
l’oggetto del divieto.  
Da questi versi, ( Esodo 20, 3-5) e da molti altri contenuti nella Torah, si sarebbe 
indotti  a pensare che il divieto di rappresentazione  sia assoluto, ovvero che questo 
riguardi  la divinità, l’uomo e tutto il creato.  
                                                 
19
 A. J. Heschel, Dio alla ricerca dell’uomo, Edizioni Borla, Torino, 1969, pag. 21 
20
 ibidem 
21
 ibidem 
22
 ibidem 
23
 Sergej Averincev, Atene e Gerusalemme, in Lettera internazionale, numero 33/34 del 1992, pag. 15 
24
 ibidem 
25
 ibidem 

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Il divieto di rappresentazione nell'ebraismo

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Informazioni tesi

  Autore: Karen Naccache
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2004-05
  Università: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Facoltà: Sociologia
  Corso: comunicazione e mass-media
  Relatore: Michele Colafato
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 198

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