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La pragmatica musicale nella comunicazione liturgica dopo il Concilio Vaticano II. Cum musica fit sacra.

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Anteprima della tesi: La pragmatica musicale nella comunicazione liturgica dopo il Concilio Vaticano II. Cum musica fit sacra., Pagina 3
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inculturarsi, ma farsi carne, essere essi stessi corpo dell’esperienza generativa efficace 
della fede che nasce dall’incontro con Dio, soprattutto e in maniera privilegiata e 
insostituibile nel momento dell’azione rituale. Questo grande guadagno del Concilio 
Vaticano II ha creato e continua a creare grandi difficoltà e perplessità nel mondo 
musicale. L’immagine che si ha della musica per la liturgia prima del Novecento è una 
sorta di chiaro repertorio ricchissimo quanto monolitico e statuario, costituito dal canto 
gregoriano, dalla polifonia, dalla musica per organo e qualche escursione indulgente al 
canto popolare che solletica la devozione delle masse. La porta aperta dal Concilio 
Vaticano II ad un mondo ormai non più solo “romano” nelle forme e nell’ispirazione 
(tant’è vero che ad oggi tre quarti del cristianesimo mondiale trovano casa al di fuori dei 
confini europei), incide fortemente sulla necessità di rivedere le forme dell’annuncio, 
soprattutto rituali, della fede, e dunque i linguaggi e le coordinate di una espressione del 
rapporto col divino quanto mai ricca e variegata, quanto ricca è la tavolozza dei colori 
dell’esperienza umana.  
Così dagli anni ‘70 nel contesto ordinario delle nostre celebrazioni si può trovare di tutto 
nello stesso tempo, dal brano classico alla canzoncina pop, dal canto gregoriano a cappella 
alla musica con accompagnamento elettronico, all’assenza del musicale, avvertito come 
accessorio. Se la varietà delle scelte è opportuna e giustificata dalla necessità di venire 
incontro alle esigenze di un’assemblea liturgica sempre  differente (talvolta disgregata in 
specifici gruppi e fasce di età di fanciulli, di giovani, di anziani, di famiglie, di scout...), 
e dunque dal compito della regia celebrativa di tenere presente la concretezza del popolo 
di Dio, occorre tuttavia ricercare (e una volta trovate salvaguardare) quelle che sono le 
conditiones sine qua non di una autentica efficacia (espressiva e quindi sacramentale) 
rituale. Non si può bypassare il linguaggio musicale. Il rito custodisce la propria efficacia 
nelle dinamiche del suo ritmo celebrativo. La fede non si gioca altrove rispetto al suo 
momento celebrativo, ma anche e soprattutto in esso, in quanto momento che appartiene 
alla vita e che ad essa inerisce come momento qualitativamente significativo per la sua 
capacità di dare senso al vivere ordinario. Se così è, le dinamiche celebrative devono 
rispecchiare la verità e l’autenticità del celebrato nelle forme con cui si celebra. La 
preghiera non può essere “lode a Dio” senza lode, non si possono elevare “inni e cantici”
1
 
 
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Col 3,16: «La parola di Cristo dimori tra voi abbondantemente; ammaestratevi e ammonitevi con ogni 
sapienza, cantando a Dio di cuore e con gratitudine salmi, inni e cantici spirituali».

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Informazioni tesi

  Autore: Edoardo Marengo
  Tipo: Laurea II ciclo (magistrale o specialistica)
  Anno: 2018-19
  Università: Istituto Liturgia Pastorale S. Giustina - Padova
  Facoltà: Teologia
  Corso: Liturgia Pastorale
  Relatore: Roberto Tagliaferri
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 230

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