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La transizione dell'Unione Sovietica da economia socialista a economia di mercato

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dovettero fronteggiare un lacerante conflitto interno contro la fazione menscevica, il quale si protrasse 
fino al 1923, aggravando ulteriormente la situazione di emergenza
1
. 
 
Al momento della rivoluzione, nonostante il movimento socialista fosse tradizionalmente associato 
alla rappresentazione delle istanze degli operai, l’impero zarista era ancora un paese prevalentemente 
agricolo, dove la servitù della gleba era stata bandita in via formale dal 1861 (il feudo venne sostituito 
da una forma di proprietà collettiva della terra, sostanzialmente non dissimile, da cui i contadini 
riuscirono ad affrancarsi solo dal 1905 con le riforme di Pëtr Arkad'evič Stolypin). I primi accenni di 
sviluppo industriale si manifestarono solo in pochi grandi centri urbani (Mosca, San Pietroburgo) e 
principalmente grazie a capitali e a know-how stranieri, attirati dagli alti tassi d’interesse dei titoli 
russi e da altri incentivi concessi dal governo, tra la possibilità di sfruttare diritti di monopolio. I 
tentativi di ammodernamento promossi dall’impero risultarono insufficienti e tardivi per promuovere 
un cambiamento strutturale dell’economia e dell’ordinamento sociale; nonostante ciò, il partito 
comunista per anni mantenne le medesime modalità d’intervento nell’economia (ossia il capitalismo 
di stato, in cui la pubblica amministrazione, per quanto corrotta, assunse un ruolo guida chiave)
2
. 
 
Lenin, giustificato dalla contingenza di grave emergenza in cui versava il paese, approvò una serie di 
misure traumatiche note in seguito come Comunismo di Guerra (1917-1921), le quali si sostanziarono 
nella nazionalizzazione del settore manifatturiero e nel sequestro di derrate alimentari dalle campagne 
per garantire il rifornimento alle città, il substrato di consenso per il governo. Ciò peggiorò 
ulteriormente le condizioni della popolazione contadina, che reagì producendo sempre meno, 
minando le basi del potere bolscevico. Contestualmente, si verificarono fenomeni di iperinflazione 
dovuti all’eccessiva immissione di moneta nel sistema per finanziare le spese belliche. 
Lenin, nonostante la ferma convinzione nella superiorità dell’efficienza allocativa della 
pianificazione centralizzata rispetto ai meccanismi di autoregolazione del mercato, comprese che in 
Unione Sovietica i tempi non erano ancora maturi per mettere in atto il collettivismo utopico prescritto 
da Karl Marx (che prevede abbondanza economica, omogeneità ideologica fra la popolazione e 
assenza di classi) e che occorreva un periodo di transizione in cui sfruttare i meccanismi del mercato 
per innalzare rapidamente il tenore di vita complessivo.  
Si promulgò così la Nuova Politica Economica (1921), che reintrodusse il diritto di iniziativa privata 
per le piccole imprese, nonostante un regime di prezzi amministrati, mentre le industrie strategiche 
rimasero saldamente nelle mani dello stato. Si scongiurò il rischio di carestia imponendo una tassa in 
                                                             
1
 Sidney Pollard, Storia economica contemporanea, Bologna, Il Mulino, 2012, pp. 87-88. 
2
 François Benaroya, L’economia della Russia, Bologna, Il Mulino, 2007, pp. 11-23.

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Informazioni tesi

  Autore: Alessia Vazzoler
  Tipo: Diploma di Laurea
  Anno: 2017-18
  Università: Università degli Studi di Trento
  Facoltà: Economia
  Corso: Economia e Management
  Relatore: Andrea Bonoldi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 39

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